Ezio Vendrame: in piedi sul pallone, mano alla fronte a scrutare l’orizzonte

Addio al giocatore grande come Maradona. Ma troppo in anticipo sui tempi

Certe volte è difficile scrivere. Questo è uno dei casi. Devo ricordare Ezio Vendrame, un grande giocatore in gioventù, un artista nella maturità. Cercheròdi evitare epicità e sentimentalismi, come avrebbe voluto,  e di ricordarlo per quello che è stato. E Ezio non è certo stato solo “bello-e-buono”, come dicevano i greci per definire con un aggettivo la perfezione. Evito anche di fare un copia-incolla della sua carriera da Wikipedia, potete andarvela a leggere da soli.

Lo ho rivisto a metà giugno dell’anno scorso e non immaginavo che non ci sarebbe stata un’altra occasione. Gli avevo proposto di riunire i vecchi amici da De Gobbi, il ristorante di Tavernelle, alle porte di Vicenza, che per lui era la seconda casa quando giocava nel Lanerossi. E spesso anche la prima grazie all’amicizia che aveva cementato con Luigino, il titolare. “È ora che tu torni a Vicenza. -gli ho detto- Ti ricordano ancora tutti, sanno chi sei anche i giovani che non ti hanno mai visto in campo”. Non aveva detto sì, ma neanche no. Non abbiamo fatto in tempo, ha fatto prima la malattia. E forse Ezio non sarebbe comunque mai tornato a Vicenza, perché aveva instaurato un rifiuto totale, forse perfino paranoico, per i contatti umani. Per andare a intervistarlo dove abitava (e non dico dove, per rispettare il suo divieto di far conoscere il suo indirizzo se non a pochi eletti), ci sono volute tutta la vecchia amicizia e la colleganza con Roberto De Petri, suo conterraneo e compagno di squadra a Vicenza. “Pedro” però lo ha convinto. Temevo di non superare la barriera che aveva interposto verso il mondo, invece dopo un quarto d’ora eravamo diventati amici. Ezio si è comportato come se lo fossimo da sempre. Ma non del tutto: quando sono ripartito, non mi ha dato il suo numero di telefono e, per ringraziarlo, gli ho dovuto scrivere una lettera.

Parlava malvolentieri di calcio, anzi detestava quello di oggi perchè non ne sopportava gli aspetti divistici, da show business. Paradossale. Perché, se fosse nato quarant’anni dopo, ne sarebbe stato un protagonista planetario. Per la sua personalità prima ancora che per il suo modo di giocare. Vendrame era un divo, ma per vocazione non per moda. Sono sicuro che, calciatore oggi, non si sarebbe mai fatto un tatuaggio, ma non per seriosità (proprio lui, poi…), ma perché si sarebbe sentito ridicolo. Sarebbe stato però un ospite ricercatissimo per le interviste del dopo gara e per i talk show televisivi, con le sue risposte irriverenti e mai banali, con la sua sincerità, perfino con il suo aspetto che – mutatis mutandis – non sarebbe certo stato stereotipato.

Quanto mi sarebbe piaciuto vederlo in campo oggi. Una parentesi di originalità in un calcio fatto invece di moduli, corsa e mister. A proposito: non so se gli allenatori attuali, formati alla regola del gruppo e del collettivo, avrebbero dato spazio al suo estro, alla sua individualità, alla mattana del momento per far divertire i tifosi. Ma penso di sì. Davanti a un genio di questo calibro, gli avrebbero creato attorno una squadra su misura per esaltarne la unicità. Come con Maradona, e il paragone non è irriverente.

Ezio non ha mai avuto un rapporto facile con gli allenatori. Mi raccontava che, l’anno in cui Farina lo aveva ceduto al Napoli su richiesta di Luis Vinicio, poi ‘O lione non lo faceva mai giocare (secondo lui per gelosia). E lui era diventato l’idolo del giovedì, perché il San Paolo si riempiva di tifosi che impazzivano a vederlo in campo nelle partitelle riserve-titolari. Ezio non salutava più Vinicio e stava a Capri a spassarsela.

È rimasto nella memoria collettiva della tifoseria anche a Vicenza, dove ha giocato solo per tre campionati. Dopo quasi cinquant’anni, allo Stadio Menti c’è ancora un gruppo della Curva Sud che porta il suo nome. E nessuno chiede chi sia, lo conoscono tutti. C’è un’immagine bellissima, direi esemplare, di Vendrame in biancorosso: lui, maglia fuori dei pantaloncini, calzettoni abbassati e arrotolati, sta in piedi su un pallone e, mano alla fronte, scruta l’orizzonte. È accaduto davvero, non ricordo in quale partita. Prima di far partire il passaggio con il suo piede magico, si è inventato questa gag. In cui c’è tutto il Vendrame calciatore.

La carriera nel calcio non lo ha arricchito, altri tempi e altri stipendi. Forse gli ha reso di più la attività di scrittore. Un suo libro, “Se mi lasci in panchina, godo” (Edizioni Biblioteca dell’immagine) ha venduto 100.000 copie, categoria best seller. Non è stato l’unico suo libro e nemmeno la sua sola attività artistica. Ha scritto poesie, ha composto canzoni, ha dipinto quadri. È stato perfino opinionista (perdonami, Ezio, se ti appiccico questa ridicola etichetta, è solo per far capire qual è stato il tuo ruolo) al Festival di Sanremo.

Ti apprezzava particolarmente quella razza, purtroppo in estinzione, di giornalisti che amano gli atleti genuini e che non se la tirano, i calciatori che assomigliano ai ciclisti, insomma. Come Gianni Mura, il cui addio ha preceduto di pochi giorni quello di Ezio. Non ce ne sono più molti in giro di atleti così, di calciatori poi… Oggi sono quasi tutti inquadrati da procuratori, sponsor e addetti stampa.

Non c’è lascito più importante che la tua presa di distanze, magari ossessiva e aprioristica, da questo mondo farlocco in cui lo sport si è contaminato con lo spettacolo e si è piegato alle sue regole. Grazie, Ezio. Sit tibi levis terra.

Ps: ci ho pensato un po’ prima di scriverlo, ma perchè no? Ezio era anche questo: gli piacevano tanto le donne.