«Qualche inglese prendeva in giro noi italiani, ora è schizofrenia da lockdown»

Racconto di un’italiana a Londra: le giravolte del premier BoJo, la vita quotidiana, l’orgoglio per il proprio Paese, i dubbi sul futuro. E la metro stracolma as usual

Domenica, dopo due settimane di quarantena da coronavirus, sono andata al parco Hampstead Heath a nord di Londra. Avevo deciso di mettermi in isolamento quando iniziava a farlo l’Italia. Non c’è un motivo preciso, ma io Simone, Francesca, Riccardo, Alessandra, Stefano e chissà quanti altri italiani abbiamo deciso di fare la quarantena come i nostri amici e familiari. Noi italiani, con i piedi qui ma con la testa lì, abbiamo tutti pensato che quello che stava facendo l’Italia fosse giusto. O comunque giusto o sbagliato che fosse, è successo tutto così veloce e con una tale perentorietà che non c’era nemmeno da discutere. Abbiamo guardato la gente sui balconi che cantava, seguito dirette, meme, luci che ci accendevano, applausi, e guardando quei video ci siamo sentiti italiani come non accadeva da tempo. Il primo giorno di quarantena ho dato uno sguardo fuori dalla finestra, la fermata della metro con la coda alle 8.30 di mattina, mentre io mi preparavo con computer e skype aperto per la prima giornata di autoisolamento.

Poi domenica sono uscita, come se all’improvviso mi fossi ricordata che fare una passeggiata e prendere un autobus si può ancora fare, anzi lo fanno proprio tutti. Sono entrata al parco e ho avuto un attacco di schizofrenia, bambini che giocano, partitelle di calcio, gruppi di persone ammassate a fare il pic-nic. Il sole splendeva su Kenwood House -dove è stato girato parte del film Notting Hill- e ho pensato che non sapevo più dove mi trovavo, ma soprattutto dove volevo essere.

La vita di un’italiana/o a Londra ai tempi del coronavirus ha già attraversato diverse fasi. Verso fine febbraio quando l’Italia era su tutti i giornali, quando tutto stava iniziando, c’era la sensazione di essere evitati. Oppure la classica domanda: la tua famiglia tutto bene? Poi siamo stati quelli che -potendo- si sono messi in autoisolamento e a lavorare da casa. “Esagerati”, dicevano. Oggi, per strada, quasi ci riconosciamo, siamo tra i pochi (con gli asiatici) ad avere le mascherine, tra i pochi e cercare di rispettare le distanze, tra i pochi a sapere che è una questione di tempo, perché si poteva imparare e prevenire ma si è deliberatamente deciso di non farlo.

E mentre Londra – e tutto il Regno Unito – si arrende inesorabilmente al destino della quarantena, mi vengono in mente le parole di qualche giorno fa di quel tizio inglese – di cui non voglio nemmeno ricordare il nome – che prendeva in giro gli italiani “in quarantena per una siesta, perché non hanno voglia di lavorare. Mi viene in mente Boris con quella frase letta dal Guardian, “preparatevi a veder morire i vostri cari”. Ma come, mentre dai noi il messaggio era “faremo di tutto per salvarvi tutti, magari non ce la faremo ma ci proveremo per ogni ammalato”. Quando ho sentito la frase di Boris mi sembrava un suicidio politico, una cosa gravissima (oltre che a una cavolata immane, la storia dell’immunità di gregge senza vaccino), e che avrebbe comportato una rivolta. Ma si sa, gli inglesi sono calmi e pacati, qualche petizione firmata sul web, qualche commento infastidito nei social, niente di più. E così preoccupata e orgogliosa dell’Italia che in questi giorni viene metaforicamente accostata a quell’Enea che si carica sulle spalle il vecchio padre Anchise per salvarlo dall’incendio di Troia, mi interrogo su quell’Inghilterra che mi sono scelta, un paese -o meglio i suoi governanti- che si mostra freddo, calcolatore-a tratti ridicolo- ma soprattutto poco lungimirante.

