Regionali in Veneto, Zaia in realtà pensa al 2021 (e l’opposizione ringrazia)

Votare in estate, come dice il governatore leghista, è quasi impossibile. In autunno c’è il suo veto. Non resta che l’anno prossimo. Con un pensiero a Roma…

In Veneto non si andrà votare quest’anno, ma nel febbraio dell’anno venturo. Traduciamo così, all’indicativo, ciò che tutti i politici più scaltriti pensano, ma nessuno dice apertamente. Sulla data delle elezioni regionali, che dovevano tenersi a fine maggio o al più a inizio giugno se non fosse stato per la calamità virale, ufficialmente il condizionale sarebbe d’obbligo: ad oggi il grado di incertezza sul futuro della situazione sanitaria è tale che nemmeno il commissario veneto all’emergenza, ossia il governatore leghista Luca Zaia, può essere sicuro di quando sarà fissata la scadenza elettorale. Eppure, è lui che ha aperto la questione fissando un paletto, uno solo: niente voto nella finestra di legge fra il 15 ottobre e il 15 dicembre, con la motivazione del rischio (reale) di una recrudescenza del coronavirus. Meglio prima, anche a luglio.

Ma l’eventualità di chiamare alle urne i veneti in estate, com’è ovvio, ha ancora meno chanches dell’opzione autunnale. Per il semplice fatto che, stando all’attuale andamento dei contagi, è molto probabile che le file ai seggi restino proibite nei mesi più prossimi. Di qui la posizione così perentoria di Zaia, consapevole che la prima vera occasione utile è a ottobre, non prima. Il presidente uscente, già dato abbondantemente per favorito prima dello scoppio dell’epidemia, se si votasse a stretto giro farebbe più che stravincere: otterrebbe un plebiscito sudamericano, polverizzando le già evanescenti opposizioni di centrosinistra e grillina. A lui teoricamente la campagna elettorale non conviene perchè inutile, uno spreco di energie, e pure un mezzo assist agli sfidanti. Ma in realtà non conviene neppure a questi ultimi, perchè è inutile anche per loro, essendo perdenti in partenza. Non poterla svolgere causa Covid-19 – che di fatto impedirebbe comizi, propaganda e quant’altro – è insomma un sollievo per tutti (ad eccezione di Arturo Lorenzoni, si capisce: il vicesindaco di Padova su cui Pd e sinistre avevano puntato per la competizione si troverebbe irrimediabilmente bruciato).

Tuttavia prima o poi vanno pur fatte, queste benedette regionali. Escluso al 90% l’ipotesi che a parole sostiene Zaia (il prima possibile), dando per buona l’elisione della seconda prospettiva (verso fine anno), si arriva a febbraio/marzo del 2021. E qua il retroscena racconta di uno Zaia che in cuor suo metterebbe in cima alla sua top list l’idea di rimandare di quasi un anno non tanto per rimanere sulla poltrona di Palazzo Balbi, ma per guadagnar tempo in vista di un cambio di governo a Roma, in cui potrebbe trasferirsi come ministro di un Draghi (o chi per lui) premier di unità nazionale. Si spiegherebbero così sia la sua impuntatura sul no assoluto alle elezioni in autunno (ben sapendo che prima sono pressocchè impossibili), sia il suo scioglimento della riserva a ricandidarsi per la terza volta alla presidenza del Veneto.

Se l’identikit del candidato governatore della Lega e del centrodestra non corrispondesse più al suo profilo, qualsiasi altro nome, essendo inevitabilmente più debole, riaprirebbe la partita delle regionali. Per questo oggi il commissario del partito, il veronese Fontana, è corso a confermare che per i leghisti esiste un solo uomo adatto al compito di succedere a se stesso: Zaia, sempre più il re sole attorno a cui ruota il destino della politica veneta.