Sull’utilità e il danno degli artisti per la vita ai tempi del Coronavirus

Massini lancia appelli di edificante inutilità, il ministro Franceschini gli risponde conclamando la propria utilità relativa. Lasciate ogni speranza, o voi che discettate di cultura

Pare che qualcuno in Italia abbia detto, o fatto capire, che oggi gli artisti (scrittori, cantanti, musicisti, attori, registi, danzatori…) sono inutili. In questi termini ci era sfuggito, lo confessiamo. Basta e avanza l’evidenza di quanto non solo gli artisti ma anche i temi della cultura siano vaghi se non inesistenti nelle iniziative del Governo sull’emergenza coronavirus. Comunque, in questi giorni imperversa ai quattro angoli del Web la clip di uno scrittore e uomo di teatro molto importante, molto famoso e molto ben introdotto negli studi televisivi, Stefano Massini, che da uno di questi studi ha lanciato la sua appassionata e risentita replica all’insinuazione – vera o presunta che sia – di cui all’inizio. “Gli artisti non sono inutili”, ha proclamato. Non ha detto: “Noi artisti esistiamo, abbiamo il diritto di fare quello che facciamo e di essere aiutati come tutti, visto che abbiamo una funzione pubblica di grande importanza, perché la cultura serve e nei casi migliori piace, perfino”. In meno di una decina di minuti ha preferito disegnare il solito quadretto edificante e ad effetto dell’Italia “scrigno di bellezza e crogiolo di cultura” e ha proclamato l’utilità di tutti coloro i quali, a diverso titolo, di questa bellezza si occupano o la propagano, o pensano di farlo, ciascuno a modo suo. Commosso successo: decine di migliaia di visualizzazioni del video, centinaia di adesioni di altissimo livello, fra artisti e intellettuali, a quello che era un siparietto teatrale a mo’ di rubrica in un noto “talk” di informazione su rete Tv quasi primaria, ma si è subito trasformato in “appello”.

Eppure, proprio come quelli utili, quelli indispensabili e quelli fondamentali (in ordine decrescente di frequenza), gli artisti inutili ci sono sempre stati e ci sono ancora. Forse negli ultimi tempi – intendiamo, prima della pandemia – anche più numerosi che in passato, probabilmente per effetto di modalità di reclutamento meno stringenti e qualificanti in un mercato esageratamente allargato. E la conosciamo noi la fuffa a cui fino a un mese fa talvolta ci toccava assistere, che ci toccava talvolta leggere o vedere o ascoltare, facendo il mestiere di chi segue giornalisticamente queste cose.

Per cui, no. Non è vero che tutti gli artisti sono “ipso facto” utili. Ma è sacrosanto riconoscere che ogni artista ha il diritto di esistere, ha una “funzione” culturale (svolta bene o male, non importa) e quindi ha il diritto di essere tenuto in considerazione. E in tempi difficili come questo, di essere il più possibile supportato. I teatri ci sono e nei casi migliori prima erano affollati; ci sono le sale da concerto, i musei, le mostre, le case editrici, gli scrittori, i poeti. Tutti sono pienamente nel diritto di essere considerati parte integrante della società, fuori dalla retorica della bellezza, che infesta il dibattito su questi argomenti (arte e bellezza non sono sinonimi e non devono necessariamente coincidere, ma oggi sembra un’eresia dirlo…). Quindi è la sovrana, ottusa indifferenza al tema generale, non l’utilità o l’inutilità di questo o di quello, che colpisce, ferisce e delude.

Per dire, prima di trovare la parola “teatro” in qualche Dpcm, ne sono dovuti uscire tre o quattro. In questi documenti si parla quasi sempre di “eventi pubblici”, il che la dice lunga sulla maturità culturale di chi ci governa: mercatini folcloristici e stagioni liriche, festival internazionali del cinema e sagre della luganega sullo stesso piano. Del resto, con un ministro della cultura come Dario Franceschini, uomo di idee fino a qualche tempo fa talora condivisibili ma di decisioni evanescenti o proprio assenti, come l’attuale emergenza ha chiarito una volta per tutte, non c’è da sorprendersi. Intervistato dalla Stampa il giorno di Pasqua, a precisa domanda: “Centinaia di scrittori e artisti hanno rilanciato l’appello di Stefano Massini: nell’epidemia l’arte è diventata inutile?”, Franceschini ha risposto testualmente: «Condivido sino in fondo quell’appello e se non fossi ministro l’avrei firmato». Cioè: il ministro della Cultura, se tale non fosse stato, avrebbe sottoscritto un appello che mette sotto accusa le gravi mancanze e l’inadeguatezza di se stesso come ministro della Cultura nel riconoscere i problemi di chi fa l’artista durante questa pandemia.
Non c’è dubbio e ci sono poche speranze, se le cose non cambiano radicalmente: la cultura in questo Paese ha gravi problemi. E non sono l’utilità o l’inutilità degli artisti.

(ph: Facebook Stefano Massini)