Catalogo per viventi (in quarantena): Debussy, rock e scrittori dimenticati

Il disagio della segregazione in casa, d’accordo. Ma è un’occasione unica per fare un po’ di bene alla nostra anima. Con la letteratura, il cinema, la musica. Qualche consiglio per sopravvivere e (soprattutto) vivere meglio

Prima o poi capita a tutti. E chissà che questi giorni di solitudine forzata non possano essere la nostra occasione. Per fare tutto ciò che non abbiamo fatto finora. Anche noi, grazie al Coronavirus, in teoria abbiamo la possibilità e il tempo di comprendere finalmente che nella nostra nevrosi avevamo smesso di «occuparci dei più insolubili e terrificanti problemi universali». In “Manhattan”, il capolavoro di Woody Allen, accade al minuto 80, quando improvvisamente anche per il prtagonista Isaac Davis giunge l’ora di pensare a qualcosa di serio… con la consueta ironia, non è indispensabile essere tragici. Si sdraia, prova a dettare qualcosa per il suo nuovo libro, a mettere in fila «le cose per cui vale la pena vivere: Groucho Marx, Joe di Maggio, il II Movimento della Sinfonia Jupiter, Armstrong che suona Potato Head Blues, i film svedesi, “L’Educazione Sentimentale” di Flaubert, Marlon Brando, Frank Sinatra, le mele e le pere di Cezanne, i granchi da Sam Wo… il viso di Tracy». È così difficile? O è meglio continuare a macerarsi nei bollettini di guerra di questa epidemia?

Spiritualmente, i granchi di Sam Wonon sono Masterchef. Di sicuro non ci porteremo al seguito, tra le cose più preziose, i nostri vari stellati. Se dovessi cercare in Paradiso un posto dove mangiare, vorrei accomodarmi da Nandone sul Mugello, con le sue bistecche e le sue minestre. In ogni caso, metterei nello zaino una di quelle vecchie trattorie di una volta, dove entri, vedi il camino al centro con le graticole, senti l’odore delle braci, della polenta e della carne che abbrustoliscono, dove i tavoli sono bianchi del cotone grosso e il vino è solo rosso, in caraffa senza calici, bicchieri infrangibili. Solo la semplicità è imperdibile.

Penso però soprattutto ai giovani, rovinati da un attivismo social che rischia di farci trascurarei pilastri della bellezza, della gioia, del pensiero e dell’ingegno umano. Poi torneremo a Instagram, Snapchat, Youtube e amenità varie. Gli manca la musica soprattutto tutta la musica, la vera musica, «che sa far ridere e all’improvviso aiuta a piangere», per citare ovviamente Paolo Conte. E poi sicuramente Gustav Mahler, il più moderno di tutti, il tragico e il comico faccia a faccia, minimo la II, la V, la IX sinfonia e il Das Lied von der Erde, con la voce unica di Kathleen Ferrier. Le sinfonie, meglio con il nostro Giulini o Bernstein. E poi Mozart che dove peschi, peschi sempre bene, però se proprio a scegliere fior da fiore, almeno il Requiem, Don Giovanni, il Concerto per Clarinetto (c’è anche un’edizione con Benny Goodman) e ovviamente la Sinfonia Jupiter. E Beethoven: la sinfonia n.7, la sonata Waldstein con Gilels. Sapendo che senza Bach non è vita, almeno qualche cantata, le Goldbergcon (di) Glenn Gould, i Brandeburghesi, un pugno di sonate per organo, e Richter per non sbagliare. Ovviamente anche chi non ama il pianoforte non potrà che ascoltare in religiosissimo silenzio l’Opera Omnia di Arturo Benedetti Michelangeli, in particolare Debussy, che «dopo di questa il diluvio». E Brahms il Deutsches Requiem, Rossini la Petite Messe Solennelle, un gioiello imperdibile nel pozzo senza fondo che cambia la faccia della vita.

In soluzione di continuità, i grandi artisti del rock e del pop dagli anni ’50. Chi conosce veramente Elvis, chi ha ascoltato la spaventosa attualità di Buddy Holly? E Dylan che da solo -“Blonde on Blonde” e “Blood on the tracks” überalles – vale due vite. Come vivere senza poi, vado a ruota libera, Jefferson Starship e la voce sontuosa di Grace Slick; The Doors e gli inquietanti turbamenti di Jim Morrison; Little Feat, Lynyrd Skynyrd, Steve Ray Vaughn, Allmann Brothers e il vero rock; Nick Drake e Leonard Cohen, più poeti che musicisti; Van Morrison, Tom Waits limitandoci ai soli maschietti? E Rickie Lee Jones, Stevie Nicks, Janis Joplin, Suzanne Vega, Natalie Merchant, Margot Timmins, Eva Cassidy, il minimo nella schiera dellefemminucce? Per l’essenziale non sarebbe sufficiente che l’epidemia durasse l’anno intero.

Di cinema meglio non parlare. Ma come è possibile non aver visto almeno un po’ della grande cinematografia italiana: Antonioni, Monicelli, Fellini, Risi, Germi e Visconti? Come arrivare all’età matura (?) senza almeno un bignamino di Frank Capra, Bergman, Truffaut, Wenders, Forman, Scorsese, Coppola, tutti disponibili oggi su Netflix, Amazon Prime e piattaforme video varie?

I libri, infine, cruccio della nostra epoca, che come le epidemie avevamo forse pensato di averli cancellati. La vita certo non è letteratura, nemmeno poesia, ma senza poesia e letteratura non si vive, o di sicuro si vive molto male. Tucidide, Manzoni, Camus e altri sono tornati di gran moda per via delle pestilenze. Ma non è necessario avere stimoli così ravvicinati. Forse la “Città di Dio” di Agostino potrebbe dirci proprio di questi giorni molto. Robert Musil fa sempre bene, ma chi lo ha letto tra i giovani? E Nietzsche o Schopenhauer, così citati ma così ignorati? E l’immenso Kierkegaard con la sua sottilissima ironia, la sua impareggiabile profondità. E poi Canetti, Jünger, Kawabata. La letteratura d’amore e le Lettere di Eloisa ad Abelardo, alla faccia di chi straparla di Medioevo. Qualche italiano che scriva bene: il dimenticato Bacchelli, Pavese, Arpino, Chiara, Vassalli, il mio amatissimo Ridolfi e i molti altri che ci stiamo perdendo. Con danni immensi. E la poesia, infine: certo Foscolo, Leopardi, ma poi Caproni e Luzi, Sandro Penna per i più arditi. Non dimentiamococi però della bellezza, dell’amore delle persone care, che spesso calpestiamo quando la malattia non infuria.