Coronavirus: ideatore tecnica, ‘malati a pancia in giù? All’inizio ridevano tutti’

Milano, 19 mar. (AdnKronos Salute) – Se in tutto il mondo migliaia di malati Covid escono vivi dalla Terapia intensiva lo devono anche a Luciano Gattinoni, professore emerito all’università Statale di Milano e per anni primario al Policlinico di Milano. E’ sua l’intuizione di girare a pancia in giù i pazienti intubati con gravi insufficienze respiratorie: una tecnica che permette una migliore ossigenazione dei polmoni e quindi un maggior tasso di sopravvivenza. “E pensare che all’inizio ridevano tutti di quella manovra”, racconta in un’intervista al ‘Corriere della Sera’ il rianimatore, classe 1945, oggi guest professor a Gottinga in Germania.
“La medicina, si sa, è molto conservatrice – spiega – Nei primi tempi si riteneva che alcune gravi insufficienze respiratorie, che noi chiamavamo Ards (sindrome da distress respiratorio acuto), interessassero tutto il polmone. Fummo i primi a fare le Tac polmonari, vedendo invece che la parte superiore del polmone era piena d’aria, mentre la parte compromessa era quella più vicina alla colonna vertebrale. Immagini un tondo metà chiuso e metà aperto”, esemplifica l’esperto: “Avevamo pensato che, mettendo il paziente a pancia in giù, il sangue sarebbe andato nella parte aperta e ci sarebbe stata una ossigenazione migliore. E questo in effetti succedeva. Poi, rifacendo la Tac, capimmo che il miglioramento non era tanto dovuto all’ossigenazione, quanto al fatto che in posizione prona le forze si distribuiscono nel polmone in modo più omogeneo. Pensi a un polmone sottoposto all’energia meccanica del respiratore – suggerisce Gattinoni – E’ come se gli venissero dati continui calci: tam, tam, tam. Ovviamente, più questa forza viene distribuita omogeneamente, meno danni fa. Adesso questa tecnica è entrata nel bagaglio delle conoscenze ed è usata in tutto il mondo”.
C’è una specificità per i pazienti Covid? “Metterli proni risponde in realtà un po’ al meccanismo che pensavamo all’inizio, cioè portare l’ossigenazione nelle parti più basse del polmone – osserva l’ideatore della metodica – Certo, ora girare così tanti pazienti sta diventando uno stress notevole per il personale”.
Ma come e quanto è nata l’idea? “E’ una lunga storia – ricorda Gattinoni – Già le donne lombarde tenevano i bambini che facevano fatica a respirare a pancia in giù e poi davano loro dei colpetti sulla schiena. Le prime manovre mi ricordo che le facemmo a fine anni Ottanta. Non fu facile far passare l’idea, forse anche perché era a costo zero”. Pensando alle rianimazioni che oggi scoppiano, lo specialista confessa “un profondissimo disagio. In terapia intensiva non guariamo nessuno, compriamo solo il tempo per l’organismo per organizzare le difese. Dobbiamo tenere il paziente vivo, assicurare uno scambio gassoso al minor prezzo possibile, cioè evitare i danni che sono sempre associati alla ventilazione meccanica. Ma questa è una malattia lunga”, avverte.

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