Caro direttore, sull’Europa travolta dal virus sbagli

Il cosiddetto “neo-liberismo” è un fantasma inesistente. E le possibili alternative ai difetti della Ue sono peggiori dei suoi mali. Meglio cercare di riformarla, anzichè voler distruggerla

Caro direttore,

non sono d’accordo con te, sull’Europa. Sono ormai in molti a sostenere che globalizzazione, Stati nazionali e federalismo europeo sono in crisi. Si irride persino a quei pilastri della civiltà che sono le libertà civili e la solidarietà. Alcuni si scagliano contro il consumismo di massa attribuendo le spese compulsive a un ordine impartito ipnoticamente da chissà quale persuasore occulto. Qualche vetero marxista o marxista inconscio forse pensa all’implicita “intelligenza” del Kapitale. Se la prendono soprattutto con la Bce considerandola uno dei maggiori colpevoli della mancata crescita economica e persino responsabile della difficoltà di fare fronte all’emergenza Covid-19.

Gli opposti mantra sono la sopravvalutazione o la sottovalutazione del debito pubblico dei singoli Stati che non sono più monetariamente sovrani. Con una differenza sostanziale: la Bce tiene le redini ben strette e frena la corsa a un indebitamento incontrollabile che ha già prodotto la crisi della Grecia e potrebbe coinvolgere l’Italia stessa. Allo stesso tempo, interviene sui mercati quando necessario e ponendo alcune condizioni opportunamente contrattate. Chi è per le politiche nazionali di indebitamento e di politiche monetarie autonome dalla Bce, non si preoccupa invece dell’importanza di tenere la finanza sotto controllo.

Nel discorso dei sovranisti monetari – e dei sovranisti tout-court – non entra mai una parola essenziale: “inflazione”! Il pericolo di vedere il valore del denaro diminuire rapidamente l’abbiamo già vissuto drammaticamente nel dopoguerra e in misura meno grave, ma inquietante, negli anni Settanta e Ottanta. Ricordiamoci che un caffè che oggi costa un solo euro, ci costava ridicole millecinquecento lire! E all’estero tutto era carissimo quando la lira si svalutava e succedeva spesso. In altri Paesi, tra cui la Germania di Weimar, l’economia e la società furono devastate dall’inflazione che un’immissione sconsiderata di carta moneta inevitabilmente provoca. L’inflazione può effettivamente essere assorbita quando esistono margini di sviluppo, una società giovane e imprenditori disposti a investire con visioni di lungo termine. Non è il caso dell’Europa di oggi, e men che meno della ancor più vecchia Italia. Inoltre, stampare moneta e aumentare il debito dello Stato verso i privati in modo sconsiderato implica che si devono pagare tassi di interesse più alti perché nessuno compra titoli insicuri se non obbligato.

Tanto meno di uno Stato nazionale come l’Italia (o la Grecia di ieri) che è già indebitata. Chi mai presterebbe soldi a una persona che ha già molti debiti? E chi vorrebbe che al momento di essere rimborsato dei crediti fatti allo Stato, scopra che non valgono più niente? L’economia e la finanza sono una cosa seria e non le si possono liquidare con discorsi di archeologia ideologica del Novecento. Tra le vecchie parole annoveriamo neoliberismo, socialismo e politiche keynesiane in deficit: bene se si tratta di sistemi economici chiusi com’era prima della Seconda guerra mondiale. Ma se si può agevolmente comprare all’estero, il deficit provoca solo inflazione. Usare la parola neoliberismo oggi non significa più nulla salvo reiterare un linguaggio superato. Neoliberismo è una parola sbagliata ripetuta da voci ormai afone. Di liberismo, di economia di mercato, non c’è nulla, di nuovo ancor meno: ci troviamo in un mercato corporativo controllato da grandi gruppi oligopolisti che tendono a fondersi ulteriormente tra loro (vedi PSA e FCA). Peggio ancora, proprio a causa della loro grandezza e potenza, le oligarchie che li controllano, esercitano un’influenza sostanziale sui governi.

