Diario del coprifuoco/15: gli affamatori d’Italia

Conte inasprisce le pene pecunarie per chi circola senza giustificazioni. Ma subisce i veti dei Paesi europei che alle morti per coronavirus vorrebbero aggiungere quelle per austerità economica

Giorno 15. Ormai l’Avvocato del Popolo mi sbuca dentro casa a tutte le ore, di giorno, di notte, prima e dopo i pasti, e noi, che ci tocca per dovere professionale di intercettare quanti più aggiornamenti possibile, ormai viviamo con il pensiero a quando Giuseppe Conte farà la sua ennesima diretta per annunciare l’ennesimo Dcpm (che, ricordiamolo, è una forma di decretazione a sua esclusiva firma, il Presidente della Repubblica non ci mette becco). Nel tardo pomeriggio di oggi, per rafforzare la caccia agli svicolatori da quarantena (107 mila in tutto i denunciati sinora, su 2 milioni di fermati) ha calato l’asso: anzichè 200 euro e rotti, la multa pecunaria si eleva ad un minimo di 400 per un massimo di 3 mila euro. Quando si aggredisce il portafoglio, l’italiano si allarma. Ma a petto di questi salassi, l’italiano non ha ancora la benchè minima garanzia di non finire sul lastrico, specie se piccola partita Iva, commerciante al dettaglio o dipendente semplice, quando il Covid-19 allenterà la sua morsa e si tornerà gradualmente all’aria aperta. Perchè non è l’Italia che può deciderlo, ma la Germania e l’Olanda. Esattamente: se si voleva una dimostrazione che non siamo liberi di salvare noi stessi, nella riunione in teleconferenza di ieri dei ministri finanziari (Ecofin) l’abbiamo avuta. Per Berlino e L’Aja, noi e gli spagnoli, le cicale fannullone di cui invidiano sole, bellezze, forse le donne e nient’altro, hanno imposto il veto a qualsiasi misura, che sia il prestito del Mes o i titoli di debito comune “coronabond”, che non sia soggetto a condizioni. Ovvero tagliare spesa pubblica e aumentare le tasse. Cioè: stiamo andando verso la povertà e gli amici cravattari dell’Europa del Nord ci dicono che se vogliamo finanziarci senza dover ricorrere alla speculazione dei mercati, dovremo fare la fame per ripagare ogni centesimo. Come la chiamereste voi? Io, usura. Secondo Dagospia, l’amministratore delegato del Mes, herr Klaus Regling, avrebbe sibilato: «Italia e Spagna devono mettersi in ginocchio». Fosse anche non vera, è una frase verosimile. Non tanto per il gusto sadico che evoca immagini da frustino nazista, ma perchè la Germania in particolare dovrà anzitutto tenere in vita se stessa e le sue banche, marce peggio delle nostre, come ha confermato sia pur eufemizzando la nuova rappresentante tedesca alla Bce, Isabel Schnabel, in un’intervista a Die Zeit: «Vi è il presupposto che le banche tedesche stiano andando alla grande e quelle italiane vadano male. Nel complesso le cose non stanno così. Anche nel nostro paese ci sono banche che non sembrano essere molto brillanti». Di qui lo sguardo a favore di un’assicurazione europea sui depositi bancari. E di qui l’ostinazione a strangolarci rifiutando qualsiasi concessione, così da far scontare agli euro-fratelli più deboli il fardello della crisi al cui confronto la tempesta mondiale del 2008 sembrerà uno scherzo. Fratelli coltelli.

Stoltezza atlantica

Ma c’è tutto un ordine internazionale che è già pronto armi in pugno per non spostare di un millimetro le priorità. Mentre i sistemi sanitari di tutti gli Stati, senza eccezione, stanno franando o si preparano a essere sommersi di malati, il segretario generale della Nato, il norvegese Jens Stoltenberg, mette le mani avanti sull’idea, hai visto mai, di dirottare le voci di bilancio militari per soccorrere gli ospedali: «E’ una scelta difficile che i politici devono fare, e so per esperienza che, per la maggior parte, vorrebbero impegnare più risorse nell’istruzione, nella sanità, nelle infrastrutture. Ma il mondo in cui viviamo è senza certezze. Abbiamo visto il terrorismo in Iraq e Siria, la Russia più assertiva, gli attacchi informatici, l’instabilità in nord Africa: tutto condiziona la nostra sicurezza. Per questo gli alleati, Italia compresa, si sono impegnati a spendere di più nelle difesa» (La Repubblica, 23 marzo). Neanche come prima, o sia mai un po’ meno: di più. Come ripete da anni Sergio Romano – che non è un facinoroso anti-americano con la kefiah – il Patto Atlantico non ha più ragion d’essere, se non quella di perpetuare l’assetto di dominio degli Usa, per altro sempre meno forte, sull’Occidente. La Guerra Fredda è finita da un pezzo, eppure dobbiamo tenerci in casa quest’altra tassa da tempo scaduta. E non c’è Tristo Mietitore che sappia aprire una crepa con la sua lama.

