Diario del coprifuoco/21: la fase Rem del caos prossimo venturo

Si è risvegliato Grillo e rilancia il reddito di cittadinanza, ma addirittura universale. Una boutade: il suo Movimento è ormai un’appendice del Pd. Commissariati dalla Ue o no, sorgerà comunque qualcosa di nuovo. Ma intanto il popolo ha fame. E Conte può concedere solo le famose brioches di Maria Antonietta

Giorno 21. Se ne erano le perse le tracce, ma è ricomparso: Beppe Grillo dal suo blog personale ha rispolverato la radicalità delle origini riproponendo la versione autentica del reddito di cittadinanza: il basic income, il reddito universale, «incondizionato», dalla nascita, «sola panacea al collasso del sistema». Possibilità che passi: zero. Primo, perchè bisognerebbbe tassare i colossi informatici, petroliferi, finanziari che messi a confronto con il contribuente medio pagano al fisco degli Stati cifre risibili, quando le pagano. Bill Gates e Mark Zuckerberg saranno anche d’accordo, da pseudo-illuministi manipolatori quali sono, ma sappiamo tutti benissimo, Grillo incluso, che le multinazionali agiscono nella più sfacciata anarchia, e si contano sulla dita di una mano le volte che hanno dovuto piegarsi a qualche multa. In secondo luogo, non è per salvare il sistema, ma semmai per edificarne uno nuovo, se e solo se si incrinerà questo, istituzionalizzato in roccaforti (Ue-Bce, Nato, Fmi) che non è affatto detto crollino, soltanto insomma se le condizioni politiche muteranno abbastanza in profondità, avrà un senso fattibile pensare di «stravolgere il nostro status quo», come scrive il fondatore del Movimento 5 Stelle. La visione di un diritto di base al reddito presuppone l’abbandono dell’intera concezione moderna, sia capitalista che marxista, della centralità del lavoro (senza contare, lo diciamo a titolo di personale opinione, che un diritto senza un corrispondente dovere – di fornire un servizio sociale e civile, anzitutto – non è un diritto, è un regalo). L’intento rivoluzionario del vecchio Beppe è condivisibile nell’ispirazione di fondo, ma ha il difetto di non trovare, almeno al momento, nessun soggetto politico che abbia la volontà e la capacità di raccoglierlo e farlo proprio. Ha voluto imborghesire molto più del necessario la sua creatura, consegnandola all’abbraccio mortale con il Pd, che è ancora più filo-establishment della Lega? E allora adesso fa il saggio che parla alla luna. I grillini con il Pd stanno mettendo appunto un “reddito di emergenza” (Rem), 800 euro mensili per due mesi per chi resta senza il becco di un quattrino in entrata, a fronte di una semplice autocertificazione. C’è una tale strizza che dalle case gli italiani escano con la mazza, e non per farsi un giretto con il cane, che stanno correndo a erogare un sussidio immediato che per i poveri di ieri era disprezzato come assistenzialismo per fannulloni. La paura fa novanta. Anzi dieci, come i miliardi che potrebbe costare – una mancetta da aristocrazia di Versailles, le famose brioches di Maria Antonietta. E sappiamo com’è andata a finire, a Versailles.

Reichskommissar

Non durerà in eterno, l’attuale panorama politico, questo è poco ma sicuro. Lo denuncia con lucidità Massimo Cacciari sul Fatto Quotidiano di oggi, sia pur da sentinella impaurita a difesa dello status quo di cui sopra. Per il filosofo incazzoso più amato dai talk show (per essere incazzoso, non per la filosofia), meglio tenersi stretto il governicchio Conte: «Un governo “inventato”, senza alcuna base culturale e progettuale comune, come questo (e come circa tutti quelli che si sono succeduti da trent’anni), potrà reggere? Un primo ministro che si è speso finora a mediare e conservarsi potrà diventare un’autentica “guida”? Non lo so. So che sarebbe necessario. Altrimenti la crisi economica diverrà conflitto, scontro sociale generalizzato, tutti contro tutti, entro l’autunno. E nessuno può prevedere che cosa potrebbe uscire da un tale caos. Anzi, sì, è del tutto prevedibile: qualcosa di analogo a ciò che avvenne quando lo spread schizzò a quasi 600 punti e Napolitano chiamò Monti. (…) Draghi può soltanto essere il prodotto dello sfascio definitivo dell’attuale governo contro i durissimi scogli del dopo-virus; Draghi può succedere soltanto al fallimento conclamato del governo Pd-5Stelle, allorchè gli italiani constatassero la sua inettitudine ad affrontare la crisi e si trovassero, di conseguenza, nel pieno di una catastrofe finanziaria e sociale. Allora Mattarella dovrebbe, per quanto nolente, far la parte del Napolitano. Conviene a qualcuno? No, neppure ai Salvini e alla Meloni». Verissimo: se gli alleati-rivali di centrodestra (Berlusconi fa ormai da soprammobile antico) non badassero al lucro elettorale di parte, converrebbe anche a loro un governo di unione nazionale. Politico, non di commissariamento tecnico-finanziario (Draghi). Benchè quest’ultimo, intendiamoci, potrebbe non rivelarsi un male assoluto: i Reichskommissar ci affamerebbero talmente, sul medio-lungo periodo, ci terrebbero come asini al basto, come piacerebbe ai Ferruccio De Bortoli e ai pretoriani del debito inestinguibile, che una reazione popolare potrebbe generarsi. Schedature e pedinamenti digitali permettendo, si capisce.

