Mascherine a Belluno, la Piave Maitex: «Riconvertiti, ma il governo dovrà sostenere il Made in Italy»

L’azienda di Feltre le distribuisce a prezzo di costo. L’ad Barbini: «Le mancanze dovute alla delocalizzazione diventino strategiche: c’è bisogno di sostenere i prodotti italiani»

Piave Maitex produce tessuti elastici di alta qualità a Feltre. Gli stabilimenti produttivi, dalla tessitura alla finitura passando per la tintoria, sono tutti in Veneto. Nata alle pendici delle Dolomiti nel 1908, da quattro generazioni è gestita dalla famiglia Barbini. Al vertice dell’impresa, c’è Lydia Barbini. Con l’emergenza coronavirus, la Ceo ha deciso di riconvertire parte della produzione per realizzare mascherine. Piave Maitex ne ha già vendute oltre 40 mila, con l’obiettivo di arrivare a produrne 50 mila al giorno.

Com’è nata l’idea di riconvertirvi?
Ci siamo resi conto della forte esigenza di contenere la diffusione del virus e quindi inizialmente abbiamo realizzato una gamma di tessuti con una maglia molto fitta e compatta che è stata testata in primari laboratori universitari. Poi in questa gamma abbiamo introdotto dei trattamenti anti batterici e un innovativo trattamento idrorepellente fatto appositamente per la destinazione d’uso medicale. Questo tessuto, infatti, non assorbe alcun liquido ed è lavabile fino a 90° per 20 volte, fino a 60° per 40 volte e così via, mantenendo inalterate tutte la caratteristiche.

E la produzione di mascherine?
In principio l’idea è nata perché non trovavamo mascherine per mettere in sicurezza i nostri collaboratori, siamo in 112 persone, e così internamente abbiamo avviato la produzione di questa nuova linea.

Poi si è sparsa la voce…
Ai dipendenti ne abbiamo consegnate tre a testa, loro sono andati a casa e anche i familiari le hanno volute. Le nostre mascherine sono molto aderenti al viso e sono fatte con un pezzo unico di tessuto tagliato che poi viene accoppiato. Da quando la voce si è sparsa abbiamo ricevuto un sacco di richieste. Visto il momento, abbiamo pensato di accontentare tutti.

Avete messo in piedi una filiera.
Sì, con l’apporto di nostri clienti, dei confezionisti. Confindustria Dolomiti, cui siamo associati, ci ha aiutato a veicolarle alle aziende che ne facevano richiesta. E così pian piano la cosa si espansa.

La vostra per adesso è un’iniziativa pro bono. Un domani potrebbe diventare un business?
Ora come ora distribuiamo mascherine al prezzo di costo. Poi i rivenditori, siccome è un periodo difficile anche per loro, applicano il prezzo che ritengono più opportuno. Per noi per ora non è un business. In futuro siamo convinti che questa gamma possa essere utilizzata anche da altri confezionisti.

Anche perché quando il peggio sarà passato è verosimile che per un dato tempo si dovranno indossare ancora dei dispositivi di protezione anti-droplet.
A quel punto le nostre mascherine potrebbero diventare un filone vero e proprio della nostra produzione. Attualmente come destinazione d’uso abbiamo intimo, sportivo-tecnico, bagno e industriale e vorremmo anche occuparci di medicale attraverso questa linea, che abbiamo registrato con il nome di Puritex. La stiamo facendo testare da appositi enti certificatori, per mascherine ad uso non solo della collettività.

Chi vi ha supportato nella riconversione?
Essendo padovana ho proposto il progetto all’Università di Padova che ha deciso di aiutarci così come lo studio di avvocati Novus Associati che ci ha dato supporto, sempre gratuitamente, per la parte normativa. Un aiuto nella concretizzazione del progetto lo abbiamo avuto anche dal Politecnico di Torino.

Quanto conta per voi il legame con il territorio?
Il legame con il territorio per noi è fondamentale. La nostra è un’azienda solida da quattro generazione Barbini, non ci siamo mai mossi da Feltre anche quando tutti delocalizzavano. Crediamo nella qualità e nelle persone, abbiamo con noi da anni dei collaboratori che hanno trasmesso di padre in figlio il know how dei tessuti, di come infilare un telaio e altro ancora. Il nostro business si avvale di tecnologie ma allo stesso tempo di metodiche che sono rimaste artigianali. La nostra forza è il territorio, la tradizione e l’innovazione.

Quando il mercato ripartirà, il Made in Italy farà ancora la differenza?
Spero di sì e mi auguro che le molte aziende del territorio che hanno dovuto riconvertirsi per far fronte a delle mancanze causate della delocalizzazione si rivelino strategiche. Basti pensare che molte imprese che fanno mascherine, camici e respiratori non sono più in Italia. Quindi spero che questo momento storico faccia capire che c’è bisogno di Made in Italy e tracciabilità dei prodotti.

Come se lo immagina il mercato del futuro?
Vorrei che si tornasse alla lentezza, che non è una prerogativa negativa. Lentezza intesa come rispetto del territorio, della qualità e delle persone. Sarò troppo idealista ma vorrei che si tornasse a una filiera italiana, che si prediliga l’aiuto del territorio e non l’alto margine.

Si riferisce anche a un mercato più sostenibile?
Certo, abbiamo bisogno di questo. Noi abbiamo fatto una gamma di articoli con filati riciclati nel pieno rispetto dell’ambiente. Quest’approccio sono convinta sia una conditio sine qua non della ripartenza.

Le istituzioni come dovrebbero affiancare le imprese nella fase di ripartenza? Che cosa chiederebbe ai decisori politici?
Chiederei loro di supportarci con dei finanziamenti a fondo perduto e non con dei prestiti. Dovrebbero promuovere il Made in Italy e fare una legge sulla tracciabilità. Dobbiamo proteggere le nostre aziende, il nostro know how e la nostra qualità. Questo periodo ci ha messo a dura prova e noi personalmente eravamo già inseriti in una filiera in difficoltà per l’avvento di altri concorrenti come la Cina. Se il nostro costo è tre volte il prezzo dei prodotti cinesi non c’è partita. Se ci fosse una legge sulla tracciabilità, le cose sarebbero diverse, perché se una persona che compra un capo di una grande marca ad alto prezzo sapesse che il filato proviene dalla Cina non penso che spenderebbe così tanto. Poi magari basta aggiungere un bottone qui e il capo diventa Made in Italy. L’artigianalità italiana non è sempre vera.

(Nella foto Lydia Barbini, Ceo di Piave Maitex)