Soprassalti di realismo

Qualche buon vento fa breccia, tuttavia. Il governo inglese, dopo aver vagheggiato immunizzazioni naturali con relativa strage programmata di innocenti, ha deciso il lockdown all’italiana, o quasi: tutti at home, a ripetere the pen is on the table, anche se non smettendo di lavorare. Boris Johnson, BoJo for friends, sta fisicamente male alla prospettiva di limitare le libertà personali e specialmente di inceppare la ruota economica. La salute è importante, ma non proprio così importante. Anche Donald Trump, a cui per alcuni versi si apparenta, recalcitra a estendere il blocco. Ma almeno si sono piegati alla realtà. Un attacco di realismo e dignità ha colpito in piena fronte anche il ministro degli esteri della Repubblica Ceca, Tomáš Petříček, che ha comunicato che la perdita del carico di materiale sanitario ch’era diretto in Italia e inavvertitamente ha fatto perdere le tracce nel suo Paese sarà compensato, in attesa delle indagini, con un pacco di 110 mila mascherine prelevate dalle proprie scorte. Quando si dice rimediare a una figura di palta transfrontaliera.

Peccato che sia fake

Struggente commozione per la morte di don Giuseppe Berardelli, 72enne prete di un paesino del Bergamasco, Casnigo, che ha lasciato questa terra nella notte di domenica 15 marzo. Era trapelata la voce che avesse scelto di sacrificarsi rinunciando al respiratore per donarlo a un paziente più giovane. Le autorità ecclesiastiche hanno smentito. Peccato: mentre si fa un certo qual disdicevole abuso del termine “eroi”, un esempio eroico vero, e non per modo di dire, sarebbe stata una tragica, ma illuminante notizia.

La guerra era un’altra cosa

Nel suo discorso di oggi, il premier Conte ha elogiato il popolo italiano per la tempra che sta mostrando in questa «durissima prova» che è semi-impazzire di sedentarietà, appiccicosità familiare e seghe mentali che fornirà parecchio lavoro agli psicologi e ne sta già dando moltissimo a noi giornalisti (fra mal di schiena e mal di testa, se noi non si prende il virus, un bell’esaurimento psico-fisico non ce lo toglie nessuno). Però, a farsi davvero il mazzo, repetita iuvant e non stufant, sono i sanitari e i medici in prima linea – e questa volta non è la citazione di un telefilm. Ma attenzione al senso della misura, nell’uso delle parole. Lo ha ricordato ieri l’economista Gianfranco La Grassa sulla sua bacheca social. Val la pena di rifletterci un po’ su, dato anche che molti fra voi hanno poco niente da fare: «Continuo a sentire: come in guerra. Io l’ho vissuta. Tutto differente; tutti insieme nei rifugi e anche per le strade (quando non bombardavano). Interi quartieri rasi al suolo con i bombardamenti a tappeto con bombe da mezza tonnellata o più. Tesseramento e impossibilità di trovare non so quanti alimenti; salvo in parte i contadini e i ricconi come mio padre. E poi i giovani in guerra o – dopo l’8 settembre ’43 – deportati in Germania su “tradotte”, cioè carri ferroviari che erano quelli del trasporto merci o bestiame, con 100 persone per ognuno di quelli. Si cacavano l’uno sopra l’altro. E mangiare poco e porcherie come fossero appunto bestiame. E con i bombardamenti (tipo Treviso, Padova, S. Lorenzo a Roma, Milano, ecc.) anche fino a qualche migliaio di morti (comunque almeno centinaia) in 2-3 ore. Troppo lungo il periodo di pace vissuto; nessuno sa più nulla».

Mucho calor

Domanda, o meglio constatazione di Beppe Severgnini, il più english speaking del cucuzzaro, al dottor Carlos Ricardo Pérez Diaz della brigata medica “Henry Reeve” inviata da Cuba (un logistico, 23 specialisti in medicina generale, 3 pneumologi, 3 terapisti intensivi, 3 infettivologi, 3 specialisti dell’emergenza, 15 infermieri, di cui 7 intensivisti): «Molti in Italia lo hanno notato: gli americani, dalla base di Aviano, hanno portato materiale sanitario italiano negli Usa. Voi non siete nostri alleati ma siete venuti ad aiutarci». Risposta: «Non stiamo pensando alla politica estera, siamo qui per condividere ciò che abbiamo. Siamo medici, c’è un popolo a cui serve aiuto, vogliamo dare una mano. Ognuno offre quello che ha dentro» (Corriere della Sera). Scusate, ma al di là delle rispettive retoriche, ma quando ricapita un Severgnini che elogia il popolo del fu Fidel Castro e sputtana così pacificamente il divino Zio Sam? Brividi calienti.

 

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