Centri anziani, il grido d’aiuto da Merlara: «Tampone a tutti, ma ora siamo allo stremo»

La presidente della casa di riposo “Scarmignan”: «Siamo stati i pioneri facendo il test generalizzato dopo il primo caso positivo. Mancano mascherine e personale sanitario»

«Una struttura nelle nostre condizioni non può cavarsela da sola. Ci mancano dispositivi e personale». Roberta Meneghetti presiede dal 2013 il Centro servizi per anziani “Scarmignan” di Merlara, nel Padovano, dove l’Ulss sta riscontrando una concentrazione che potrebbe far pensare a un focolaio simile a quello di Vo’ Euganeo. Mai però avrebbe pensato di trovarsi ad affrontare una situazione simile, con decessi, ricoverati e 25 dipendenti su 43 positivi al Coronavirus, mentre degli attuali 66 ospiti (prima erano 73) risultano contagiati 63 («ma le ultime verifiche sono di un paio di giorni fa, ormai saranno tutti positivi»). Su pazienti e lavoratori nelle case di riposo l’allarme è già stato lanciato da Ivan Bernini, segretario generale della Fp Cgil Veneto, denunciando la carenza di mascherine: «La Regione farà il tampone a tutti i lavoratori della sanità e delle strutture residenziali. Benissimo. Ma se mancano i dispositivi di protezione di cosa parliamo? Ci sono strutture che hanno scorte per soli due giorni, con lavoratori che si fanno preparare le mascherine dalle sarte in tessuto. A Padova, Vicenza e Treviso le hanno ordinate su Amazon, ma arriveranno a fine mese. E sta montando il panico tra i lavoratori, ci chiamano e ci dicono che si rifiutano di andare a lavorare. Ci chiedono di poter stare a casa. Ma non possiamo dire ad un lavoratore di strutture sanitarie e assistenziali del Veneto di restare a casa».

Ingranaggio inceppato

A Merlara sono da giorni in prima linea: «In situazioni straordinarie servono misure straordinarie – dice la Meneghetti – Noi non vogliamo attaccare nessuno, dal punto di vista umano abbiamo avuto disponibilità e sostegno anche dall’Ulss, ma c’è probabilmente qualcosa nell’ingranaggio che non funziona. Il nostro centro per anziani non può farcela da solo. Ci dovrebbe essere un organismo, ovviamente sanitario, in grado di intervenire in qualche modo. Perchè il rischio è che tutti i nostri ospiti, anziani contagiati, finiscano da un momento all’altro in ospedale ad occupare posti che possono essere preziosi per malati anche di altre patologie. Se avessimo una maggior presenza di personale infermieristico e di un medico in struttura, resi disponibili dall’azienda sanitaria, saremmo già un po’ più confortati e gli ospiti avrebbero un’assistenza maggiore». A Merlara è arrivato l’appoggio di Comune, Ulss e forze dell’ordine. «Ma le decisioni non possono essere prese a livello locale. Ci vorrebbe qualcuno con il potere di dire: “fermi tutti, là c’è una situazione di emergenza, serve personale sanitario e quindi mando 3 infermieri, un medico e 10 operatori” così io faccio una squadra che mi permette di sopravvivere finchè rientra il mio personale. Ma non l’ha fatto nessuno. Il nostro direttore, che condividiamo con altre strutture, ha spostato a Merlara, con la loro disponibilità, 2-3 infermieri e 2 operatori sanitari ed è stato attaccato dalle organizzazioni sindacali. Ma cosa dovevamo fare? Lui ha agito nell’emergenza per poter andare avanti».

«Errore delocalizzare»

Sul come trovare personale di supporto, la presidente dell’istituto spiega che  dall’Ulss «ci hanno detto di rivolgerci ad altre strutture, alle agenzie. Ormai abbiamo chiesto a tutti ma ovviamente le altre case di riposo, che tra pochi giorni potrebbero essere nelle stesse condizioni, non distaccano il personale per mandarlo qui. Noi siamo stati solo i pionieri di una situazione, perchè abbiamo fatto il tampone a tutti dopo il primo caso di un ospite trasferito in ospedale e risultato positivo l’8 marzo. Lo abbiamo fatto nell’interesse di ospiti, dipendenti, familiari e popolazione in generale, ma in questo modo ci siamo trovati in seria difficoltà. Il personale è allo stremo. Stanno facendo turni da 12 ore con 5/7 operatori che si avvicendano, 3 appena rientrati, per gli altri dobbiamo aspettare la quarantena». E il problema del personale si intreccia con la carenza di dispositivi di protezione: «Ne abbiamo fino a domani, giovedì perchè siamo pochi dipendenti, stanno lavorando in 7 al massimo. Se ci fossero i turni regolari con orari umani e rientrassero dalla quarantena non avremmo le mascherine per tutti. Abbiamo interpellato Protezione civile, Croce rossa, distretto sanitario, ma non ce ne sono. Abbiamo fatto autonomamente ordini ad alcune ditte. Questa carenza di dispositivi individuali è allarmante. Le scorte nazionali avrebbero dovuto essere implementate da tempo, non possiamo fare affidamento ad un mercato estero per dispositivi fondamentali. Qui bisogna rivedere il nostro sistema economico produttivo: avere delocalizzato tante tipologie di produzione alla fine ci fa scontare il prezzo. Adesso hanno sdoganato delle forniture alle frontiere e probabilmente parte del materiale potrà arrivare ma manca comunque una produzione interna da potenziare».