Avigan, dal Giappone l’altolà del produttore: «preoccupati per voi italiani»

Storia di un equivoco: da un video su Facebook al coinvolgimento dell’Aifa per le parole di Zaia e Fontana. Fino alla doccia fredda di oggi

Tutto è cominciato nello scorso fine settimana con la diffusione sul web di un video fatto dal farmarcista italiano Cristiano Aresu sul proprio Facebook: una piazza di Tokio tranquilla e frequentata, qualche mascherina, apparente normalità. L’italiano in Giappone magnifica le virtù di un farmaco, l’Avigan (nome commerciale per Favipiravir), un antivirale che starebbe spopolando nell’Impero del Sol Levante curando dal coronavirus. Gran successo sui social, tanto che deve essere giunto sotto gli occhi del presidente del Veneto, Luca Zaia, che nel punto stampa di domenica 22 marzo esclama: «Sta girando un video di un farmaco giapponese, l’Avigan. Noi siamo all’avanguardia nella sperimentazione dei farmaci. Vi informo che l’Aifa ha dato l’ok anche per questo farmaco che verrà sperimentato anche in Veneto, spero che da domani si possa partire». L’Aifa, ovvero l’Agenzia Italiana del Farmaco, è presieduta da Domenico Mantoan, che è anche direttore generale della sanità veneta.

Tutto bene, dunque. Invece, com’è noto, nel giro di poche ore arriva l’altolà proprio dall’Aifa, che precisa con tono piccato che il medicinale «è autorizzato in Giappone dal Marzo 2014 per il trattamento di forme di influenza causate da virus influenzali nuovi o riemergenti e il suo utilizzo è limitato ai casi in cui gli altri antivirali sono inefficaci. Il medicinale non è autorizzato né in Europa, né negli USA. Ad oggi, non esistono studi clinici pubblicati relativi all’efficacia e alla sicurezza del farmaco nel trattamento della malattia da COVID-19. Sono unicamente noti dati preliminari, disponibili attualmente solo come versione pre-proof (cioè non ancora sottoposti a revisione di esperti), di un piccolo studio non randomizzato, condotto in pazienti con COVID 19 non grave con non più di 7 giorni di insorgenza». A tutt’oggi, il mistero dell’evidente cortocircuito comunicativo interno all’Aifa in primis e fra Zaia e Mantoan in secundis, resta senza risposta. L’Aifa, non si sa bene se a livello di consiglio d’amministrazione o più probabilmente di Commissione Tecnico-Scientifica (CTS), dev’essere rimasta spiazzata, se ha concluso la nota con la minaccia di adire le vie legali esortando «a non dare credito a notizie false e a pericolose illazioni».

Ieri pomeriggio, lunedì 23 marzo, la commissione annuncia di essere impegnata di essere «impegnata nella valutazione di un programma di sperimentazione clinica per valutare efficacia e sicurezza di questo trattamento», sottolineando di procedere «sulla base di preliminari e limitate evidenze». Non esattamente un via libera. Compresa la malaparata del giorno prima, Zaia precisa: «È giusto e corretto non dare facili speranze. Questa è infatti una sperimentazione scientifica». Come dire: non vi aspettate di vederlo circolare, prima dei risultati dei test di laboratorio. L’omologo lombardo, Attilio Fontana, forse perchè meno imbarazzato o solo perchè più disperato, si lascia andare all’entisiasmo: «il nuovo farmaco Avigan ora potrà essere testato grazie all’intervento dell’assessore Davide Caparini, del presidente dell’Aifa e alle sollecitazioni che abbiamo inviato a Roma per essere immediatamente sottoposto a prove ed esperimenti. La sperimentazione inizierà da domani, speriamo che il farmaco sia quello giusto, che dia buoni risultati e contribuisca con noi a eliminare questo maledetto virus».

Nel frattempo, durante la giornata le informazioni sul farmaco mettono qualche dubbio in più. Viene a galla un articolo del Financial Times del 18 marzo 2020, dal titolo “Flu drug Avigan speeds up coronavirus recovery in early trials” in cui si cita il quotidiano giapponese Mainichi Shimbun, che spiega come l’Avigan abbia qualche efficacia su pazienti con sintomi lievi, per capirci quelli che non finiscono in rianimazione. Inoltre, secondo il Financial Times, i medici nipponici ci starebbero andando cauti, a prescriverlo, a causa degli effetti collaterali, fra cui anomalie al feto per le donne gravide. In Cina, dopo un periodo in cui è stato testato a Wuhan e Shentzen, da febbraio è cominciata la produzione in proprio con il nome di Favilavir, ma non si hanno risultanze di effetti risananti su vasta scala.
Il virologo Roberto Burioni, al solito lesto nel commentare qualsiasi cosa si muova, con un tweet di ieri sera lancia un siluro alla sperimentazione: «Oggi in Italia la prima sperimentazione clinica decisa sulla base di un video di YouTube postato da uno sconosciuto. La vita ha più fantasia di me».

Stamattina, in una conferenza stampa alquanto nervosa, Zaia dichiara: «Mi dispiace delle parole di alcuni scienziati. Se hai evidenze scientifiche che non funziona mettile sul tavolo e noi ci fermiamo. Ci fate anche risparmiare soldi così. Se invece non hai evidenze si fa la sperimentazione e si vede, punto». E qui casca l’asino: soldi a chi, o meglio, sicuri che si possa anche solo ipotizzare al momento di investire un euro? Il farmaco è prodotto dal gruppo giapponese Fujifilm Toyama Chemical, una consociata di Fujifilm. Sul Corriere della Sera di stamattina, il corporate senior director di Fujifilm Italia, Mario Lavizzari, smentisce con una frase secca la possibilità di vendita: «In questa fase l’azienda non è in grado di divulgare piani per l’uso di Avigan in altri Paesi». Ma questo pomeriggio cala quella che sembrerebbe la pietra tombale: «Siamo molto sorpresi della possibilità che il nostro farmaco possa essere testato in Italia nella attuale pandemia da coronavirus» , dice all’agenzia Dire Chiaki Hasegawa, capo delle pubbliche relazioni del colosso farmaceutico giapponese, «il fatto che strutture italiane possano considerare di avviare sperimentazioni estese o un possibile utilizzo ci preoccupa molto», perchè gli esami «riguardano la versione cinese di questo farmaco e non ci sono ancora sufficienti sperimentazioni su pazienti non giapponesi». Fra l’altro, un lancio Adkronos di queste ore intitolato “Aifa al lavoro su studio Avigan, farmaco non si trova in Ue» conferma che l’Agenzia del Farmaco sta semplicemente conducendo un’indagine sulla fattibilità di una sperimentazione, niente di più. In sostanza, da tre giorni stiamo parlando di una mera ipotesi. Ha ragione Zaia: meglio evitare l’atteggiamento precipitoso di chi deve dimostrare di fare l’impossibile, se si generano aspettative sgonfiabili come l’aria. Fritta.

(ph: https://www.flickr.com/photos/nakashi da wikipedia.org)