I morti (non) risorgeranno. Ma i vivi sì

Molte domande (e qualche risposta) su come ci cambierà la convivenza con il pericolo del contagio

Pasqua di Resurrezione, si dice. Chi crede ha questa consolazione, che poi è il segreto del successo del Vangelo: la morte non è definitiva, perchè verrà il Giorno in cui si tornerà in vita. Negli Atti degli Apostoli (17, 32) si racconta che quando San Paolo annunciò agli Ateniesi che i morti sarebbe risorti con il corpo, i miscredenti pagani reagirono così, girandogli le spalle: «Alcuni risero, altri dissero: “Questa storia ce la vieni a raccontare un’altra volta”». Oggi che la pandemia da Covid-19 mette in dubbio la nostra esistenza fisica, il significato dell’appuntamento pasquale assume un significato particolare, che immagino, parlando in partibus infidelium, sia rispondere alla domanda delle domande: che senso dare alla fila di bare che ogni sera il bollettino della Protezione Civile enumera con funerea dovizia di dettagli? Per chi ha fede, la risposta c’è già.

Per chi invece non ce l’ha, ma in realtà per tutti, l’interrogativo è: cosa diventeremo in futuro? Lo shock che i traumi provocano nel profondo genera conseguenze sul medio e lungo periodo, oltre che naturalmente sul breve. Dovremo, volenti o nolenti, sviluppare un quantum fisso di nevrosi nell’attenzione all’igiene e al controllo su bocca, mani e distanziamento. Ci abitueremo, ma perderemo spontaneità di reazioni e intimità nel contatto. Altrettanto sicuramente saremo, di fatto, costretti a privarci della riservatezza sugli spostamenti e quindi sulle relazioni, lavorative e anche personali: il consulente del governo Conte per la semi-normalizzante fase 2, Vittorio Colao, sfornerà il sistema digitale per tracciarci, così da beccare i contagiati in tempo reale (per la verità dovrebbe essere già pronto, ma la commissione dedicata consta di 74 esperti, e hai voglia tu a concretizzare quando devi far dire la propria a ciascun componente di una simile pletora). In altri termini imiteremo la Corea del Sud, dove l’installazione dell’app apposita è volontaria, ma la presenza di una manciata di trasgressori all’obbligo di portare il cellulare per chi è in isolamento domestico (160 casi su 54 mila), ha motivato Seul a introdurre il braccialetto elettronico per chi sgarra. Gli arresti domiciliari non saranno più una metafora.

Saremo tutti, ma davvero tutti più precari (a parte, va da sè, chi vive di rendita, economica e di posizione). Il posto fisso e tutto ciò che ha stabilità non rappresenteranno più beni-rifugio da disperati del contratto a termine, o da nostalgici del tempo che fu, ma un valore assoluto universale. Ci aspetteremo molto, nei casi peggiori tutto, dallo Stato e dalla sua assistenza, e la sicurezza sociale smetterà di essere una formula vuota da convegno, per farsi carne viva dei bisogni primari. Più il tempo passa e più sfumeranno i contorni della normalità pre-Coronavirus, rimescolando le priorità: primum vivere, deinde il resto. E non è detto che l’istinto di autoconservazione susciti mirabolanti rinnovamenti della coscienza civile e dell’impegno collettivo, anzi, queste sono favole della buona notte. L’angoscia consapevolizzerà ancora di più i già consapevoli, ma è molto facile che i più, giustamente badando solo alla propria sopravvivenza, appoggeranno le soluzioni apparentemente più a buon mercato spacciate come le uniche possibili.

Voglio dire: se ci saranno abbastanza soldi per tirare la carretta (e al momento non si sono ancora visti), la discussione finirà lì. Ed è comprensibile: se non si vede come e in cosa guadagnarci dal rischiare, magari per liberarci dalla corda con cui ci siamo impiccati da soli (leggi euro, ovvero non poter finanziarci con una nostra banca centrale come stanno facendo Usa e Inghilterra), meglio attaccarsi alle certezze del passato piuttosto che sfidare le incognite future. D’altronde, l’esempio estremo che ci viene dalla Grecia torturata è eloquente: non è stato sufficiente neppure un referendum popolare che a maggioranza aveva bocciato lo strangolamento della Trojka, per modificare la rotta all’élite che ha poi eseguito il commissariamento fallimentare (Tsipras, mica Mario Monti). E il popolo è rimasto inerte, passivo, chinando la testa e sottomettendosi.

Presi dalla preoccupazione del panem, probabilmente penseremo meno ai circenses. Ma non ci scommetterei: è proprio quando la sussistenza materiale o addirittura alimentare si fa incerta, che ci si avvinghia a quel poco di divertimento consolatorio che resta. E anche qua, dura non essere comprensivi: subendo la decrescita praticamente di qualsiasi cosa – consumi, scambi, momenti di incontro – mantenere l’equilibrio svangandosi nei limiti del possibile è non necessario, di più. Peccato però che il relax sedentarizzato e impoltronito sarà affidato, in misura ancora maggiore rispetto a prima, all’eterea virtualità del web, questa arma a doppio taglio che abbiamo incorporata addosso da iper-connessi compulsivi quali siamo. Ne diverremo sempre più dipendenti, con un’ulteriore iniezione di autosorveglianza e smaterializzazione delle esperienze.

Ecco, l’esperienza: poter vivere in tutta la sua forza l’impatto della realtà nuda sarò sempre più un lusso, a causa dello smart working e della paura da contagio. I più sani e i più forti cercheranno di divincolarsi dalle maglie del Grande Fratello, coi suoi bip e i suoi droni, andando alla ricerca delle zone franche, delle terre libere, dei punti ciechi che sfuggiranno all’occhio elettronico. Un comportamento del tutto naturale, che tuttavia metterà in pericolo gli altri. Questo fino al vaccino. Poi, sarà libera tutti. E cosa provocherà la contro-spinta, solo il buon Dio lo sa.

C’è chi ha scritto che per evitare di morire ci stiamo condannando a non vivere più. Non so voi cari lettori, ma io resto fiducioso su un fatto anzitutto biologico: la vita prima o poi si ribella alle costrizioni, riprendendosi i suoi spazi. Augurandovi il meglio, vi saluto con le parole di uno scrittore (suicida, ma gran viveur), Romain Gary: «Mi chiedete di raccontare un poco la mia vita, con la scusa che ne ho una, ma io non ne sono tanto sicuro, perchè credo soprattutto che sia la vita ad avere noi, a possederci». Buona vita, per quanto possibile.