Diario del coprifuoco/12: Titolo V, chi fa la spesa nel weekend ha vinto

Il federalismo alle vongole ci regala ordinanze diverse fra Stato e Regioni in contemporeanea, in allegra anarchia. Il mondo meraviglioso della von der Leyen. Il pangolino cinese e la Scienza complice. E i cecchini anti-runners

Giorno 12. Ma insomma domani, che sul calendario segna domenica 22 marzo di uno sciagiurato 2020, al supermercato posso andarci o no? Secondo lo Stato centrale, sì. Secondo alcune Regioni, come il Veneto in cui vivo e lavoro, no. Il capo del governo Giuseppe Conte temeva di mettere a rischio la «tenuta emotiva» del Paese (così il Corriere, oggi), e ha preferito limitare l’ennesimo giro di vite alle corsette e camminate, consentite esclusivamente «in prossimità di casa», al chiavistello per tutti i giardini e parchi pubblici (che i Comuni in tutta Italia avevano già chiuso a macchia di leopardo nei giorni scorsi), e allo stop per i bar nelle stazioni e in parte, per le attività da bancone, per gli autogrill. Ma gli alimentari di domenica no, quelli non si toccano: «Le medie e grandi strutture di vendita, nonché gli esercizi commerciali presenti all’interno dei centri commerciali e i mercati sono chiusi nelle giornate festive e prefestive, ad esclusione delle farmacie, parafarmacie e punti vendita di generi alimentari, purché sia consentito l’accesso alle sole predette attività. Pertanto, i supermercati presenti nei centri commerciali possono aprire nelle giornate festive e prefestive limitatamente alle aree di vendita di prodotti farmaceutici, parafarmaceutici e di generi alimentari». Gli amministratori regionali invece non sono tutti dello stesso parere. A volte, a quanto sembra, anche contraddittoriamente rispetto alla linea della propria amministrazione. La Lombardia, per esempio: ferma sulla richiesta di chiusura totale di ogni attività economica salvo quelle di sopravvivenza, sui supermarket resta più liberale. L’assessore alla sanità Giulio Gallera (una vera forza della natura, a star dietro all’ecatombe negli ospedali lombardi e contemporaneamente comunicare incessantemente sui media) è risolutamente a favore dell’apertura: «Io i negozi di alimentari li lascerei aperti sempre per evitare assembramenti e resse. Non ha senso chiudere alle 18». Il presidente del Veneto, Luca Zaia, aveva invece battuto sul tempo l’ordinanza del ministero della Salute emanandone una che oggi ha ribadito e rivendicato: «L’ordinanza del Veneto prevede la chiusura anche di negozi di alimentari e supermercati la domenica perché ci serve un giorno di calo della tensione, per evitare assembramenti davanti ai supermercati la domenica e per dare respiro anche agli addetti della grande distribuzione, alcuni dei quali sono risultati positivi al coronavirus, non permettendo quindi un giusto turn over ai colleghi». Ergo, i lombardi sarebbero più restii ad ammassarsi fra i banchi con il carrello alla domenica, al contrario dei veneti che secondo Zaia non aumenteranno le file alla cassa durante i restanti sei giorni. Mah. Il punto politico però è un altro. Ed è di fondo. Costituzionalmente rilevante. Quella dannata riforma del Titolo V della Carta fatta dal centrosinistra nel 2001 ha lasciato nell’ambito delle materie “concorrenti” una sfilza di compiti, che non si sa bene se in uno stato emergenziale come questo spettino prima a Roma o alle Regioni. Leggere l’articolo 117 per credere. E’ tutto così: un’allegra anarchia (in cui spiccano per fantasia Campania e Sicilia, dove già vige il divieto totale globale di attività motoria all’aperto e sul portare a spasso il cane, la prima obbliga a un solo accompagnatore, onde evitare famigliole intere prese dall’amore cinofilo, e la seconda prevede solo un solo giro al giorno, sic). Quella volta hanno inserito il principio di concorrenza pure fra le istituzioni, e lo hanno chiamato federalismo. Grazie, pataccari del riformismo.

Ma che bella pestilenza

Per la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, è un mondo meraviglioso. Quasi quasi dovremmo pure rallegrarci per l’avvento di questo Covid 19 che ci ha scombussolato l’esistenza e ci sta avviando all’impoverimento generalizzato. In una intervista al Corriere della Sera oggi solfeggiava sul flauto del ritrovato buon cuore europeo: «L’Unione europea è tutti noi. Le crisi come questa ci fanno capire quanto preziosa sia la famiglia europea. Il nemico è sconosciuto, invisibile, orribile, ma abbiamo capito che stando assieme possiamo affrontare meglio le difficoltà che da soli. È meraviglioso vedere la solidarietà tra i cittadini europei, tutte le persone che ogni sera, al termine di un’altra giornata di lotta, mostrano riconoscenza verso i propri eroi: i medici e gli infermieri. Oppure sentire che cantiamo la stessa canzone. Sì, all’inizio ci sono state delle difficoltà, ma poi è tornato il senso di appartenenza, è cresciuto il sentimento che solo insieme possiamo combattere il virus e proteggere la nostra economia. Io credo che l’Unione europea ne uscirà più forte». Ha concesso la sospensione dell’esiziale Patto di Stabilità, bontà sua. Una mossa per scagionare la Bce, dandole una temporanea copertura istituzionale (ricordiamo che la Banca Centrale è autonoma dalla Ue, va per conto suo, agendo parallalemente, come un feudo indipendente). Eh sì, è tutto fantastico e solidale. Ci scappelliamo al suo cospetto, baronessa di Baviera. Attendiamo fiduciosi altre meraviglie provenienti da Bruxelles.

