«Il trauma di non poter dare l’ultimo saluto, ecco come superarlo»

La psicoterapeua veronese Corvino: «Manca la possibilità di elaborare il lutto, si deve affrontare il senso di colpa»

«Nei lutti dell’emergenza Coronavirus mancano la cura della salma e il rito funerario. E questo crea un blocco emozionale, un trauma». Mariapia Corvino  fa la psicoterapeuta a Verona.  Forte di un master di specializzazione in “EMDR – Schema Terapy” ovvero l’elaborazione del trauma, sta predisponendo un progetto sull'”elaborazione del lutto in assenza di salma” che sarà presentato e finanziato dalla Comunità Europea. Un documento che partirà dall’osservazione dei familiari che non possono salutare i propri cari scomparsi, con funerali che non vengono celebrati per il rischio contagio. La dottoressa anticipa che «dovrebbe coprire tutto il Veneto ma ci piacerebbe estenderlo anche alla Lombardia, cioè le due regioni più colpite coinvolgendo tutta la popolazione che ha subito un lutto per la pandemia».

«Manca la cura della salma»

Elaborare un lutto nell’emergenza Coronavirus diventa ancora più difficile, per la distanza dal defunto. «In generale, ci sono due fasi preliminari – spiega la psicologa – La prima è la sensazione di choc, accompagnata spesso da disturbi somatici tipo inappetenza, disturbi del sonno, irrequietezza. Il secondo step sono tutte le preoccupazioni relative all’immagine del defunto che di solito risolviamo con i riti funerari. Prendersi cura della salma, abbellirla, ornarla, scegliere l’abito da far indossare è un passaggio fondamentale e cruciale. Perchè questa immagine è quella che ci terremo accanto durante la fase di elaborazione ma in questi casi non è possibile farlo». Quanso il lutto è elaborato, compiuto, «ci sono alcune frasi tipiche che ce lo dicono: ‘Mi sembra di averlo qui con me’, ‘Ci parlo e mi consiglia’. Perchè il legame con la persona scomparsa rimane ma si trasforma: se c’è la pacificazione con la salma si arriva ad una visione serena, che non significa priva di tristezza o di senso di vuoto ma vuol dire trovare un altro tipo di legame con il defunto». Senza poter accedere al corpo del defunto, continua la Corvino, «rischiamo di restare bloccati in una situazione emotiva che si esprime con sintomi come ostilità, irritabilità, dissociazione, ansia e depressione. Il rito funerario ha anche un’altra funzione, quella di contenere l’emozione: i riti sono i nostri psicofarmaci naturali e in questi lutti non possono esserci, niente funerale, niente saluto. Quando dopo due anni una persona dice “non riesco ancora a perdonarmi di non averlo salutato” è chiaro che il processo è bloccato».

Senso di colpa e disperazione

Il trauma si supera con l’aiuto di un professionista: «Molto dipende anche dal tipo di attaccamento con la persona scomparsa. Ci sono persone che tendono alla dipendenza o che hanno altri lutti traumatici alle spalle: per loro sarà quasi indispensabile l’aiuto di uno psicoterapeuta. Se potessi dare un consiglio direi ai sanitari di permettere ai familiari di partecipare al rito della preparazione del defunto, potrebbero scegliere il vestito o i fiori che lo accompagneranno o ancora, come facevano gli egizi, un oggetto da porre nella bara». Un altro sentimento forte, ancora di più in casi come quelli da coronavirus, è il senso di colpa: «In queste situazioni si sviluppa legato al contagio cioè sono stato io a farlo ammalare. E allora arrivano pensieri come “Se quella sera non avessi visto o se non l’avessi invitato a cena forse non sarebbe successo”. Sono irrazionali ma sono un momento di passaggio. Così come le ultime ore con il proprio caro senza averlo salutato: “Quando è arrivata l’ambulanza invece di stare lì a tenergli la mano sono andata a cercargli un pigiama ed era l’ultima volta che lo vedevo”. Hanno un peso ma è fisiologico. Potrebbe essere un sentimento più complicato se poco prima ci fosse stato un conflitto, un litigio. Se con la persona che abbiamo perso avevamo una relazione conflittuale. Ma anche questo fa parte della vita. Non significa che non c’era amore, cura, attenzione». Mentre la disperazione è un sentimento sorprendetemente positivo: «Il pianto disperato e l’angoscia arrivano come risposta ad un comportamento di ricerca: quando mi accorgo che la persona non c’è mi dispero ma ogni volta che me ne rendo conto permetto al mio cervello di elaborare l’assenza. La disperazione può durare qualche mese ma preoccupa meno, perchè significa che il percorso sta andando come deve».