«Perdiamo il doppio quando lavoriamo, fateci tornare alla normalità»

Il caso di un’azienda di rivestimenti metallici, la Tobaldini: «Con un solo giorno a settimana rischiamo di interrompere la filiera. Se va avanti così la pandemia diventerà finanziaria»

Momento difficile per le aziende in tempi di lockdown da Coronavirus. C’è chi lavora perchè considerato servizio essenziale, chi è chiuso da giorni, chi sta aspettando l’autorizzazione a ripartire. E chi, tra fermo e operatività, va in perdita comunque. E’ il caso della Tobaldini spa di Altavilla Vicentina. «Stiamo lavorando un giorno a settimana. Nei giorni di stop perdiamo 11 mila euro. Nell’unico operativo il doppio. Ma è una questione etica: siamo un reparto di una filiera, non possiamo fermarci completamente». Maurizio Tobaldini è il presidente dell’azienda, 100 dipendenti (con uno stabilimento anche a Gambugliano) e un fatturato, nel 2019, di quasi 11 milioni di euro. L’impresa realizza rivestimenti galvanici su metalli per aumentarne la resistenza, la durezza, la conducibilità elettrica, e lavora nei settori più diversi: «il 50% nell’auto, moto e ciclo», ma anche la cromatura dei rubinetti dell’acqua alle porte di casa, fino ai bottoni e ai componenti per le macchine della terapia intensiva. Di questi tempi una priorità: «Un nostro cliente abituale di Venezia è arrivato di corsa alcuni giorni fa – continua Tobaldini – ci chiedeva con urgenza di lavorare su un raccordo di metallo necessario alle macchine per l’ossigeno in terapia intensiva. Ovviamente abbiamo dato priorità a questa lavorazione. In azienda per i clienti della filiera medica si fa a qualsiasi costo e subito. Per le imprese codici Ateco, che ci hanno mandato la certificazione che consente loro di lavorare, cerchiamo di farlo comunque».

«Pandemia finanziaria»

La Tobaldini spa come detto sta lavorando un giorno a settimana. Spiega il presidente: «Ogni giorno di stop ci costa 11 mila euro. Perchè ci sono spese fisse, un centralinista, un magazziniere, e poi le paghe, i fornitori. Il giorno in cui lavoriamo invece la perdita è doppia, perchè dobbiamo mettere in funzione tutto il ciclo produttivo e avere più personale. In sei giorni lavorativi abbiamo fatturato 57 mila euro, che di solito è il fatturato di un solo giorno. Conti alla mano, mi converrebbe chiudere tutto, ma siamo in filiera con i nostri clienti, alla fine del ciclo produttivo o intermedio prima del montaggio. E’ come un servizio che non può fermarsi. Faccio un esempio: gli autobus stanno circolando regolarmente, anche se sono semivuoti. Attualmente abbiamo l’80% in meno di fatturato e quindi l’80% in meno di personale. Qualcuno ha smaltito qualche giorno di ferie arretrato, per gli altri abbiamo chiesto la cassa integrazione prevista per il Coronavirus». Al presidente del Veneto Luca Zaia ma soprattutto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte Tobaldini fa un appello: «Fateci lavorare. Con la massima attenzione e rispettando norme e protocolli, ma permetteteci di lavorare. Altrimenti tra poco la pandemia sarà di tipo finanziario. L’industria è come una grande catena e se si rompe un anello si mette a rischio tutto il flusso. Il rischio di contagio è più per chi viene in azienda prendendo i mezzi pubblici che non all’interno dello stabilimento. Noi da subito stiamo rispettando le regole e anche questo ci costa. Abbiamo due linee produttive con 7/8 persone affiancate ad alcuni metri uno dall’altro: per ridurre il rischio avevamo cominciato anche a far lavorare uno di giorno e uno di notte, pagando il supplemento, proprio per limitare le presenze in azienda contemporaneamente».

Il rischio di perdere clienti

Sui 400 miliardi annunciati da Conte per le aziende aggiunge: «Se è reale la tabella pubblicata dal Sole 24Ore, è una follia. Per un milione di finanziamento ci sono costi di istruttoria per 42mila e 500 euro e un interesse dell’1,2%. Senza contare i vincoli. Noi in azienda stiamo per chiudere un mutuo di 8 milioni di euro che ci è costato la metà e senza tutte queste clausole. Conte farebbe meglio a stare zitto, anzichè pubblicizzare gli aiuti, questo è mettere sulla fossa le aziende». Sul come ripartire dopo l’emergenza Coronavirus difficile fare previsioni ma la preoccupazione è altissima: «Io mi aspetto di andare a regime comunque con il 30% in meno di fatturato quest’anno. Perchè a parte l’alimentare, tutti gli altri settori risentiranno di almeno un paio di mesi di mancate vendite. Penso alla crisi del 2009, abbiamo avuto il 37% in meno di fatturato con punte del 60%: ci abbiamo messo 10 anni a recuperare. Sarà durissima per tutti. Faccio un esempio. Per la Bmw, uno dei nostri clienti finali, abbiamo a pieno regime due mezzi al giorno che consegnano il materiale e da noi partono e vanno a Berlino due volte al giorno a portare i pezzi arrivati le 24-48 ore prima. La Bmw dovrebbe ripartire il 20 aprile. Se non potrà farlo perchè non gli arrivano i componenti che dobbiamo lavorare noi sarebbe un bel problema, un’azienda così mica ci aspetta, si guarda intorno e va dove gli serve. In filiera ci sono delle conseguenze nel tenere chiuso: perdere clienti. Come la Bmw».