«Non dite bugie al 118, ostacolate il nostro lavoro»

Testimonianze di operatori dalla prima linea contro il coronavirus: «Non chiamateci eroi, stiamo solo facendo il nostro lavoro». E sugli specializzandi in corsia: «Mandati allo sbaraglio»

Li hanno definiti angeli o eroi: sono medici, infermieri, soccorritori, tutto il personale della sanità impegnato in Veneto, come nelle altre Regioni (a cominciare dalla Lombardia), in prima linea nell’emergenza Coronavirus. «Stiamo solo facendo il nostro lavoro», dicono. Tra ore di straordinario e protezioni individuali ormai esaurite, convivono ormai da settimane con il rischio del contagio. Spesso hanno raccontato disagi e difficoltà sui social. Noi abbiamo raccolto due testimonianze, mantenendo l’anonimato richiesto.

Problemi di testa a stare chiusi in casa

«Le mascherine? Ce ne danno una al mattino e deve bastare per tutto il giorno. Al posto dei calzari stiamo usando i sacchetti delle immondizie. Non ne abbiamo più». A raccontarlo è un operatore che lavora in un ospedale del Vicentino. Oggi è tutto più difficile: «Continuano ad aumentare i contagiati, i malati. E la gente comincia a sclerare. Persone normalissime che non hanno mai avuto disagi mentali che vanno fuori di testa dopo 15 giorni chiuse in casa. Perchè non possono uscire. Se andrà avanti ancora la quarantena o comunque il periodo di clausura temo che queste situazioni siano destinate ad aumentare. Sperando che non si arrivi a episodi di suicidio. Il timore c’è». Ma la paura del contagio, dice, non è ancora così diffusa: «Vedo anche gente molto tranquilla, quando vado al lavoro in ospedale. Tante persone a piedi per le strade e sinceramente non capisco cosa facciano in giro. Ho l’impressione che a qualcuno non importi del virus, altrimenti ci penserebbe due volte prima di uscire». I turni di lavoro inevitabilmente aumentano e non solo per i ricoverati: «Dobbiamo coprire anche i colleghi malati o comunque contagiati dal Coronavirus. A volte saltano i riposi perchè il personale è sempre lo stesso ma i turni vanno coperti tutti. Tra l’altro con la riorganizzazione all’interno degli ospedali e l’area Covid-19 appositamente creata, ci sono più spazi da gestire, e quindi in teoria la necessità di avere più personale perchè si cerca di tenere separate le aree destinate all’emergenza ma non è sempre facile farlo».

«Tamponi? Ancora non a tutti»

Le difficoltà non si contano: «Tutto diventa pesante. Lavorare con le protezioni è più complicato e dopo tante ore la stanchezza si sente. Chi opera nelle ambulanze deve vestirsi ad ogni uscita e poi sanificare il mezzo ad ogni trasporto di un paziente. I tamponi? Non li hanno ancora fatti a tutti». E al 118 si registra un problema in più: «L’invito a chi chiama è di essere sinceri. Non mentire sulle proprie condizioni come sta accadendo in diverse strutture o nascondere di essere stati a Milano o nei luoghi più colpiti. Ci sono persone che non dicono di avere i sintomi del Coronavirus, febbre, tosse e difficoltà respiratorie, forse perchè temono che il 118 non vada a prenderli. Oppure al contrario, raccontano di stare male perchè arrivi l’ambulanza e li sottoponga al tampone. Così complicano il lavoro dei soccorritori. La sincerità è il modo migliore per consentire agli operatori di proteggersi e di aiutare». Sentirsi elogiare per l’esempio eroico fa storcere il naso, al nostro interlocutore: «Stiamo solo facendo il nostro lavoro con umiltà. Sperando che vada tutto bene. Cerchiamo di prendere ogni precauzione perchè ci vuole un attimo ad essere contagiati. Paura? Personalmente no, il timore è contagiare mia famiglia, chi mi sta vicino. Perchè si muore da Coronavirus, e ho visto anche giovani colpiti. Ci vuole grande attenzione e quindi state a casa».

«Stiamo pagando il prezzo dei tagli»

«Ogni giorno si sente dire: le mascherine sono state ordinate, prenotate, pagate. Ma anche: qualche ordine non è stato evaso, c’è una consegna bloccata. Insomma, non fate proclami finchè non avete le dotazioni in mano». A è un altro operatore, questa volta del Veronese. «I Dpi mancano nei reparti, al 118, agli operatori dell’emergenza. Si sta anche cercando di non sprecarli, li utilizza solo chi viene a contatto diretto col paziente, ma non bastano comunque». Dalle corsie sale un grido d’aiuto alle istituzioni: «Ci sono due aspetti da considerare. Il primo: serve una migliore gestione degli ospedali. Dopo tagli, tagli e ancora tagli i risultati si vedono e ne stiamo pagando il prezzo. E il secondo è l’impiego di neolaureati e specializzandi. Non per togliere meriti a chi ha appena finito di studiare e ha iniziato un percorso nelle strutture ospedaliere, ma non possono essere mandati così in pronto soccorso, in rianimazione, in terapia intensiva, al 118. Avrebbero bisogno di fare esperienza, la cosiddetta gavetta, partendo dal basso. Dovrebbero andare per step, un po’ alla volta. Così si trovano lì da un giorno all’altro, non sono pronti».

«Abbiate rispetto del nostro lavoro, anche dopo»

A sostenere l’animo a fine turno, quando si finisce esausti, resta l’orgoglio di fare il proprio dovere professionale: «Vorrei solo che tutto questo finisse. E’ il mio lavoro, l’ho scelto e conosco i rischi a cui vado incontro. Ho paura di portare il virus a casa, ma io non tocco nessuno, mi spoglio fuori e faccio subito la doccia, nonostante ciò la possibilità di essere contaminato esiste. Tra l’altro noi ci siamo resi subito conto della gravità, ma mi sembra che alcune persone non abbiano ancora capito. Qualcuno pensa di essere immune. Vedo parchi, piste ciclabili e pedonali con la gente, in compagnia, che se la racconta: chi a piedi, chi col cane, altri di corsa. Tanto sono all’aperto, dicono. Attenzione, non funziona così. Alla gente devo chiedere una cosa: quando tutto sarà finito, ricordatevi di noi e di quello che stiamo facendo. Chiediamo rispetto, troppo spesso ci prendiamo insulti perchè l’ambulanza non arriva, perchè in pronto soccorso c’è da aspettare, perchè le infermiere in reparto tardano a rispondere al paziente. Succede perchè ci sono emergenze e priorità da gestire, non lo facciamo per divertimento».

(ph: imagoeconomica)