Lockdown soft. Ma dov’è il soft?

In Veneto si strombazza l’allentamento della distanza da casa per l’attività motoria (mentre si segue la Lombardia sull’obbligo totale di mascherina). Ma per l’economia non cambia quasi nulla

E’ così soft, questo lockdown soft del Veneto, che a uno sguardo appena un po’ più attento pare un lockdown e basta. Tale e quale a prima, salvo qualche ritocco simbolico. Per dare un segnale. Di sostanziale, niente di che. Seguendo quell’autonomia di fatto che vede le Regioni aggiungere ai Dcpm governativi ordinanze in ordine sparso, il governatore leghista Luca Zaia ha voluto ammantare la sua con una formula nel più perfetto stile cerchiobottista: un colpo al cerchio, mantenendo la chiusura sociale ed economica con pochissime differenze, e uno alla botte, sottolineando le novità con l’aggettivo “soft”. Ma le novità sono soltanto due, e sono variazioni sulle disposizioni nazionali che lasciano la situazione praticamente invariata.

La prima, molto strombazzata, è la caduta del divieto di circolare liberamente entro 200 metri dall’abitazione per fare un po’ di moto. In un ondeggiamento tipico della tattica “stop and go”, già oggi Zaia minacciava di rivederla nel caso di abusi. Ma già ieri stesso, spiegando la nuova direttiva, specificava che ci si può allontanare qualche chilometro, inferiore ai 4-5. Quanti, esattamente, non è dato sapere. 3 saranno troppi? 2 vanno bene? Alla sensibilità dei controllori di polizia l’ardua sentenza. Una piccola concessione alla libertà di movimento, certo. Compensata dalla stretta, questa sì più invasiva, nell’uso della mascherina, da indossare sempre e comunque assieme ai guanti quando si va fuori di casa (o, in alternativa ai guanti, con il gel disinfettante – anche quando si fa una passeggiata? Poco pratico, diciamo). Il Veneto insomma imita la Lombardia, che aveva già introdotto l’obbligo di coprirsi il volto all’aria aperta. Ma il Veneto, com’è noto, ha fortunatamente una situazione di contagi di molto inferiore alla Lombardia.

Un osservatore malizioso, o semplicemente smaliziato, potrebbe sospettare che la misura risponda più all’esigenza di mostrarsi fermo sulla linea dura a difesa della salute, mentre nei fatti nulla di nuovo si muove sotto il sole. E lo dimostra il secondo, semi-inesistente scarto rispetto al periodo conclusosi ieri. Sul versante lavorativo e aziendale, infatti, l’ordinanza zaiana non contiene alcuna specifica. In altre parole, mentre sul fronte igienico-sanitario si dà un giro di chiave sia pur morbida (mascherina obbligatoria, girare oltre i 200 metri), sul ritorno all’attività delle imprese il presidente della Regione illumina il tasto della agognata libertà: «Il lockdown non esiste più – ha dichiarato nel punto stampa di oggi – perché sono state autorizzate alcune imprese e altre lo hanno fatto da sole con la regola del silenzio assenzo, ora occorre tutelare i lavoratori, altrimenti dobbiamo richiudere tutto». Secondo i dati di Unioncamere Veneto, quasi la metà delle 550 mila aziende registrate non ha mai chiuso, e con le deroghe già in atto da settimane si era giunti a oltre il 50%. Adesso la quota potrebbe andare al 60%. Significa che riapriranno i battenti neanche tremila ditte. In più, fra le attività commerciali riammesse dal governo venerdì 10 aprile, ossia cartolerie, negozi di articoli per l’infanzia e librerie, queste ultime potranno tornare disponibili alla clientela solo due giorni alla settimana, festivi e prefestivi esclusi.

La “Fase 2” che staremmo, anzi per Zaia «stiamo iniziando», è ancora e di gran lungo una Fase 1. Solo, un po’ mascherata. E la cartina di tornasole dell’operazione di maquillage la troviamo nella parte che riguarda i futuri picnic di sabato 25 aprile o di venerdì 1 maggio. Durante le due feste laiche comandate, e più in generale alla domenica, ci si dovrà attenere al severissimo diktat di non grigliare e pasteggiare in compagnia di amici e parenti, ma di farlo esclusivamente con il proprio nucleo familiare. Esattamente, cioè, come prima. Morale della favola: il “lockdown soft” è uno slogan. Un mito.

Come un mito appare anche, del resto, il consenso da regime cinese (ops, pardon) che renderebbe il governo Conte inscalfibile e onnipotente (e così sentendosi legittimato, magari, a redarguire ufficialmente singoli giornalisti, vedi Mentana, che pur discutibilmente non hanno fatto altro che esercitare un altrettanto lecito diritto di critica). Mentre Ilvo Diamanti ci informa dalle pagine del Giornale di Vicenza che la paura genera una vagamente bulgara «domanda di autorità», un freschissimo sondaggio della società Technè commissionato dall’agenzia di stampa Dire – non esattamente un covo di sovranisti – enumera la percentuale di persone che non hanno fiducia nel premier e nei suoi ministri: il 63,5%. Un mero sondaggio, una fotografia dell’istante, si dirà. Eppure la sensazione è che sempre più agli italiani – e figuriamoci ai veneti, diffidenti come sono – non quadri il fatto che dopo un mese di reclusione, con un numero di multe risibile sul totale della popolazione, senza avere statistiche sulla composizione professionale e parentale degli infettati (quanti trasportatori, cassiere, operai, agricoltori, poliziotti e familiari dei contagiati?), la curva di decessi e contagi sia rimasta sostanzialmente stabile. Qualcosa non torna. Nel frattempo, annunci e proclami come non ci fosse un domani.