I governi e gli Stati – democratici o autoritari – erano delle autorità abbastanza indipendenti dal capitale privato. Si dedicavano alla politica estera e alcuni servizi essenziali tra cui la giustizia (talora regionale) e gli eserciti. Intervenivano il meno possibile sui mercati la cui indipendenza rappresentava un diritto civile basilare. La situazione non è mai stata così idilliaca come la sto descrivendo, ma oggi questa separazione è completamente saltata. Le divisioni non avvengono più tra Stati, ma all’interno di ciascun Stato, di ogni governo che prende ordini anziché impartirli. Il sistema attuale è piuttosto un sistema corporativo oligarchico globale. Di queste corporazioni fanno parte anche le grandi strutture del welfare, dalle pensioni alla sanità. Molti dei diritti che vengono pretestuosamente difesi usando un linguaggio “democratico”, sono in effetti veri privilegi delle grandi organizzazioni, inclusi i sindacati che ormai trattano più per conto del grande capitale che per una svanita classe operaia. Un vero liberismo sarebbe una buona idea, ma se cade il potere delle corporazioni e della finanza, si passa dal disagio alla tragedia com’è successo in Russia dopo la caduta dello Stato sovietico. Rimane possibile però ricostruire la rete delle piccole aziende e comunità che operano sui mercati locali in regime di libera (o quasi) concorrenza.

La crisi degli Stati nazionali non è un fenomeno degli ultimi anni. Sono almeno tre decenni che la globalizzazione ha favorito un sistema di libero scambio tale per cui esiste una sola economia fortemente integrata per le produzioni essenziali e per gran parte di quelle secondarie. Tornare agli Stati nazionali non si può a meno di non correre rischi di recessioni gravissime. Per non parlare di rischi politici e militari: “dove non passano le merci passano gli eserciti” scriveva Bastiat citato da Bismarck. È questo quello di cui andiamo in cerca? Limitandoci all’Ue, non è realistico pensare che l’Europa sia formata da Stati sovrani come si intendevano una volta: al netto del linguaggio retorico, siamo molti più simili a un gruppo di regioni o a una federazione. La moneta unica e le normative comuni sono una conseguenza della struttura produttiva europea e mondiale, e di una nuova geografia economica non più basata sugli scambi commerciali, ma sulla libera circolazione delle merci. I territori europei dipendono l’uno dall’altro.

Quel che va bene per la Germania, va bene per l’Italia e per la Francia e viceversa: i governi possono rubarsi a vicenda le caramelle come bambini discoli; ma quando si tratta di relazioni serie, contano poco. Noi italiani del Nord sappiamo bene cosa significa trascinare il fardello delle Regioni del Sud e chiediamo a esse di farsi parte attiva dello sviluppo senza chiedere sempre e solo assistenza. Lo stesso vale per l’Italia nel suo complesso: sbaglia se chiede all’Europa assistenzialismo rimanendone dipendente. Se invece ottempera alle regole, può trattare alla pari e non andare con il cappello in mano a Bruxelles così come fanno i meridionali a Roma. Bisogna superare questo complesso di inferiorità: ce la possiamo fare. Né possiamo pensare ancora in termini novecenteschi alla Francia e alla Germania come “nemici” e nemmeno come concorrenti: siamo sulla stessa barca e il timone lo prende a turno chi ha più autorità; e l’autorità si conquista agendo con serietà e rispondendo ai poteri corporativi non certo ai sentimenti popolari.

Cosa sortirà dalla crisi, se dalla crisi del Covid-19 si uscirà davvero? Lo scenario della dissoluzione dell’unione Europea è possibile e auspicato dagli archeosovranisti che agiscono per sfasciare tutto. Più verosimilmente, si rafforzeranno i poteri finanziari europei poiché tutti avranno bisogno di liquidità e politiche di recupero e sviluppo. Gli eurobonds, per contrastare i danni portati dall’eurovirus potrebbero costituire un passo importante verso un’ulteriore integrazione. Non sarà una soluzione ottimale, ma non ce n’è di meglio. Politicamente, non resta che incalzare le istituzioni europee a riformarsi, a integrarsi e a rendersi più vicine agli elettori al fine di essere legittimate nelle proprie scelte e creare il consenso.

(ph: Shutterstock)