Diario del coprifuoco/16: alcol, spaghetti e Arancia Meccanica

I generi che vendono di più sono indicativi del disagio in cui stiamo sprofondando. Ma la crisi imminente srà anche occasione per fare scelte. Diverse o no, spetta anche a noi

Giorno 16. Camminando sento i miei passi, la pressione da coronavirus e qualche suono ovattato che filtra dalle case impaurite. Scendere sotto casa per rifornirsi di cibo e di qualche genere di conforto, soprattutto verso sera, dà quella inquieta eccitazione da sopravvissuto in una città fantasma, come nelle visioni da umanità post-nucleare. A volteggiarmi sopra la testa potrebbe esserci un drone che mi scruta mentre mi fermo a pensare: ma cosa sarà di noi fra qualche mese, fra un anno, ammesso – e voglio sperare concesso – di arrivarci ancora con qualche soldo in tasca? Perchè alla faccia degli altri 25 miliardi promessi dal decretatore Giuseppe Conte, se ci si indebiterà senza copertura avremo i creditori (heil, Merkel!) che ci schiavizzeranno, e dilagherà la miseria comunque: ci dissangueranno strizzandoci goccia dopo goccia, in un futuro che ora nessuno – e per la prima volta nella Storia recente, neppure i cervelloni che sanno di economia e finanza – sa prevedere. Che effetto vi fa, non prederterminare, signori spocchiosi che avete una soluzione per tutto?

Hic sunt Draghi

Hic sunt Dracones. Qui sono i Draghi, nel senso di Mario: lo bramano, i nemici del popolo. L’ex capo della Bce, sguardo torvo e pelle grinzosa non del tutto umana, lui sì che sarebbe amato ai piani alti fra color che decidono. Solo quella egoista da condominio elettorale di Giorgia Meloni non vede che senza un governo politico di unione nazionale si apre l’autostrada in pompa magna per l’uomo preferito dai banchieri, dato che messer Conte, a dispetto dei paroloni churchilliani e della mistica sulla fiducia, in Europa non conta un tubo. Ma forse è già troppo tardi, siamo già spacciati, dopo aver pianto i morti dovremo lacrimare sangue, e sarà la crisi più falcidiante dai tempi dell’ultima guerra mondiale. Ma la crisi, come dice l’etimo greco, è anche una scelta. Cosa vogliamo fare di noi stessi? La domanda è mal posta. Cosa riusciremo a fare, di noi stessi? – ecco quella giusta. Se anche la possibilità stessa di movimento resterà sorvegliata dopo l’emergenza, non saremo più liberi di non far sapere se mingiamo dietro un’aiuola, figurarsi indire attività sediziose per manifestare il dissenso. Ecco perchè è partito il can can sull’indispensabile valore salutare di tenersi incollati al cellulare, previa installazione di app tracciante: è la versione contemporanea della servitù volontaria di cui parlava un saggio francese di cui non vi faccio il nome, tanto poi i libri non li leggete lo stesso, rozzi cibernetici.

Dante e il risentimento

Anche dietro le sbarre si sceglie come vivere la prigionia. Un’occasione c’è sempre, nascosta nell’orrore: chi avrà la pancia vuota e non vedrà benefici dall’essere braccato come un ladro si sentirà escluso, ingannato, inutile, un rifiuto umano, l’avvenire sarà diventato un punto interrogativo e frattanto avrà visto saltare, come stanno saltando ora in poche settimane, uno dopo l’altro, i tabù della vita a cui era abituato (uscire, lavorare, radunarsi, incontrarsi, sfogare gli ormoni a meno di non essere regolarmente familizzato, protestare, scioperare, fare sport, andare a teatro, al cinema, a passeggio, insomma il minimo civile), allora qualcuno, non tutti, magari una parte sufficiente del popolaccio infame vorrà un risarcimento. E lo pretenderà con le buone o con le cattive. E capirà, questo qualcuno sicuramente minoritario – ma da quando le maggioranze a cambianno il corso degli eventi – che senza le fanfaronate spacciate politica (i selfie di Salvini, l’asilo nido delle Sardine, la mediocrità dei 5 Stelle, sul Pd neanche vale la pena di esprimersi perchè, diceva un comico, se li sputo li profumo), senza quell’ammasso di puttanate industriali da consumare come narcotizzanti e pillole dell’incoscienza, senza fare della giustificata paura del morbo una giustificante per metterci il guinzaglio al collo, beh, senza tutto questo magari si vivrà meglio, più umani, meno beoti, smagriti ma vitali. Se i modelli sono gli Stati Uniti da una parte e la Cina dall’altra, due differenti forme di libertà vigilata tipo scimmie ammaestrate, l’Europa potrebbe avere un senso futuro come quello che diede Dante settecento anni fa all’Impero: la giustizia. Sogni, ombre, o premonizioni di un risentimento che sta covando e potrà solo farsi valanga.

Concime

Al supermercato i generi che bruciano più scontrini alla cassa sono i carboidrati (pasta, farina) e gli alcolici. Assieme agli ansiolitici, direi che fanno un bel quadretto del disagio in cui stiamo sprofondando. Ha ragione Crisanti, il microbiologo che più spinge per i tamponi così da accorciare la quarantena collettiva indiscriminata: «Bastava mettere tutte le risorse possibili sui focolai iniziali, come hanno fatto in Giappone, Corea e Taiwan. E invece da noi fino a pochi giorni fa c’erano industrie attive con migliaia di dipendenti, penso soprattutto a Bergamo, per produrre beni peraltro non necessari. Abbiamo voluto difendere il Paese dei balocchi e l’economia anche di fronte alla morte» (Corriere della Sera). Del senno di poi son piene le fosse (comuni, se mi passate la battuta macabra). Siamo nella merda. Possibile concime di distruzioni creatrici. O l’alternativa, per gli amanti del cinema, sarà il finale di “Arancia Meccanica”.

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