Diario del coprifuoco/7: il portasfiga di Maastricht

Il decreto di primo soccorso economico e sanitario è giusto una trasfusione minima. Il morale della popolazione finora tiene. Purtroppo i saputelli pseudo-buonisti circolano ancora a piede libero sui giornali

Giorno 7. Dopo una settimana dall’ingresso ufficiale di tutto il suolo patrio nella guerra mondiale al coronavirus, il governo di Giuseppe Conte ha varato il decreto di aiuti all’economia e alla sanità, denominato “Cura Italia”. Più che cura, un pronto soccorso. L’equivalente di una manovra finanziaria da 25 miliardi serve a fare una prima respirazione artificiale, a maggior ragione se sono esatti i dati del Cerved, la società che studia da decenni i bilanci delle imprese italiane: secondo un rapporto uscito oggi, i due scenari a cui ci avvieremmo sono uno terribile, l’altro disastroso. Se l’emergenza terminasse a maggio, il nostro sistema economico brucerebbe 275 miliardi, mentre se avesse fine a dicembre la cifra schizzerebbe a 641, il 35% del Pil nazionale, con il fallimento del 10% delle aziende. Un impatto da incubo nucleare, contro il quale il premier e l’europeissimo ministro delle finanze, il lagardiano Roberto Gualtieri, si impegnano a lanciare sul piatto un altro decreto ad aprile e ad alzare l’ammontare dei «flussi» a 350 miliardi di euro. 350? Da reperire come, dove, quando? Boh. Se già 25 sono a debito netto gentilmente concesso dalla Ue, per le misure di aprile Gualtieri corre a mettere le mani avanti («Contiamo di sostenerlo con il lavoro europeo e con la riprogrammazione di fondi europei»). I 350, è chiaro, sono un auspicio, un pio desiderio, un numero sparato a nuora (il popolino) perchè suocera intenda (i mercati, che non vedono l’ora di avventarsi sulla nostra appetitosa carcassa come hanno già dimostrato l’altro giorno sul differenziale fra Btp e Bund tedeschi, il tragico spread).

Fare come la Spagna

Non bisogna fare polemiche, è il mantra da unione patriottica di questi giorni difficili. Non bisogna abbandonarsi alle polemiche inutili, sarebbe meglio dire. Ma non è inutile la critica a chi è responsabile della salute pubblica e della vita di milioni di persone, se motivata e argomentata. I provvedimenti contenuti nel decreto odierno vanno tutti nella direzione giusta, ma è lecito esaminarli e giudicarli. Cominciamo dall’urgenza più preoccupante, la situazione sanitaria: finalmente si mettono a disposizione fondi per produrre e distribuire gli strumenti medici, come le mascherine, autorizzando la conversione immediata delle ditte che volessero mettersi a fabbricarle. «Purtroppo l’Italia non ha attualmente una produzione nazionale di mascherine e Dpi, perché in passato è stata considerata di basso margine per gli operatori economici»: lo ha detto, papale papale, il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli nella conferenza stampa di ieri. No così, giusto per informazione. Si procederà poi all’arruolamento di personale medico e infermieristico militare e dei laureati in Medicina con l’idoneità di tirocinio. Forse la drastica politica dei numeri chiusi del passato non era l’ideale. La Spagna, secondo Paese europeo più investito dal contagio dopo il nostro, ha deciso di richiamare alle armi le cliniche private ordinando loro di rendere disponibili i loro materiali utili entro 48 ore. Magari un pensierino alla privatizzazione di fatto del diritto costituzionale alle cure, specialmente in Lombardia ma anche in Veneto e in generale dappertutto, nel periodo “post-bellico” sarà il caso di farlo, o no?

Soldi da fumare

Riguardo alla trincea economica, confermata l’estensione la cassa integrazione in deroga per i lavoratori che altrimenti i titolari si vedrebbero costretti, causa crollo del fatturato, a lasciare a piedi, e in più istituita una cassa di ultima istanza per il reddito di dipendenti e lavoratori (anche se non è chiaro allora a cosa dovrebbe servire il reddito di cittadinanza, di cui nessuno parla più). La parte migliore è rintracciabile nel capito supporto alle famiglie, con indennità di congedo al 50% della retribuzione per 15 giorni per chi ha figli sotto i 12 anni e il bonus baby sitter da 600 euro per chi continua a lavorare pur avendo la prole a casa per la chiusura delle scuole. Non molto, ma neanche male. Beffa invece per i contributi, i premi assicurativi e i versamenti alla pubblica amministrazione: la scadenza di oggi 16 marzo slitta di appena 4 giorni. Della serie: chi vivrà, vedrà. Quanto ai mutui, per autonomi e liberi professionisti che avessero perso più del 33% dei ricavi è prevista la possibilità di rientrare nel fondo di solidarietà per la prima casa. Solo stiracchiatissimi 100 euro in più, rispetto ai 500 ventilati, per le partite Iva e i contrattisti a tempo in agricoltura, turismo e spettacolo, una tantum: da fumatore, un indennizzo buono per le sigarette.