Qualche giorno dopo, senza che nessuno (ma nessuno!) battesse ciglio, Boris inizia a dire che (scherzetto) quelle affermazioni riguardavano solo la preparazione di una serie di fasi, fase 1, fase 2, fase 3. Le morti da coronavirus in Inghilterra stanno aumentando, Londra è pronta per il lockdown. Ieri sera, in tardo pomeriggio, Boris annuncia nella sua conferenza stampa quotidiana che il Regno Unito entra nella fase lockdown, con effetto immediato. Tre settimane di chiusura di tutti i negozi tranne supermercati, farmacie e beni essenziali. Si può uscire solo una volta al giorno e solo per fare sport, spesa o per motivi di salute.

Il 13 marzo era “ne vedrete morire tanti e adottiamo l’immunità di gregge”, dieci giorni dopo è lockdown. A questo punto, la schizofrenia naturalmente non può che aumentare, e non puoi che sentirti sempre più ospite in un paese dalle grandi opportunità e dall’oramai inesistente forza politica.

Dopo le multiple affermazioni di BoJo, si è aperto un nuovo dilemma. Tornare in Italia o restare? Tornare come hanno fatto quelli partiti in massa da Milano a infettare il resto d’Italia? Certo ti dici, loro a Milano o a Napoli hanno un SSN che tutto sommato regge e che comunque vada cercherà di curarli. L’NHS invece… lasciamo perdere. E dunque: restare? Per quanto tempo non potrò tornare? Per quanto tempo non potrò abbracciare i miei cari? Ci ho pensato su, tra un giorno di quarantena e l’altro, tra un messaggio con i concittadini amici qui e gli amici lí in Italia, tra una chiamata zoom e una skype, e alla fine -per ora- è meglio stare qui e scommettere sulla propria giovinezza. Il rischio lontano di poter essere annoverati tra quelle decine di migliaia di asintomatici che fungono da veicolo di trasmissione è un rischio troppo alto, oltre che un azzardo impossibile da giocare sulla propria famiglia. Ma non è facile, perché qualunque cosa succeda, sarebbe meglio essere a casa.

E adesso? Adesso aspettiamo e speriamo che gli inglesi restino a casa, che usino le mascherine, che rispettino la distanza di sicurezza. La metro di Londra questa mattina era piena come al solito, e vedendo le immagini ho pensato che la strada sarà lunga. E molto tortuosa.

I supermercati non hanno pasta o riso o carta igienica (ma poi perché proprio la carta igienica?) da giorni, ieri ho chiesto alla commessa di Sainsbury quando rimettono le confezioni sugli scaffali. Mi guarda sconcertata, senza mascherina e con lo sguardo di chi sa che è solo l’inizio, dicendo che non vengono messi sugli scaffali, la gente li prende direttamente dal muletto quando li portano fuori dal magazzino. Non più di mezz’ora ed è tutto finito. Stockpiling lo chiamano qui, accumulare accumulare accumulare.

Aspetto la protezione civile alle sei di ogni giorno e le conferenze stampa di Conte, quando ci sono. Quelle di Boris non le ho mai viste, leggo solo le notizie riportate dai giornali, così so se devo fare o non fare qualcosa, ma di solito sto già un passo avanti, grazie alla mia schizofrenia dei due paesi.

Vivo in un appartamento sopra una fermata della Piccadilly line, la piccola cucina-soggiorno dà sulla strada principale. Sfrecciano sempre ambulanze, mi sembra che oggi ne passino di più. Metto fuori la testa, il cielo blu senza una nuvola e il sole che splende -già, proprio a Londra- le strade ancora piene, gli autobus girano e la gente passeggia. La primavera sta scoppiando e per questo disastro annunciato (e aspettato) non ci saranno scuse, cari Britons.