Pandemie nella storia: il vaccino di Sacco a Milano e la prima quarantena a Venezia

Excursus con lo storico Silvano dell’università di Padova: «La svolta con la nascita della microbiologia fra Otto e Novecento. Durante la “spagnola” chiusi teatri e fermi i mezzi pubblici»

«Per diffusione e contagio è la spagnola ad avvicinarsi maggiormente al Coronavirus, perchè si tratta di pandemia influenzale. Ma per mortalità sono molte lontane. La febbre spagnola (tra il 1918 e il 1920, ndr) si stima uccise in Italia 600mila persone». A spiegarlo è il professor Giovanni Silvano, direttore del Centro Interdipartimentale di storia della medicina dell’Università di Padova, nel 2018 tra gli autori del libro “Croce Rossa Italiana e welfare dal 1914 al 1927” nel capitolo “L’epidemia di influenza spagnola: la grande paura”. «Sulla spagnola in Italia non abbiamo moltissimi dati perchè gli organismi che dovevano occuparsene hanno lasciato una documentazione molto scarsa. Ho la sensazione che si sia voluta dimenticare, i morti della Prima Guerra Mondiale sono stati numericamente simili a quelli della spagnola. E’ curioso notare che allora la Cina, e comunque il continente asiatico, erano stati poco colpiti, a parte le le coste, così come gli Stati Uniti, interessate soltanto la zona est, la baia di New Orleans e ancora San Francisco e Los Angeles».

Le prime restrizioni solo nel Novecento

Sulle pandemie nella storia Silvano fa un distinguo: «Nel caso del Coronavirus siamo di fronte a un’epidemia causata da uno dei virus respiratori ma bisogna distinguere tra epidemie causate da virus e altre da batteri. Tra queste ultime la peste, il colera, la tubercolosi, la sifilide, il tifo, la lebbra. Virali sono le epidemie di morbillo, vaiolo, poliomielite e soprattutto di influenza. Nella storia la spagnola è stata la più grave. Recentemente vanno ricordate l’influenza asiatica del 1957, la SARS del 2002 e la MERS-CoV del 2012». Sulle differenze fra epidemie anteriori alla medicina di massa e quelle contemporanee, dal punto di vista della diffusione del contagio e del suo contenimento, il docente fa un excursus a partire dal Medioevo per giungere alla modernità: «Nel Quattrocento, Cinquecento e Seicento non esiste l’idea che una malattia sia trasmissibile e i provvedimenti adottati erano basati su buon senso ed esperienza acquisita. Dalla peste nera del 1348 s’iniziò a controllare il trasporto della merce ed erano rilasciate, quando tutto era in ordine, “fedi di sanità”, veri e propri certificati. Gli ammalati, appestati o lebbrosi, erano internati in luoghi chiusi perché non entrassero in contatto con la popolazione non infetta. Veniva ridotto il numero delle pratiche religiose che raccoglievano molte persone. Si ricorse già nel 1348 a un’autorità, per così dire, sanitaria che poi si trasformò a Venezia in una magistratura permanente: i Provveditori di sanità nel 1486. La svolta avvenne con la nascita della batteriologia e della microbiologia: tra il 1890 e il 1905 i ricercatori identificarono quasi tutti gli agenti microbici delle malattie infettive e parassitarie conosciute. Nel Novecento si applicarono alcune restrizioni: durante la spagnola furono chiusi i teatri e non si potevano utilizzare i mezzi pubblici».

Sacco e i vaccini in età napoleonica

Oggi vediamo medici e scienziati dettare la linea ai politici. In passato non era così. «Non so se si possa parlare di un potere dei medici e scienziati. Di certo la comunità scientifica può e deve condizionare la decisione politica. Da più di un secolo, dal tempo di Francesco Crispi (fine ‘800), nel caso di questioni riguardanti la salute pubblica, la politica ascolta ed è condizionata da scienziati che parlano attraverso istituzioni nazionali e internazionali riconosciute come l’OMS, l’ISS, le università, centri di ricerca e soprattutto il CDC (Centers for disease control and prevention) di Atlanta. In passato l’autorità politica prendeva le proprie decisioni facendo leva sulla propria autonomia e autorevolezza, in molti casi sostenuta dall’autorità religiosa». E un caso interessante, di buon rapporto tra autorità religiosa e politica, avvenne in età napoleonica: «Il medico Pierluigi Sacco, a cui è intitolato l’ospedale di Milano, può essere considerato l’apostolo della vaccinazione. A fine Settecento si recò nei territori della ex Repubblica Veneta per vaccinare le persone ma quando arrivò a Cittadella, caso documentato, bisognava convincere le persone a sottoporsi al vaccino anti-vaiolo. L’unica persona che riusciva a farlo era il parroco: le convocava sul sagrato della chiesa e lì venivano vaccinate».

La quarantena a Venezia nel 1468

Anche la quarantena è legata al Veneto: nacque praticamente a Venezia. «La parola ‘quarantena’ – racconta Silvano – è la forma veneta di ‘quarantina’. Era un periodo di 40 giorni di segregazione di persone e cose provenienti soprattutto da Oriente via mare. Un provvedimento di prevenzione applicato alle più diverse forme infettive, soprattutto a Venezia dal 1468 quando vi furono sottoposte le navi in arrivo. Si tratta in questo caso del Lazzaretto nuovo, quello vecchio funzionava già dal 1423». Ma quando assistiamo a diversità di vedute o addirittura scontri fra esperti dobbiamo dedurre che quella medica non è una scienza esatta? «Credo che sia difficile sostenere che la medicina sia una scienza esatta. Più precisamente la medicina diagnostica cura malattie seguendo protocolli testati e condivisi, in una parola, scientifici – conclude Giovanni Silvano – va tenuto presente però che ogni ammalato costituisce un caso particolare che manifesta sintomi e risposte alla terapia simili a quelli di altri, ma in certi casi anche dissimili. Il medico è chiamato a vedere il paziente e a tenere conto del decorso della malattia di ognuno. La medicina è una scienza che va usata come fosse un’arte. Il medico, chiamato a diagnosticare e curare il singolo paziente, deve anche tenere conto dei dati epidemiologici relativi al momento, anch’essi di natura scientifica».