Tornare alla sanità centralizzata? Sbagliatissimo

C’è chi vorrebbe togliere alle Regioni la gestione degli ospedali. Omologandoli al ribasso

L’emergenza coronavirus è stata immediatamente presa da alcuni a pretesto per minacciare l’autonomia regionale in tema di sanità. Il centralismo in materia di salute pubblica è quanto di più sbagliato possa esserci. Per questo è stato delegato alle Regioni da ormai cinquant’anni. E lo è, persino in forma più ampia, anche in molti altri Stati europei e non. È un’ovvietà che dal Covid-19 non ci si può difendere a livello locale, regionale e statale. Ma la prima reazione in Cina è stata di segregare una Provincia, in Italia alcuni Comuni, dappertutto di limitare i movimenti. Più piccole sono state le aree circoscritte, migliori sono stati i risultati del contenimento. Ancor più essenziale è la condivisione delle conoscenze scientifiche nella comunità internazionale. Tuttavia, nemmeno tra gli scienziati e all’interno delle organizzazioni internazionali esiste un consenso su quale sia la via migliore da seguire e si procede per sperimentazioni. La possibilità di seguire politiche di contrasto al virus diverse in vari Paesi e regioni rappresenta un’opportunità che sarebbe pericoloso perdere.

In Italia, le Regioni hanno preso decisioni in parte diverse l’una dall’altra, la qualcosa rappresenta una grande opportunità conoscitiva e una riduzione dei rischi collettivi. Altri Stati europei hanno adottato strategie alternative sia dal punto di vista del monitoraggio sia dal punto di vista dell’approccio alle cure e al contenimento del contagio. Il coordinamento tra Stato e Regioni non è mancato anche se si è articolato in diverse modalità che sono risultate utili in una situazione in cui le conoscenze del problema e della soluzione sono tuttora incerte. Le divergenze di opinioni sembrano avere creato confusione ma sono, d’altro lato, fonte di informazioni importanti. Immaginate se tutti avessero seguito un Capo “con pieni poteri” che contava sul “l’immunità di gregge”.

Nel Veneto si è stati rigorosi e l’organizzazione ha tenuto. Oltre al rigore, va lodato il tentativo di monitorare in modo esteso il contagio. Le ricerche sulla diffusione del Covid-19 effettuate nel Veneto saranno a disposizione di tutti per il bene comune. Con una sanità centralizzata non sarebbe stata possibile questa iniziativa. Se qualcosa non avesse funzionato, avremmo dato la colpa a Roma e ci saremmo lavate le mani.

Il fatto che alcune Regioni nel corso degli anni siano riuscite a elaborare sistemi sanitari di eccellenza mondiale e altre invece versino nel degrado costituisce una rimediabile ingiustizia per i cittadini e deve servire di monito a operare meglio. L’assurdità è pensare di mettere fine agli squilibri presenti nel SSN adeguandosi ai modelli meno efficienti, un esito inevitabile se si centralizza il sistema. Il ritorno a un sistema sanitario nazionale rischia di cancellare le eccellenze delle Regioni settentrionali e riportare tutto a un livello inferiore. Così i meridionali, in caso di necessità, non potranno nemmeno usufruire dei buoni servizi del Nord a cui hanno libero accesso. La diversificazione dei servizi sanitari regionali favorisce la creatività organizzativa e la possibilità di innovare e sperimentare per chi ne è capace. L’esperienza del contagio renderà i sistemi sanitari delle Regioni più colpite ancora migliori.

Infine, c’è un altro aspetto per cui la gestione regionale e locale della sanità pubblica costituisce una necessità imprescindibile. Ogni territorio è diverso dal punto di vista degli atteggiamenti sociali e degli insediamenti umani che influenzano la diffusione del virus in modo determinante. Salute e antropologia sono strettamente connesse. Una cosa è contenere il Coronavirus a Milano, un’altra a Vo e un’altra ancora a Codogno. Per non parlare della Calabria o Napoli.

(ph: Shutterstock)