‘All’inizio tamponi a tappeto su politici e amministratori ma non a noi’

Milano, 17 mar. (AdnKronos Salute) – Una serie di “mancanze” da parte di ministero della Salute e Regione Lombardia “hanno fatto in modo che i medici si trovassero ad affrontare un rischio catastrofico senza misure di sicurezza adeguate, trovandosi nella condizione di essere involontari potenziali vettori dell’infezione” da nuovo coronavirus che aveva “caratteristiche prima inedite”. E’ duro il ‘j’accuse’ di Paola Pedrini, segretario dei medici di famiglia lombardi della Fimmg, contenuto nella lettera di “diffida e messa in mora” che il sindacato indirizza a dicastero, Regione, Agenzie di tutela della salute (Ats), procuratori della Repubblica, prefetti e Procura generale della Corte dei conti.
Nella missiva si chiede che, entro 72 ore, vengano erogati a tutti i camici bianchi di base e di continuità assistenziale di kit protettivi completi, in numero adeguato e di qualità idonea; di testare l’eventuale contagio di medici, infermieri, personale di studio e, in caso di positività, quello di famigliari e conviventi; di concordare con i sindacati di categoria modalità di arruolamento dei professionisti, di organizzazione e di operatività delle Unità speciali di continuità assistenziale (Usca). Ma le parole più dure si leggono nelle premesse alle richieste.
“Il ministro della Salute e la Regione Lombardia, nonostante le notizie internazionali che fin dalla fine del mese di novembre 2019 evidenziavano un rischio biologico per l’intera popolazione mondiale e la presenza, in Regione Lombardia, di tre aeroporti internazionali – scrive Pedrini – non hanno predisposto alcun piano dei rischi, alcuna sorveglianza sanitaria all’accesso agli ospedali e non hanno previsto un protocollo di sicurezza per l’acquisto di dispositivi di protezione idonei a scongiurare la propagazione del rischio biologico attraverso i sanitari”. E questo “nonostante quest’obbligo di valutazione del rischio biologico sia chiaramente indicato anche nell’art. 271 del D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81”, nonché “dalle Organizzazioni internazionali, prime tra tutte l’Oms”.
“Non solo”, incalza la segretaria di Fimmg Lombardia: “Non risultano inviati ai medici e alle loro organizzazioni alcun protocollo e/o elenco di dispositivi medici idonei a proteggere dal rischio i medici e il personale di studio, ove presente, in una situazione di pandemia”.
Pedrini fa inoltre notare che, “fin dall’inizio dell’epidemia, i medici segnalarono alle Ats di competenza di essere venuti a contatto con pazienti potenzialmente infetti e richiesero un test di controllo dell’avvenuto contagio. Ancora oggi le Ats lo rifiutano fino alla manifestazione della sintomatologia e, anzi, molti medici nonostante la malattia manifesta sono sottoposti a test dopo molti giorni per assenza di tamponi. Senza entrare nel merito, nella situazione epidemiologica attuale, dell’opportunità e dell’estensione dell’effettuazione dei tamponi – prosegue – agli operatori sanitari tale verifica è stata negata anche nelle fasi iniziali, nelle quali poteva avere un’importante funzione profilattica. Si consideri che in tale fase venivano eseguiti controlli a tappeto su personalità politiche e amministrative. Questi ritardi comportano il rischio che pazienti, famigliari e/o colleghi di lavoro siano infettati senza che alcuno provveda al loro isolamento”.
“Se ciò non bastasse – conclude la sindacalista – nonostante tali rischi fossero stati segnalati ripetutamente e insistentemente sia da organizzazioni sindacali, Ordini dei medici e singoli medici, ancora oggi non sono state fornite protezioni adeguate a fronteggiare il rischio, ove si eccettuino risibili quantità di mascherine chirurgiche monouso del tutto insufficienti a far fronte anche in minima parte alle esigenze”.

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