Se il silenzio di Venezia parla

Il turismo fa vivere, ma la soffoca. Riflessioni ai margini della quarantena sulla città monouso. Per la resurrezione

Venezia scoppiava di salute. La salute devastante di quasi trenta milioni di turisti l’ha resa una città malata, schizofrenica fino a sfiorare lo sdoppiamento della personalità. L’incubo realissimo, vissuto giorno per giorno, della città-museo, del parco divertimenti, della vetrina e basta ha rischiato di cancellare la città vera, e con essa la civitas. Tutti a strascicare i piedi per tuffarsi nella storia, senza capirla e per cancellarla.

Il lockdown per Venezia ha lo stesso effetto di un elettroshock. E’ sparito all’improvviso dalla sera alla mattina il martellante rumore dei trolley, la colonna sonora che ha cambiato le abitudini dei veneziani, quel rotellare ossessivo voce dell’invasione. Voce? Rumore bastardo che ha modificato le ore del sonno, e le percezioni dell’esterno. Quel brontolìo alle cinque di mattina non era l’annuncio di un temporale, ma lo sciamare delle comitive verso la stazione o piazzale Roma. Così come il rumore spento solo a tarda notte di luoghi come Santa Margherita o le Fondamenta degli Ormesini era solo rumore e non vita. «I bar vivono di rumore – dice un veneziano – e Venezia ormai è un unico bar».

Il silenzio è arrivato di colpo in una città più predisposta di altre al silenzio. Il traffico dei vaporetti non è paragonabile, acusticamente, alle colonne di auto che ingorgano la terraferma. I suoni di Venezia, fino a ieri, non erano tanto i motori, ma quel brusìo emesso dalle masse di turisti, indistinto, immanente, un basso continuo senza individualità che però sovrastava le voci di Venezia. Le antiche, e vecchie, e recenti – fino a pochi anni fa – abitudini veneziane di parlarsi in calle, di chiamarsi dalle finestre sono state cancellate, coperte dalla profluvie di corpi, presenze e dalle loro emissioni. I veneziani si sono ridotti a metà, e questi inghiottiti. Venezia, in gran parte stretta e abbracciata a se stessa, è una città a portata di voce. Ma la sua.

ph credits: Giustino Chemello dal volume “I silenzi di Venezia” (Edizioni Grafiche Vianello)

In questi giorni torna ad essere così, pur nella anormalità di frequenze diradate, di uscite solitarie: magari con difficoltà attraverso le mascherine, ma riemergono le voci dei veneziani, che si parlano, si ascoltano, possono di nuovo “sentirsi”. Li ascolti oggi, questi veneziani, e ti raccontano di emozioni improvvise, di folgorazioni inaspettate, di fascino che tiene insieme meraviglia e angoscia. Perché a Venezia il silenzio è diverso che in qualsiasi altra parte del mondo.

E’ un silenzio che cresce nella bellezza, se ne abbevera, la riflette e la esalta. Impedisce che sia disturbata. E può essere estasi, esperienza estetica profonda, o più semplicemente umanità quotidiana, ritorno ad un presente che sulle spalle e negli occhi ha mille anni di storia. E non sono necessari i grandi spazi monumentali, le meraviglie architettoniche, i ricami di pietra: la bellezza silenziosa di Venezia si annida nel campiello fuori mano, ad un incrocio di calli, su un ponte guardato dalle case che intorno fanno ritmo e riflesso. Il silenzio di Venezia parla, e fa correre i pensieri forse più di un discorso.

Oggi questo silenzio è ancora più sonoro, perché nessuno se lo ricordava più. Le campane adesso sono nitide, si sentono di sestiere in sestiere: a distesa, appunto, senza ostacoli né concorrenti. L’acqua è distesa, cheta, non ribolle più, non sbatte sulle rive, ed è un’aggiunta di silenzio. Diceva più di vent’anni fa Giorgio Lago, allora direttore del Gazzettino: «Io non dormo la notte a Venezia. C’è troppo silenzio». La notte silenziosa di Venezia si è sempre più accorciata, la macchina del turismo si sveglia all’alba, rifornimenti, trasporti, arrivi, e continua dopo cena. Ma queste ore non sono un flash back del tempo che fu, a pensarci bene sono la scoperta di una tragedia. In questo silenzio ammantato di bellezza, «che non ti raggela, non ti spaventa», dice una veneziana, «ma che può sembrare la morte», dice un’altra, la città si accorge di aver perso oggi la sua voce, i suoni del fare. Inghiottiti dal basso continuo, mescolati e confusi, insomma persi. Sostituiti dallo sferragliare del turismo, diventato l’unico motore della città. Togli quello, come in questo periodo, e togli tutto, ed è questa la tragedia. Venezia monouso non basta a se stessa.

Albergatori, ristoratori, baristi, e naturalmente i mille e mille affittacamere dicono: anche se riapriamo, per chi riapriamo adesso? La bellezza assoluta di Venezia la farà tornare alla normalità, ma si deve capire che “questa” normalità, quella della marea montante anno dopo anno (e non si parla dell’acqua) non va bene. Questi sono giorni, si spera irripetibili, in cui averne coscienza e pensare qualcosa per preservare la città, e con essa la civitas. Il silenzio di Venezia è così unico che deve essere completato dalla sua voce, quella autentica. Delle persone, del lavoro, perfino delle chiacchiere che hanno fatto scrivere Goldoni e riempito mercati, ridotti, salotti, talami e stanze del potere. E’ la sua voce antica, può diventare quella nuova, recuperata, adattata ai tempi e ancora viva. Questo serve per sovrapporsi al tramestìo asfissiante e informe, e farsi sentire di nuovo come Venezia.

(ph credits: Paolo Lotto)