Non facciamoci divorare dal Dragone Rosso

Dopo le sue responsabilità iniziali nell’infezione da Covid-19, la Cina punta alla colonizzazione strisciante attraverso gli aiuti umanitari. Con il M5S in prima fila ad accoglierli

Ogni volta che vedo un esponente politico italiano con la faccia da saputello e il sorriso da pirla celato da una mascherina Made in China mi viene l’orticaria. Quando costui, con approccio liturgico, si fa ritrarre al fianco di un’autorità cinese per poi decantare sui social con fare tronfio una donazione di dispositivi medici inviati generosamente (sic!) dal Dragone Rosso, beh, lì mi adiro.

Cari italiani, siamo già assoggettati ai rischi del coronavirus, per lo meno immunizziamoci contro la sindrome di Stoccolma. Se siamo agli arresti domiciliari senza aver commesso reati da oltre un mese, se sono morti oltre 20 mila nostri connazionali, se i nostri medici sono allo stremo negli ospedali, se la nostra economia è in ginocchio la colpa primaria è del regime comunista di Pechino, che ora, tra aiuti umanitari che emanano un olezzo di falsità e ipocrisia, e un’informazione edulcorata, sta cercando di riabilitarsi agli occhi della comunità internazionale dopo i suoi colpevoli ritardi. Sia chiaro che questo sembra un iroso j’accuse ma non è altro che una mera constatazione, scevra da ogni retropensiero. Un fatto oserei dire inconfutabile.

Non facciamoci abbindolare pure dalla Cina, ci stanno già pensando Germania e Olanda con l’avallo di Bruxelles. Tiriamo fuori l’orgoglio e riponiamo nel cassetto il buonismo beota.

Delle azioni solidaristiche dei cinesi avremmo fatto volentieri a meno se il governo del presidente Xi Jinping non avesse osservato un lungo silenzio sull’effettiva portata dell’epidemia di Covid-19, partita da Wuhan e dall’Hubei ed esportata pericolosamente in tutto il mondo. Un’ingiustizia degna di un regime autoritario.

Perché questo è la Cina, una dittatura. E per noi occidentali non esiste più grande errore di approcciarci a un regime autoritario con le nostre categorie mentali, i nostri paradigmi, i nostri valori, perché i cinesi non ragioneranno come noi né ora né mai. Se loro ci donano dei dispositivi sanitari per fronteggiare l’emergenza coronavirus, autocelebrandosi con la narrazione di una leadership decisiva a risollevare le sorti del mondo, non lo fanno perché sono buoni. Svegliati, politico in mascherina. Lo fanno, con la leva sulla nostra emotività, per rafforzare i loro spazi d’influenza che già possedevano. E che qualcuno aveva già provveduto a garantirgli.

Poco più di un anno fa l’Italia ha aderito alla Via della Seta. Ettore Sequi è un ex ambasciatore italiano a Pechino e ora ricopre il ruolo di capo di gabinetto del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Un riscontro banale ma che evidenzia una linea precisa in politica estera adottata dal governo Conte. Poco importa se le nostre aziende manifatturiere, le tessili su tutte, che non hanno ancora ceduto ai richiami della delocalizzazione, soffrono quotidianamente la concorrenza sleale della Cina, di prodotti a basso costo, dubbia qualità e macchiati di gravi violazioni dei diritti umani. Dagli investimenti nei porti al 5G, dalla cooperazione nell’aerospazio alla proprietà intellettuale, il governo italiano propizia una stretta collaborazione con i cinesi. Una partnership che nasconde molte insidie, giacché da Pechino le informazioni sono centellinate e quindi conosciamo poco le modalità con cui opera l’esecutivo di Xi Jinping.

A causa della sciagura economica provocata dal Covid-19 molte aziende e compagnie italiane stanno subendo perdite in borsa, il mercato si sta contraendo sempre di più ed è verosimile che a stretto giro il Dragone Rosso si appresterà a trangugiare asset strategici della nostra economia nell’ambito delle infrastrutture, dei trasporti, della finanza e non solo. Si sa, l’appetito vien mangiando, soprattutto quando hai una classe dirigente della nazione, oltre alla politica, che ti riempie il piatto dopo averti apparecchiato la tavola.

Non è escluso che presto la Cina possa essere chiamata a salire sul banco degli imputati per rispondere della diffusione a livello globale del coronavirus, comparendo dinanzi a una corte internazionale come quella dell’Aja o a un tribunale speciale sul modello di Norimberga. La richiesta potrebbe giungere dai Paesi del G7 che avrebbero tutto il diritto di rivendicare un risarcimento del valore di 350 miliardi di sterline. A tanto ammonta il danno calcolato dal centro studi britannico Henry Jackson Society. Sarebbe uno spiraglio di giustizia e verità.

Nonostante in Italia ci siano forze di governo che si ammantino di democrazia e ciancino di libertà salvo poi svendere il nostro interesse nazionale in estremo oriente, in barba al dumping sociale e ambientale di una dittatura dalle mire egemoniche.

Del resto anche la bandiera della Repubblica popolare cinese ha cinque stelle. A voi le conclusioni.

(ph. Imagoeconomica)

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