«Coronavirus, crisi lavoro peggiore di quella sanitaria: è un bollettino di guerra»

A dirlo l’assessore Donazzan: «Persi 40 mila posti di lavoro. 16 mila imprese hanno chiesto la cassa integrazione e abbiamo già superato le risorse assegnate dal governo al Veneto»

«Ragionare insieme per ripartire in sicurezza e in modo intelligente». Questo l’obiettivo e il metodo dell’incontro odierno promosso dall’assessore regionale al Lavoro, Elena Donazzan, insieme al collega Roberto Marcato, referente lo Sviluppo Economico, con i rappresentanti del mondo del commercio: Confcomercio, Confesercenti e i segretari generali delle organizzazioni sindacali Cgil Cisl Uil e Ugl. Il confronto, al quale hanno partecipato anche i tecnici della Direzione regionale Lavoro, dell’Unità regionale di crisi aziendale e il dottor Michele Mongillo della Direzione Prevenzione della Sanità Veneta, ha messo a fuoco i problemi di uno dei settori maggiormente colpiti dall’emergenza Covid 19, a partire dall’impatto occupazionale. Solo il 10 per cento dell’intero comparto oggi è ancora in attività, mentre il restante 90 per cento delle imprese, in prevalenza micro-imprese, sconta già un mese di chiusura.

«Le richieste di cassa integrazione in deroga pervenute sino a ieri registrano già 16.062 imprese per 45.504 addetti, con una media di circa 5 mila domande al giorno. Abbiamo già superato l’ammontare delle risorse che il governo ha assegnato al Veneto con il decreto legge 18, in un primo stanziamento – prospetta Donazzan -. Oggi pomeriggio, nell’incontro della IX commissione della Conferenza delle Regioni con il ministro Catalfo tornerò a sollecitare l’ulteriore riparto dei 3,3 miliardi di euro previsti nel decreto “Cura Italia”. Verosimilmente le risorse non basteranno, se i numeri del Veneto e del resto d’Italia continueranno a crescere, scontando evidentemente l’assenza di una certezza temporale sulla fine delle misure di contenimento».

«Dalla riunione di stamane con gli esponenti del commercio – riassume Donazzan – emerge la consapevolezza che il mondo è radicalmente cambiato e che dovremo convivere con nuove misure di sicurezza. E proprio il commercio è uno dei settori più esposti, e uno dei primi a doversi attrezzare in tal senso. Ho apprezzato molto che, sia le imprese che il sindacato, vogliano lavorare su protocolli specifici, il più possibile attinenti, non tanto al codice Ateco, quanto alla tipologia dell’azienda e alle sue caratteristiche, in modo da poter adattare gli strumenti al posto di lavoro. Creeremo in Veneto un protocollo semplice, che risponda inderogabilmente al tema della sicurezza, ma che sia chiaro e lineare, con meno burocrazia possibile, e che possa dare una prospettiva di ripresa al settore, quando gli organi scientifici ci permetteranno di tornare al lavoro».

A un mese e mezzo dall’inizio dell’emergenza Covid-19 si è registrata in Veneto una perdita netta di circa 35-40 mila posti di lavoro dipendente tra mancate assunzioni e diminuzione effettiva delle posizioni lavorative, pari a circa il 2% dell’occupazione dipendente complessiva. Tale flessione ha comportato l’avvio di una fase negativa, in un contesto che già dall’autunno del 2019 e in questo inizio di 2020 aveva mostrato evidenti segnali di rallentamento. I dati di Veneto Lavoro, aggiornati al 5 aprile 2020, confermano dunque le pesanti ripercussioni della crisi sanitaria sulle dinamiche dell’occupazione regionale.

Le attività turistiche e commerciali appaiono quelle che maggiormente scontano e sconteranno gli effetti della pandemia e con l’esordio della crisi Covid-19 hanno lasciato sul terreno circa 20.000 posizioni di lavoro. A partire da aprile tale comparto sconterà anche l’usuale avvio della domanda stagionale che contraddistingue la primavera e l’inizio dell’estate. In particolare difficoltà sono anche il tessile-abbigliamento, il legno-mobilio, le produzioni in metallo, le attività professionali e l’editoria. Ma è l’intero tessuto produttivo che risulta in sofferenza, con riduzioni medie di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo del 2019. Agricoltura, industria alimentare, sanità e servizi sociali, industria farmaceutica, chimica-plastica, servizi informatici e vigilanza sono tra i pochi comparti che riescono a contenere il calo delle assunzioni attorno al 20%. Il lavoro domestico mostra un andamento positivo, con un saldo di 1.600 posizioni lavorative in più nel periodo, il triplo rispetto allo scorso anno.

«È un bollettino di guerra, e non si salva nessuno – commenta Donazzan -. Questo virus non arreca solo danni al corpo, ma anche alla vita quotidiana di un’intera Nazione, senza distinzioni tra giovani e meno giovani, donne ed uomini, è peggiore della crisi sanitaria. E’ una pandemia, e gli strumenti ordinari si stanno dimostrando insufficienti. Mi riferisco agli ammortizzatori sociali, alla loro configurazione ed anche alla copertura. Dobbiamo salvare la nostra economia con strumenti straordinari ed eccezionali: lo abbiamo fatto per la sanità, parimenti dobbiamo farlo per le imprese e per i posti di lavoro».

(ph: imagoeconomica)