Diario del coprifuoco/18: i cattolici tradurranno in fatti le parole del Papa?

Il messaggio di Bergoglio ha un valore che va oltre la fede. Speriamo che questa sia la volta buona per chi crede, ma non pratica

Giorno 18. Un papa che parla davanti al vuoto è la vertigine surreale di un mondo avvolto nella paura. Non si era mai visto un Vicario di Cristo pregare in una piazza San Pietro deserta, calata in un assordante silenzio, neppure nelle fantasie cinematografiche di un Sorrentino. Il contatto fisico, che è la grande vittima dei domiciliari a cui le popolazioni della Terra si stanno sottoponendo una dopo l’altra, ha dissolto la presenza del popolo di credenti, attoniti e affascinati dalla scena diffusa via etere e sulla Rete.

Le parole proferite da Francesco non possono non suscitare una vivida impressione: Dio era morto, ha sostanzialmente detto il pastore del cattolicesimo, ma ora può rinascere. Era morto nell’interiorità dell’uomo affannato a inseguire idoli fasulli. Tre, in particolare, i passaggi più forti. Il primo, là dove Bergoglio ha additato lo sradicamento e la superficialità di uno stile di vita trionfio e imbesuito, che ha indebolito la nostra fibra umana: «La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità». Il secondo, quando ha evocato l’appartenenza e il sentimento di fraternità: «Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli». Terzo, il punto, forse il più profondo, quando ha infilato il dito nella piaga, l’arroganza idiota di chi sa di andare a farsi male ma avanza comunque nell’autodistruzione: «Siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato». Poi, infondendo eccezionalità al momento, ha concesso l’indulgenza plenaria dei peccati e ha impartito la benedizione Urbi et orbi, implorando Dio di svegliarsi: «non lasciarci in balia della tempesta».

Per chi crede, è stato un momento altissimo, di enorme potenza. Ma anche per chi non crede, o vive con altro credo, il messaggio è sottoscrivibilissimo. Dio magari non rinascerà per tutti, ma quel che ha voluto dire il Pontefice della Chiesa di Roma è che non possiamo più permetterci di essere come prima: piccoli, gretti, illusi, bugiardi, ciechi, malati dentro. Nel suo gesto simbolico papa Francesco ha in pratica condannato la civiltà ricca e fanatica fondata sull’abolizione del senso del limite. E questo è molto umano, non solo cristiano – e specialmente cattolico, visto che sul piano religioso, al protestantesimo dobbiamo la vittoria planetaria dell’avidità di guadagno, sempre per citare il suo discorso. Se le pecorelle del gregge tirassero le conseguenze ultime dell’invito papale, allora forse prenderebbe vita un sommovimento mondiale che assieme a laici e fedeli di altri culti rimetterebbe la compulsione da profitto e le follie finanziarie dove devono stare: sotto, non sopra i bisogni degli uomini, anche e soprattutto se anti-economici. Chi scrive, tuttavia, non ci scommetterebbe un nichelino. Perchè non è dalle pie intenzioni, dagli abbracci universali, dalle preci alla Madonna che passano i cambiamenti storici. E non è la prima volta, come non è il primo titolare della Cattedra di San Pietro che ammonisce i fedeli a piantarla di razzolare male, seguaci più di Mammona che di Domineddio. Si spera che la paura di morire, la strage di innocenti e le file per il pane riescano là dove il semplice verbo ha fallito finora. Ne va della salute e del futuro di tutti. Non solo di chi si è commosso di fronte a un papa commosso. Da ringraziare.

 

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