Cna: «Il Cura Italia ha chiuso un’azienda veneta su 4. L’80% nel turismo»

Secondo l’Osservatorio della CNA del Veneto* da lunedì la percentuale delle attività che abbasseranno le serrande arriverà crescerà di altri 6 punti percentuali sfiorando così la soglia del 30 per cento

Per effetto del DPCM dell’11 marzo in Veneto a chiudere i battenti sono state 106.500 imprese. Si tratta del 24,8 per cento del totale regionale. Il dato, impietoso e destinato a crescere, è l’effetto delle nuove misure che allargano ulteriormente la platea dei divieti. Secondo l’Osservatorio della CNA del Veneto* da lunedì la percentuale delle attività che abbasseranno le serrande arriverà crescerà di altri 6 punti percentuali sfiorando così la soglia del 30 per cento.

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“Un’impresa su quattro in Veneto ha chiuso i battenti – sintetizza il Presidente della CNA del Veneto Alessandro Conte – ma allarma quello che sta dietro i numeri. Dietro ogni cifra ci sono storie e famiglie che, oltre alle preoccupazioni evidenti per la propria salute e quella dei loro dipendenti, devono fare i conti con il dopo“. Conte non cela infatti le difficoltà per l’oggi, ma anche per quella che si annuncia già una ripresa lunga e complicata. “In questo momento tutti siamo chiamati a fare dei sacrifici per il bene comune. Gli aspetti economici arrivano in seconda battuta, ma è chiaro che anche questo tipo di preoccupazione esiste e qualcuno dovrà farsene carico”.

Entrando nel dettaglio delle chiusure ad abbassare la saracinesca sono state 55mila imprese di servizi, vale a dire l’80,7 per cento sul totale regionale. Ferme anche 19mila e 200 attività che operano nel settore della ristorazione, il 73,2 per cento del totale e 27.600 attività che si occupano di commercio al dettaglio, vale a dire il 59,7 per cento del totale.

“Ciò significa che la maggior parte delle pmi e delle imprese artigiane ha optato per la chiusura, seppur temporanea, del proprio esercizio o attività – spiega il segretario della CNA del Veneto Matteo Ribon – Il commercio al dettaglio tiene maggiormente perché comprensivo delle attività che vendono alimentari e beni di prima necessità che, al contrario, in questa emergenza hanno visto aumentare le vendite, nonostante anche qualche difficoltà nell’approvvigionamento delle merci. La scure del decreto si è abbattuta soprattutto sui servizi alle persona (ad esempio parrucchiere ed estetiste), mentre la coda del decreto sta mettendo in seria difficoltà i comparti della moda, delle costruzioni e il settore dell’installazione e impianti. Sono pochi e isolati i casi di ristoratori che hanno deciso di restare aperti comunque, offrendo il servizio di consegna a domicilio, tutti gli altri invece hanno chiuso i battenti“.

(Ph Shutterstock)