Monti, ti vogliamo bene

Per fortuna che c’è Mario Monti, a ricordarci che la Guardia Bianca dell’euro-liberismo è sul chi va là a difesa dell’indifendibile. Fiutato il pericolo che corre il castello di carta europeo, il robot bocconiano usa la prima pagina del primo quotidiano italiano per fare il folletto consigliere della vera presidente dell’Europa, la cancelliera Angela Merkel, suggerendole come fa ingoiare al suo popolo e alla Bundesbank la condivisione dei debiti nazionali attraverso dei buoni del tesoro di livello continentale, gli eurobond: «Agli occhi tedeschi, lo sappiamo, il Quantitative easing (2015-2019) e le decisioni di Christine Lagarde (esaminate acutamente da Francesco Giavazzi sul Corriere di ieri) sono, nel migliore dei casi, gravi mali forse necessari. Però ove la politica monetaria (se ancora si può chiamarla così) dovesse continuare a portare da sola il peso di un’eurozona non dotata di altri adeguati strumenti di politica economica, non resterebbe più niente di quel che aveva fatto della Bundesbank l’istituzione di cui i tedeschi erano più orgogliosi. Insomma, direi alla cancelliera, forse dovete scegliere: lasciar nascere gli eurobond o lasciar morire la Bce?». E gli europei che stanno morendo non per modo di dire, ma finendo in una bara, a quelli non ci pensiamo, professor Monti?

La logica tumorale della crescita infinita

Da dove origina questo virus che salvo sorpresone dobbiamo chiamare indubitabilmente cinese? Per diradare ombre complottarde su creazioni in laboratorio o altre teorie oggettivamente indimostrabili, il genetista Edoardo Boncinelli parla del pangolino. Avete presente, no, il pangolino? Leggiamo: «Ci sono tre delitti dei quali ci siamo macchiati e ci stiamo macchiando: l’indifferenza verso il degrado ambientale del pianeta, la nostra insaziabile ingordigia e venalità e la presuntuosa ignoranza. Del degrado ambientale non parlerò perché se ne parla anche troppo, ma quando l’ambiente si degrada si degrada tutto. Perché l’ingordigia? Perché gli animali che ci hanno trasmesso la malattia, i poveri pangolini, sono oggetto di affannoso commercio, per la loro «carne» e per i supposti pregi medicamentosi. Pare che il mercato di Wuhan ne brulicasse. Tenerissimo è il pangolino, mezzo armadillo e mezzo formichiere, capace di appallottolarsi in un attimo a scopo di difesa. Il suo nome viene dal termine malese che designa «quello che si appallottola», al punto che i primi esploratori gli dettero il nome di carciofo a quattro zampe. Ingordigia quindi come in quasi tutte le epidemie dei nostri tempi. E del futuro. Ma anche ignoranza e presunzione che portano ad attribuire agli organi animali più diversi, poteri mirabolanti, se non magici nell’incidere sulla nostra salute. Questo è grave. Qualunque problema possa derivare dall’aumento delle conoscenze e dalla scienza non sarà mai con l’ignoranza e la sicumera che potremo rispondere efficacemente» (“Così la scienza smentisce l’assurda tesi del complotto”, Corriere della Sera). Boncinelli ha ragione da vendere, sulla hubris, l’avidità arrogante di possesso e profitto che ha distrutto ogni senso del limite, anche nella Cina miscuglio di comunismo politico e capitalismo economico. Ma è un tarlo che rode l’anima stessa della modernità. Alla quale la scienza ha fornito e continua a fornire l’alibi, avanzando senza sosta e senza confini nella ricerca di nuove scoperte che, per ogni invenzione, generano un nuovo problema e così all’infinito, in una crescita esponenziale che corrisponde alla medesima logica dell’economia predona. E del contagio virale.

Quando Serra aveva un cuore…

Anche un orologio rotto segna una tantum l’ora giusta. Rilassato e con la bravura stilistica che gli si deve riconoscere (mannaggia a lui), dalla sua abituale “Amaca” il liberal ex comunista Michele Serra ne ha azzeccato una: «Gli americani in coda davanti alle armerie sono l’immagine peggiore della catastrofe, il dettaglio deprimente che si vorrebbe non vedere, peggio del dolore c’è solo lo squallore. E peggio del day after c’è il day before, cioè loro adesso. Gli americani hanno visto troppi film americani. Credono che, se tracollasse la civiltà (parola grossa, se rapportata a quelle code di pistoleros sovrappeso) si tornerebbe a una preistoria ferina, una specie di western universale nel quale ci si accoppa per il controllo dei barbecue. Non conoscendo altro parametro se non l’individuo, possibilmente armato, non immaginano che possano esistere una socialità, una mutualità, dei sistemi di supporto reciproco che potrebbero sopravvivere alla catastrofe e rendere il “dopo” meno anarchico e disperato. Se non hanno il Welfare, è perché non lo vogliono. Preferirebbero morire armi in pugno che vivere grazie all’aiuto di qualcuno» (La Repubblica). Ah, bei tempi, quando dirigeva il gustosissimo Cuore, satira rossa quando a sinistra si sapeva ancora ridere.

Fazioni armate

«Runners Vs Housers. Due fazioni armate si scontrano nelle metropoli appestate. Gli housers armati di fucili di precisione dietro le persiane dei loro appartamenti fanno il tiro al bersaglio dei Runners in corsa perenne nelle strade vuote. I Runners rispondono con molotov e granate lanciate nei giardini e sui terrazzi dei condomini»: Federico Mosso, scrittore torinese, penna ribalda.

 

(ph. https://it.wikipedia.org/wiki/File:Supermercato_vuoto.jpg)

 

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