Dopo la quarantena facciamo Mucchio Selvaggio

Tener duro. Per reagire poi, quando non ci sarà più niente a cui tributare riconoscenza. Sperando di uscire dalla lunga notte di disperazione

Tengo duro. Già solo per il fatto che mi ha praticamente costretto ad interrompere la mia partita a Fifa 11 – sì gioco ad un videogame in cui Kakà è ancora top player mondiale perché la Play mi si è fusa in estate per un fulmine – Conte mi ha inspiegabilmente provocato un solletico viscerale al fegato, un biglietto di sola andata per starmi sulle palle, ma mi tocca sciropparmelo comunque, per zittire quel senso infame di responsabilità civica che mi impone di fare come i protagonisti isterici dei film apocalittici, tutti davanti alla Tv a sentire il Presidente attaccare pippotti banali sul fuoco e le fiamme, i terremoti, gli alieni, i ceppi virali che c’ammazzeranno tutti.

“Sta pure in ritardo, ‘sto menomato”, penso tra me e me mentre sullo sfondo ho un Wycombe–Arsenal di FA Cup da disputare, e il Wycombe sono ovviamente io, perché è sempre meglio essere Davide e non Golia, se poi ammazzi Golia il godimento sadico esplode e, quando ti va bene, magari tu stesso diventi Golia. Tengo duro. Alla fine, passa pure questo ignobile ritardo, degno della più classica pischella anni ’80 che ti fa aspettare in macchina perché deve cotonarsi i capelli laccati di benessere, e compare il nostro “Eroe dei due mondi”, Giuseppe detto Giuseppi, la reincarnazione delle DC che ci guarda negli occhi con il fare spavaldo di uno che vuole trasportarci per i capelli in camera da letto e darci sotto di foga. Ci dice che le industrie non essenziali chiuderanno a breve. Ci sta dicendo che si ferma il paese, si ferma la produzione, si ferma l’economia e ce lo dice cercando disperatamente di trovare la frequenza giusta, la frequenza dei nostri cuori nazional-popolari.

Alla fine, sembra un Andreotti ancora più retorico che si è dato al soft-porn assieme ad Antonio Zequila. L’ha trovata, la frequenza. Quasi ci starei. Dovrei essere felice perché sta accadendo quello a cui CB auspicava anni fa – specifico per la generazione dei duemila, tutta Sfera Ebbasta, cannette e asse figa/calcio, che CB non sta per Calciatori Brutti ma per Carmelo Bene, un tizio un po’ sclerato che amava sputare in faccia alla gente – ma non riesco proprio a stare sereno, “questo è proprio un bel bordello, è proprio un bel cazzo di bordello”.

Mi sto imborghesendo, penso alla produzione e ai posti di lavoro e non alla distruzione anarchica del tessuto sociale, della macchina Stato, della realtà capitalistica, sì mi sono imborghesito non ci sono altre spiegazioni, non c’è giustificazione. Però non posso fare a meno di pensare a quello che sarà, di notte ci penso e sogno una scena rivelatrice quasi evangelica, un messaggio di Nostro Signore che stimola l’epifania con un’immagine cruda, un piccione che la fa in bocca ad un 40enne che canta dai balconi che “andrà tutto bene”, è un’immagine potente e allora mi sveglio tutto sudato anche se è marzo e fa ancora freddo ma lo sgomento è troppo forte. Troppo, troppo forte. Capisco che c’è qualcosa che non va quindi cerco rassicurazioni sul telefono, su internet, apro Facebook, ci sono solo notizie dai miei contatti invasati sulla stipula sempre più prossima del Mes, del fatto che tra poco saremo ridotti come la Grecia, che smantelleranno del tutto la nostra realtà industriale, che il nostro Debito Pubblico crescerà (Alleluia!) ancora invece di scendere, manco fossimo al Bar Sport dove quel bastardo di nostro zio addebita le birre sul nostro conto senza dirci una minchia, che diventeremo le vittime sacrificali di nuovi Maya, stavolta europei, stavolta tecnocrati, che ci taglieranno tutto il tagliabile, sanità, cultura, scuola, università, ricerca, difesa, infrastrutture, i capelli, la barba, gli attributi e le vene.

O forse no, le vene ce le taglieremo da soli, perché saremo disperati e loro le mani non se lo sporcano, non si reputano assassini. Tengo duro. Il caffè induce a riflessioni importanti alla mattina, quando ti sei appena risvegliato da una rivelazione mistica. Maturo la consapevolezza che quando tutto sarà finito scenderà l’inferno in terra, un girone tutto per noi che siamo colpevoli di essere Untermenschen, figli di tante puttane italiane, puttane già solo per essere italiane. E capisco cosa dovrà fare la mia generazione e la successiva che solitamente alimentano inerzie fisiche e quantistiche sui divani, usando la forza che rompe la gravità solo per far andare forte un dito sul telefono e gettare sperma neurologico sulle foto di ragazzine semi-vogliose su Instagram, dobbiamo fare “mucchio selvaggio”, un mucchio collettivo che imbracci non tanto la speranza ma la disperazione per l’annientamento della nostra volontà popolare, collettiva, democratica, un mucchio giovanile come non se ne vedono da anni in Italia, che sia pacifico, che sia violento – ma va ammesso che se c’è la disperazione non ci può essere spazio per il pacifismo.

Dobbiamo ristabilire il “mucchio selvaggio” in un epoca in cui di mucchi selvaggi se ne vedono solo ai concerti e allo stadio, in cui pure la mitica rivista “Mucchio selvaggio” ha chiuso i battenti lasciando un vuoto enorme nel panorama della critica musicale, in cui non ci sono testimonianze attendibili di orge se non quelle di potere, in un momento storico in cui viene vietato qualsiasi assembramento umano per paura di un virus nato da uno stronzo che ha mangiato un pipistrello, sviluppato per l’ingordigia di un capitalismo spietato che nell’atto stesso di produrre utili non si accorge che un ladro gli sta entrando in casa e sta mettendo le mani su sua moglie che dorme nella porzione di letto proprio affianco alla sua.

Quando tutto questo sarà terminato bisognerà costituire “mucchi selvaggi” che siano più forti del dovuto, perché non ci sarà più niente verso cui essere riconoscenti, la gente kafkianamente si sveglierà la mattina e si accorgerà di essersi trasformata in un mostro che tutti schifano, il disoccupato, mentre l’egoismo collettivo monterà e chi avrà ancora un lavoro lotterà contro i propri simili, in una lunga notte di lotte al ribasso, alzando le spalle e vomitando “chi c’è c’è, chi non c’è non c’è, chi è stato è stato e chi è stato non è”, avrebbero cantato i CSI. Tengo duro in questa quarantena totalmente isolata in uno spazio determinato di 120 metri quadri. Una prigione dorata in cui tengo duro e spero di tenere duro ancora a lungo, nella speranza di vedere presto “mucchi selvaggi” diffondersi come macchie sull’epidermide di questa società, anche se so in cuor mio che non succederà mai, ma la speranza non è mai negativa se in quarantena non hai altro da afferrare. Tengo duro, ancora qualche tempo, ancora qualche secolo, tengo duro.

Matteo Persico

(ph. screenshot dal film Il mucchio selvaggio)

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