Emergency a Marghera: «Curiamo migranti e senza tetto, ma anche molti veneziani non garantiti dal pubblico»

Rumiz, responsabile organizzativa di Venezia: «La sanità veneta è messa meglio di quella lombarda, ma si può fare di più»

«In Italia è stato indebolito il sistema sanitario sul territorio e ora nell’emergenza si paga». Mara Rumiz, già assessore a Venezia nella giunta Cacciari, è la responsabile dello sviluppo dei progetti di Emergency per Venezia, dove l’associazione ha una sede (una settantina di volontari ora impegnati nell’emergenza Corovanirus) e gestisce anche un poliambulatorio a Marghera per le fasce più deboli («anche qui adesso concentrato sull’emergenza», precisa). In Veneto sono 145 i volontari di Emergency: oltre a Venezia, sono presenti a Mestre, Riviera del Brenta, Padova, Verona, Vicenza, Treviso, Belluno e Rovigo. Nel 2014, per un periodo di due mesi, la Rumiz ha vissuto in Sierra Leone durante l’epidemia di Ebola: «Io mi occupo di organizzazione e di logistica. Allora in pochissimi giorni Emergency è riuscita a mettere su, dove avevamo già un ospedale chirurgico, un grande ospedale da campo prefabbricato. Da uno staff internazionale di 12 persone abbiamo dovuto organizzare tutta la sistemazione di un centinaio tra medici e infermieri arrivati per l’emergenza. Se dovessi dare un consiglio alle istituzioni oggi direi più presenza sul territorio e grande sostegno e qualche mezzo in più ai medici di base». Una delle priorità in questo momento, continua, «sono i cittadini che non hanno un pc, difficili da raggiungere, ma con la protezione civile stiamo facendo un buon lavoro». Di mascherine, protezioni individuali e gel igienizzante, Emergency attualmente è abbastanza fornita: «un po’ reperite dalla protezione civile, un po’ ne ho acquistate io e un po’ ci aiuta Milano. Dovrebbero arrivare anche le pettorine di riconoscimento, ma non è ovunque così. A mio figlio che abita a Parma e non le trova le sto mandando io».

Per i senza tetto e le categorie più fragili

Nell’emergenza Coronavirus le attività di Emergency sono cambiate: «A Marghera si fa il triage a tutti coloro che arrivano e si mettono le persone in relazione con le strutture della sanità pubblica. L’ambulatorio è molto impegnato sul tema dei senza fissa dimora, il problema più dirompente, per loro stare a casa è ovviamente impossibile. Ci stiamo lavorando in coordinamento con le politiche sociali del Comune ma abbiamo già sollecitato la necessità di individuare uno spazio, un edificio per ospitarli: è impossibile altrimenti prevenire situazioni di contagio per chi sta fuori. A Venezia e al Lido poi stiamo operando, come in tutta Italia in stretto contatto con autorità pubbliche e protezione civile, a sostegno delle persone fragili per il reperimento delle ricette mediche negli ambulatori, per l’acquisto dei farmaci e per la spesa a domicilio. Siamo pronti a intervenire anche a Mestre e Marghera, ora già coperte da Protezione Civile e Croce Rossa. Inoltre già prima del Covid-19 avevamo istituito a Marghera un servizio di sostegno psicologico che adesso è fondamentale».

Le carenze della sanità pubblica

La situazione del Veneto è fatta di luci e ombre, per la responsabile di Emergency: «Il Veneto è la prima per numero di volontari e per associazioni operative sul territorio e ora c’è sicuramente bisogno anche del volontariato. Chiarisco: noi non abbiamo nessuna intenzione di sostituirci al pubblico, anzi pretendiamo che il sistema pubblico funzioni. A livello nazionale però, non solo in Veneto, ci si è fatti un po’ ubriacare dal tema delle privatizzazioni ma sulla sanità il sistema, come per la scuole, deve essere garantito e rafforzato dal pubblico. In Veneto meno, ma in Lombardia questo problema emerge molto di più e non è un caso che lì ci siano le difficoltà maggiori. In generale è stato indebolito il sistema di prevenzione e di presenza sul territorio, e questo ha portato tutti a rivolgersi agli ospedali intasando il pronto soccorso. I servizi territoriali sono fondamentali, anche per prevenire lo stato di malattia». La Rumiz ricorda che l’associazione si occupa di «migranti non solo perchè hanno diritto comunque alle cure ma anche perchè chi non ha accesso ai servizi rappresenta un rischio per le altre persone. Ma una parte notevolissima dei nostri utenti è costituita da italiani e veneziani che vengono soprattutto per il dentista e per l’oculista ovvero per quelle specializzazioni non garantite dal sistema pubblico. Un paio di anni fa il presidente Zaia disse: stiamo istituendo in Veneto anche un servizio odontoiatrico, l’abbiamo imparato da Emergency. Questo ci ha fatto molto piacere. Purtroppo in alcuni settori, vedi i dentisti, manca il pubblico che non garantisce la copertura anche finanziaria delle spese e non si capisce perchè. Ricordo una persona che venne da noi alla Giudecca a Venezia per ringraziare: non avevo denti, ci disse, e mi vergognavo, non uscivo da casa e non facevo domanda per trovare lavoro. Voi mi avete fatto le cure e data la protesi e così mi avete restituito una dignità».

Tagli sul personale e sulle terapie intensive

In Lombardia, con una sanità fortemente privata, Emergency è in prima linea: a Bergamo all’associazione è stata affidata la gestione del reparto di terapia intensiva e sub-intensiva del nuovo ospedale da campo che hanno contribuito a realizzare, a Brescia lavora per proteggere il personale sanitario e l’ospedale dal contagio. In Veneto le cose stanno diversamente: «In Lombardia sono messi molto peggio con il servizio pubblico. In Veneto diciamo che va migliorato. Sufficiente? Dipende da territorio a territorio. L’emergenza Covid-19 è un bel banco di prova e ci darà le conoscenze e gli strumenti per migliorare e aggiustare, perchè c’è da aggiustare anche in Veneto. Ora non si può che riconoscere il grandissimo lavoro e la dedizione di medici e infermieri, non è il momento di denunciare cosa non va, lo abbiamo fatto prima e lo faremo dopo, adesso c’è solo da fare tutto il possibile per uscire dall’emergenza». I tagli nella sanità di questi vent’anni, evidenziati anche da Carlo Palermo, segretario nazionale dell’Anaao Assomed (Associazione Medici Dirigenti), pesano eccome: «Incidono moltissimo nelle terapie intensive, nella mancanza di medici e infermieri, tanto che adesso si reclutano giovani appena laureati e si richiamano in servizio i pensionati. Questo è un problema enorme. Purtroppo la sanità non si può governare con la sola logica economica, col bilancino».