«Sanità in Veneto non privatizzata come in Lombardia. Ma non abbastanza pubblica»

Il sociologo Bettin, presidente della municipalità di Marghera: «Zaia ha il merito di aver appoggiato il modello Vo’. Ma é pericoloso confondere piano tecnico e politico nel punto stampa quotidiano, come fa anche Brugnaro»

«Sembra normale che, in Veneto e a Venezia, per avere i dati e le notizie ufficiali sulla drammatica crisi da Coronavirus si sia costretti ad ascoltare, ad assorbire, a essere comunque esposti, alla sola voce e alle relative opinioni di politici – il presidente, i sindaci – che hanno sequestrato la comunicazione pubblica e istituzionale su questo tema, invece che affidarla a tecnici (medici, scienziati, ricercatori) e funzionari (della Protezione Civile o dell’amministrazione)?». Gianfranco Bettin, presidente della Municipalità di Marghera, pone un problema «che non riguarda solo Zaia o Brugnaro, ma anche Vincenzo De Luca in Campania o Attilio Fontana in Lombardia, per certi versi anche il premier Conte quando fa gli annunci in diretta: confondere il piano politico con quello tecnico». Bettin, sociologo, punto di riferimento della sinistra ambientalista veneta, non mette in dubbio «il fatto che il governatore e il sindaco di Venezia siano impegnati a fondo nell’emergenza da coronavirus, che sentano la tragedia, e anch’io come amministratore li sento vicini». Ma la questione è di fondo: «Non è vero che non importa se il gatto è nero o rosso purché prenda i topi, come disse chi poi divenne il massacratore di Piazza Tienanmen. In democrazia il colore del gatto, cioè il metodo utilizzato, è sostanza importante. E lo è anche di più nei momenti di crisi, perché è proprio in quei momenti che si misurano la sua qualità e la sua tenuta».

Secondo Bettin «dovrebbe esserci, come si fa a livello nazionale con Borrelli, il commissario Arcuri e l’Istituto Nazionale di Sanità, un punto informativo quotidiano affidato ai tecnici. Non voglio polemizzare, segnalo che compenetrare nella stessa persona il ruolo della comunicazione degli aggiornamenti e dei dati con quello delle decisioni politiche crea un cortocircuito, una situazione di occupazione totale delle scena». Con un rischio che riguarda tutti coloro, in primis i giornalisti, che pongono dubbi o avanzano critiche: «Chi obbietta o chiede semplicemente chiarimenti può essere accusato di far perdere tempo, o di essere un sabotatore». Una correzione per i politici potrebbe consistere nell’autolimitarsi: anzichè un appuntamento giornaliero, da riservare ai responsabili sanitari e di soccorso, un punto della situazione «ogni tanto, dandosi una misura». Il nodo sta «nel monopolio dell’informazione in quel dato momento, che diventa per tutti la Verità». I cittadini però potrebbero percepire i rappresentanti delle istituzioni come lontani, non abbastanza “al fronte”. «Sì, e infatti contro Brugnaro c’è stata una polemica simile, che io non ho condiviso, perchè all’inizio aveva attenuato la sua abituale presenza sui social. Ora fa uno show quotidiano». Tuttavia, continua Bettin, «va anche bene, sarebbe sufficiente farne meno, anche per dare maggior peso a ciò che dice un amministratore. Non dimentichiamoci che, anche se spostate in autunno, quest’anno ci sono le elezioni, a Venezia e in Veneto».

La Regione guidata dal leghista Zaia sta reggendo meglio l’impatto con il contagio rispetto alla Lombardia, dopo anni di attestati sull’eccellenza del suo sistema sanitario. Ma le strutture ospedaliere, specialmente nei reparti di terapia intensiva, sono comunque sotto un immane stress, il personale non è difeso, l’apertura di Covid Hospital sta creando scompensi territoriali. Per Bettin bisognerà rivedere anche qui le priorità sulla politica della salute: «Il Veneto ha cominciato male come la Lombardia, ma poi ha reagito meglio grazie al professor Crisanti, che ha fatto comprendere l’importanza dell’isolamento da chi proveniva dalla Cina e ha sperimentato il modello Vo’ con i tamponi. E Zaia ha il merito di averlo appoggiato, dopo aver inizialmente oscillato, come quando il governo impose le zone rosse e lui sosteneva che qui era tutto sotto controllo». La differenza strutturale con la Lombardia è però un’altra: «La minore privatizzazione, che ha permesso che la sanità veneta fosse più reattiva. Questo significa che passata l’emergenza occorrerà però potenziare la rete sul territorio, e può farlo solo il pubblico che non ha il problema del guadagno, mentre al privato non conviene investire nella prevenzione. Lo vediamo anche nella produzione di mascherine o tamponi: la nostra industria non le faceva più perchè non ci guadagna». E’ la «centralità del pubblico» il futuro, archiviando l’epoca delle «razionalizzazioni, come venivano chiamati i risparmi sulle strutture e gli organici. Non essere andati troppo verso il modello lombardo ci ha preservati, ma esserci andati abbastanza vicini ci ha messi in difficoltà».

(ph: Facebook Gianfranco Bettin)