Resettare l’Unione Europea. Per salvare l’Europa

Riscoprire le radici di una cultura millenaria. Il destino del mondo non si può decidere solo tra Washington e Pechino

Pochi giorni fa i ministri degli Affari europei dei Ventisette hanno deciso all’unanimità l’avvio dei negoziati per l’adesione all’Unione europea di Albania e Macedonia del Nord. L’emergenza sanitaria su scala globale ha messo in luce i problemi di cooperazione tra gli Stati membri, incapaci di far fronte comune contro il nuovo coronavirus. L’accelerazione sulla volontà di ampliare i confini dell’Ue appare pertanto singolare.

Non è ancora noto come e quando prenderanno il via i negoziati. Nel mezzo ci sono le postille all’apertura di Francia e Olanda. La stessa Olanda guidata dal premier Rutte, il più duro oppositore a un’azione comune dell’Ue per superare l’attuale crisi pandemica. Un atteggiamento ostile, sposato dalla Finlandia e capeggiato dalla Germania, che, nonostante gli appelli a Bruxelles del Presidente Mattarella, contribuisce a plasmare l’euroscetticismo degli italiani.

È notizia di queste ore l’invio da parte del premier Edi Rama di un team di 20 medici e 10 infermieri albanesi a supporto dell’Italia e in particolare degli ospedali bresciani. Un’azione degna di rilievo, plauso e gratitudine da parte nostra ma che potrebbe celare dietro all’astuta comunicazione di Tirana una carità pelosa volta al perseguimento di altri obiettivi.

Permettere l’adesione all’Unione europea di Albania e Macedonia del Nord, per chi scrive, sarebbe un errore. Si parla di territori dove grandi organizzazioni criminali fanno il bello e il cattivo tempo nei traffici di armi, droga, financo di essere umani. Dove l’alta densità di popolazione musulmana nasconde i pericoli dell’islamismo radicale e delle infiltrazioni di foreign fighters. Aree che sul piano geopolitico subiscono le influenze della doppiogiochista Turchia e in cui numerosi Imam salafiti impongono un’interpretazione più inclemente dell’Islam alle comunità religiose locali. Siamo ben lontani dalla nostra concezione di Stato di diritto che salvaguarda il rispetto dei diritti e delle libertà dell’individuo e garantisce lo stato sociale. Ed è questo il punto da cui si articola una più ampia riflessione.

L’Unione europea non può rivelarsi soltanto una sommatoria d’interessi fine a se stessi in cui a prevalere sono le logiche del mercato e della moneta unica, dell’algida tecnocrazia e della finanza speculativa. L’Unione europea non può palesarsi unicamente per chiedere il rispetto di regole assurde e di parametri fissati a tavolino a beneficio di pochi, impedendo l’adozione di misure di sviluppo che portino concreti benefici ai cittadini europei.

L’Unione europea non è l’Europa, come si tende a semplificare nel gergo quotidiano. L’Ue è un’organizzazione internazionale che rappresenta l’apice di un lungo processo d’integrazione economica e politica. Oggi è assai lontana da quei princìpi che ispirarono i suoi padri fondatori, Schuman, Adenauer e De Gasperi. Princìpi riconducibili alla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica, su tutti quello di sussidiarietà.

L’Europa è invece qualcosa che va al di là dei confini dell’Unione europea, fino oltreoceano, fino alle rive del fiume Dnepr. In cui le radici giudaico-cristiane e i valori fondanti di rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, delluguaglianza e dei diritti umani, conditi dal retaggio greco-romano, costituiscono una civiltà ineguagliabile per identità e tradizione.

C’è più Europa nel francofono Quebec, in Canada, che in una banlieu parigina. C’è più Europa a Rio Grande do Sul, dove sono ben radicate comunità di origine veneta e italiana e ancora spagnola, tedesca e polacca, i cui trisavoli emigrarono in Brasile agli inizi del Novecento, rispetto a Molenbeek, comune belga della Regione di Bruxelles-Capitale dov’è cresciuto Salah Abdeslam, responsabile degli attacchi terroristici di Parigi del 13 novembre 2015, compiuti in nome di Allah. E allora se l’Unione europea dev’essere, com’è giusto che sia, anche cooperazione commerciale, si instaurino collaborazioni strategiche con chi è più affine a noi per comune sentire, radici, identità e valori. Per una reciproca contaminazione che trovi la sua essenza in quei legami adamantini e inscalfibili anche dal più arido mercatismo.

L’Unione europea va resettata per salvare l’Europa. Ripartendo dalla millenaria cultura europea e non dalla lunghezza delle banane o dal diametro delle vongole. Dagli insegnamenti dei nostri Padri e non dagli egoismi. Un’Unione europea con meno burocrazia e più attenzione alle peculiarità dei singoli Paesi, che sia in grado di condividere e dividere le responsabilità derivanti dalle scelte politiche che non devono essere decise e imposte da una Commissione europea che agisce con due pesi e due misure a seconda del singolo Stato membro. Un’Unione europea capace di plasmare una politica estera e di sicurezza comune in grado di condizionare realmente gli assetti geopolitici. Perché sarebbe bello se in un prossimo futuro il destino del mondo non venisse deciso solamente tra Washington e Pechino.

Alessandro Benigno

(ph. Imagoeconomica)

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