Meglio una Confederazione

Purtroppo, ognuno, dal premier in giù, pensa prima al proprio tornaconto, e così aumentano le probabilità di un’occupazione del potere da parte di quella stessa Unione Europea che secondo la presidente della Commissione, la baronessina ventriloqua della Merkel, a far pagare i futuri debiti italiani ai tedeschi e ai nord-europei non ci pensa neanche. E logicamente, dal loro punto di vista. Ma per la stessa ragione il nostro non dovrebbe essere sacrificato al loro. Se, com’è ovvio per chi non ha le fette di salame sugli occhi, a contare sono esclusivamente gli interessi nazionali, significa che l’Europa non è una comunità. E invece proprio da questa idea-cardine si dovrebbe ripensare il nostro posto, nel continente e nel mondo. «Di fronte a uno shock esogeno e simmetrico, il dovere di una comunità politica è prestare aiuto immediato e totale ai suoi membri», sostiene correttamente Vittorio Parsi sul Messaggero. Se aiuto non c’è, non c’è comunità. E allora si ponga fine all’ipocrisia europeista, ovvero alla moneta unica che di fatto è una moneta straniera tarata sulle esigenze germaniche. Parlando di difesa militare dell’Europa («perché dovrebbe lasciare nelle mani di Trump e dei suoi successori un compito che i suoi membri, con la force de frappe francese, sarebbero in grado di assolvere?»), Sergio Romano sul Corsera di ieri offre un’alternativa realistica: la Svizzera. «L’esercito della Confederazione Elvetica non è bellicoso e non vuole vincere guerre. Vuole fare comprendere al mondo quale prezzo farebbe pagare a un suo eventuale aggressore; una strategia che è stata convincente durante la Seconda guerra mondiale e che l’Unione Europa potrebbe adottare». Lo stesso può dirsi sul piano della finanza pubblica: perchè restare con le mani legate da una prigione monetaria che asservisce ad altri popoli, amici sì, ma come si vede, non poi così amici? Ci è arrivato perfino l’ex ministro greco Yanis Varoufakis, meglio conosciuto come il meglio figo della sinistra ritardata: «Ormai ritengo che l’Ue possa farci solo male. Mi sono opposto alla Brexit ma ora sono giunto alla conclusione che gli inglesi hanno fatto la cosa giusta, anche se l’hanno fatto per la ragione sbagliata». Che tempismo, compagno.

Una nuova Costituzione

Uomini e donne in carne e ossa, non le statistiche e i numeretti su cui fanno onanismo gli economisti cortigiani e i politicanti a libro paga, le persone, i nostri concittadini, noi stessi, rischiamo di finirci sotto, e non metaforicamente. Sotto un treno si è buttato l’assessore al bilancio dell’Assia, Thomas Schaefer, 54 anni, della Cdu, il partito della Cancelliera. Pare non reggesse più la tensione per le imminenti vittime sociali da coronavirus di cui si sentiva corresponsabile. Non sarà uno scontro bellico fra potenze, questo assedio virale, ma come effetti ci andremo vicini. Dubito fortemente che un senso di responsabilità non dico simile, ché non si augura a nessuno una fine così, ma quanto meno parzialmente paragonabile si affacci nella sensibilità obnubilata dei piccoli uomini che ci hanno portato a questo stato di schiavitù. Un individuo che tutto ha tranne lo spessore dello statista, Beppe Sala, il sindaco della Milano che non si doveva fermare, inconsapevolmente l’ha detta giusta, in un’intervista a La Stampa di oggi, lanciando l’idea di «una nuova Costituente per far ripartire l’Italia dopo il virus». Sacrosanto: dopo una guerra, sono necessari cambiamenti radicali. Com’è fisiologico che sia, la Costituzione che abbiamo non è più adatta a rispecchiare la società e i valori di un’Italia che non ha quasi più nulla a che spartire con l’Italia del 1948. Si dovrebbe riscriverla in toto. Cominciando magari dall’articolo 81 e dall’articolo 117, che hanno costituzionalizzato il servilismo alla dottrina berlinese dei vincoli, e già che ci siamo mettendo mano al 75, grimaldello dell’esproprio di sovranità che vieta al popolo di votare democraticamente la ratifica dei trattati internazionali (cosa che hanno potuto fare, bocciando la Carta europea poi recuperata con il nome di Trattato di Lisbona, per esempio gli olandesi nel 2005, i liberalissimi e carissimi olandesi…). Viktor Orban in Ungheria ha instaurato la dittatura, si dice. Ma non si dice che in realtà non ha fatto che mettere ai voti in parlamento ciò che stanno facendo Conte, Sanchez e Macron: governare a colpi di decreto. Noi cerchiamo di realizzarla, la democrazia, una buona volta. Quella che Machiavelli chiamava Repubblica. Sarebbe la prima volta.

 

(ph: https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Beppe_Grillo_crop.jpg)

 

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