L’ansia al telefono, gli psicologi “inOltre”: «Ragazze incinte sole, alcolisti senza bar, giovani senza lavoro»

I casi del servizio di sostegno della Regione Veneto. La responsabile Laugelli: «Non ci aspettavamo chiamassero anche persone benestanti e di alto livello culturale»

«L’emergenza Coronavirus ha cancellato le differenze. Di ceto, di cultura, di età, di livello economico. Davanti alla paura siamo tutti uguali». Emilia Laugelli è la responsabile del servizio della Regione Veneto “inOltre”, operativo al numero verde 800-33-43-43 sette giorni su sette e 24 ore su 24, nato nel giugno 2012 come prevenzione al rischio di suicidio per imprenditori e lavoratori. «Era l’emergenza di quel momento» ricorda Laugelli, «poi ci sono stati i truffati delle banche, le centinaia di persone che si sono trovate da un giorno all’altro senza i loro risparmi». Dal 19 marzo è diventato il numero di sostegno per l’assistenza psicologica agli effetti da Covid-19.

«Paura. E pianti»

Gestito esclusivamente dall’Ulss 7, con dieci psicologi che si turnano, la piattaforma telefonica è all’ospedale di Santorso. «Siamo inondati di chiamate – racconta la dottoressa – in 3 settimane, dal 19 marzo, siamo a 896 colloqui effettuati e spalmati su tutta la giornata: di notte ne abbiamo 8 di media. Le telefonate invece sono migliaia, non le contiamo nemmeno più». Il 95% arriva dal Veneto, mentre «prima chiamavano da fuori regione» precisa. Il 45% dei casi sono persone tra i 50 e i 70 anni, il 20% dai 70 ai 90 anni e un altro 20% sotto i 50 anni, con il 55% di donne. Laugelli spiega: «Non c’è più ruolo, professione, tipologia. Chiamano tutti. Io per esempio non credevo che liberi professionisti, persone laureate, benestanti si rivolgessero ad un servizio pubblico come questo. Invece sì. Perchè quando siamo soli in queste situazioni, con una quarantena obbligatoria, diventa difficile soprattutto guardare al futuro». I casi sono tantissimi, le situazioni le più diverse. Ma c’è un denominatore comune: «La gente piange al telefono. E tanto. Sono impauriti. Le parole che usano di più sono angoscia, tristezza e ansia ansia ansia. Persone che chiamano ansimando, che stanno male. La quota d’ansia che stiamo rilevando nelle telefonate è da patologia. E’ l’emergenza sanitaria che diventa urgenza personale».

I casi: anziane, mamme separate. E giovani

Un servizio da subito molto utilizzato: «All’inizio la percentuale maggiore è stata di anziani sopra i 70 anni, che si sono visti modificare le proprie abitudini, distanza dagli affetti, figli e nipoti, e con una doppia situazione sanitaria da affrontare, come il marito con l’Alzheimer senza più la badante e ora la paura del contagio. Difficoltà già esistenti che prima venivano gestite con la rete dei servizi e quella familiare. Poi si sono aggiunti giovani che hanno perso il lavoro e quindi con la paura del futuro e molte donne separate con figli, che prima mettevano insieme la mensilità lavorando anche in nero, alla giornata o comunque con incarichi a tempo determinato. Stiamo dando moltissimi consigli su come gestire i bambini in casa, specialmente di chi non ha un porzione di terrazza o giardino da condividere». Mamme, anziani, papà, lavoratori e chi soffre di dipendenze: «Penso alla chiamata di un alcolista, non riusciva più ad avere grande rifornimento di bottiglie e ha dovuto rendersi conto che forse era il momento di cominciare ad affrontare il problema. Colpisce poi l’anziana signora con la grandissima preoccupazione di occupare il tempo in maniera adeguata e con l’anziano coniuge da seguire, malato, che non ha coscienza della realtà, e darle le motivazioni per trattenerlo in casa e scacciare il pensiero del contagio. E poi la ragazza incinta, che non ha potuto condividere la quarantena con il compagno: lui fa un lavoro a contatto con la gente, lei è sola da un mese, nel pieno della gravidanza, anche nel fare i controlli. Piangeva».

Rischio suicidio

Non mancano i casi a rischio suicidio, ma «per fortuna in bassa percentuale». Dal 2012 il servizio in tema prevenzione al suicidio ha ricevuto circa 8.000 chiamate e 700 persone sono state accompagnate dagli psicologi: «Erano ad alto rischio, da 3 a 5 con una scala in cui 5 è il massimo. Ora nell’emergenza Covid ci sono state sei persone che hanno chiamato per dire: penso di non farcela più. Ma noi siamo pronti ad affrontare anche questo, le persone vengono risentite, riascoltate e rivalutate dopo il primo intervento. Sono persone per cui il Coronavirus si è aggiunto ad altre difficoltà nelle dinamiche relazionali e personali. Ma da noi non ricevono una parola consolatoria o la pacca sulla spalla. Noi entriamo nel merito, gli psicologi valutano lo stile di vita e il cambiamento che questa emergenza ha creato nella persona e offrono gli strumenti per affrontare questo periodo. Nell’ottica della promozione della salute che anticipa scenari che se non trattati potrebbe diventare patologia. Il nostro futuro dopo tutto questo sarà comunque trasformato e quindi bisogna lavorare sulle capacità che ognuno di noi ha, è il momento di tirarle fuori».