Se due passi vi sembran troppi…

In Rete, che da emergente Bar Sport della pubblica chiacchiera è diventata l’unica piazza possibile per comunicare in regime di auto-reclusione, le ore scorrono sempre uguali in attesa del prossimo bollettino, fra accese discussioni politiche, piagnistei per la noia, preparazioni di torte e pietanze, lezioni di fitness casalingo e i video dell’appuntamento più o meno fisso con le suonate, le cantate, le danze, i djset, i lenzuoli pittati, le scritte e i cori da finestre e terrazze. I barbogi lanciano anatemi per condannare questi pochi minuti di allegria collettiva che squarciano una volta al dì il puzzo di chiuso della quarantena. Un po’ di leggerezza, invece, prova che la serietà è sentita e pesa. Non c’è niente di male a evadere per un po’, anzi. Anche perchè la stretta sempre più dura che le autorità vogliono imporre perseguendo il passeggio per colpa degli assembramenti, numerosi ad esempio nella soleggiata domenica di ieri, fa davvero troppo Sparta anti-virale. Starsene più possibile entro le mura domestiche d’accordo, ma nessun verboten della gendarmeria potrà mai sostituirsi al buonsenso. Lo diciamo in particolare a carabinieri e poliziotti, che dopo i camici bianchi e gli assistenti d’ospedale rappresentano la categoria più stressata da questa repentino mutamento della Nazione in caserma. A un certo punto, in particolare per chi è solo, due passi nel perimetro del quartiere è l’unica alternativa a fissare le pareti, dopo aver consumato la rubrica di Whatsapp o essersi fatti la schiena a forma di divano davanti al televisore.

Fazio che strazio

A parte la puntuale presenza di presunti furbetti del ritrovo, a mio personalissimo avviso il popolo italiano sta dando buona prova di sè. Non si registrano casi di significativi sbroccamenti mentali. A rompere le scatole sono i narcisismi dei puri di spirito alla Fabio Fazio, che su Repubblica di stamane si è profuso in una prevedibile pisciata ad alto tasso di “moralina”, per dirla con Nietzsche, enunciando quindici punti su quello che ha imparato (sic) in una settimana. In realtà non ha imparato niente, visto che si limita a ripetere il suo credo di sinistra col sorrisetto benpensante a dispetto dell’evidenza, che è lì a contraddirlo in pieno. Basti un brano: «Mi sono reso conto che i confini non esistono e che siamo tutti sulla stessa barca». Gli Stati europei sbarrano i confini (comprensibilmente, nell’immediato), ogni governo fa da sè in ordine sparso (sbagliando, qui, si dovrebbe cooperare il più possibile), ci si divide su quale strada adottare per meglio ridurre le conseguenze della malattia (in parte giustamente: ogni popolo, nei momenti di strizza, fa riferimento a un contesto sociale, una storia e una cultura propria, alla faccia della globalizzazione) e il finto buono Fazio non trova di meglio che recitare la preghierina del muezzin globalista. Non guardatelo più.

‘O miracolo

Una considerazione finale sulle messe. Parlando da infedele, mi ha colpito la posizione di padre Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose, che perora con puntiglio l’apertura delle chiese su cui papa Francesco si è impuntato, mettendo oggettivamente in difficoltà i vescovi italiani. Bianchi sottolinea che pregare non è sufficiente: chi è cristiano può mortificarsi nel corpo, ma non può digiunare nello spirito rinunciando al pane e al vino dell’Eucaristia. Effettivamente. Anche il gesto di Bergoglio, di camminare per le vie della Capitale per recarsi in preghiera a chiedere il miracolo, è in scia con le esigenze della fede. Però restano tutte azioni – le celebrazioni, la passeggiata simbolica – che vanno in contrasto con le restrizioni civiche. E’ il bello e il brutto, questo di sfidare il mondo, di una religione che con il potere mondano ha sempre avuto qualche problemino di convivenza. Detto ciò, meglio un cattolico vero, tutto d’un pezzo, integro e anche integralista, che un cattolico liberale profumato all’eau de Bruxelles come, che so, Enrico Letta, l’autore dell’immortale opera letteraria “Euro sì. Morire per Maastricht” (Laterza, 1997). Crepare di Maastricht: ecco, potremmo arrivarci. Mi raccomando: distanziamento sociale per questi dotti figuri che portano una sfiga catastrofica.

(ph: Imagoeconomica)

 

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