Sfida a Zaia, Lorenzoni è già azzoppato (e non solo per coronavirus)

Il candidato di centrosinistra partiva già sfavorito. Con l’emergenza è stato inevitabilmente oscurato. Ma lui ci mette anche del suo. Urge riflessione, dalle parti del Pd e sinistra

Sono passati esattamente due mesi da quando, dopo un lungo travagliato percorso che non ha mancato di lasciare ferite profonde, il Partito Democratico veneto ha dato il via libera alla candidatura a presidente della Regione del professor Arturo Lorenzoni, il vicesindaco di Padova eletto con una civica che raggruppa un po’ tutta la galassia locale di sinistra. L’intenzione era di replicare lo schema delle comunali del 2017, ovvero dipingere di civismo moderato, progressista e occhieggiante al mondo cattolico il centrosinistra unito, questa volta però con i Dem a supportare fin dall’inizio un “esterno”, tentando di coinvolgere perfino i grillini (che invece si presentano con un proprio candidato, il vicentino Cappelletti). Una sorta di “fronte popolare”, nella disperata impresa di contrastare lo strafavorito Luca Zaia.

Tutto era pronto: c’era lui, il candidato non da tutti amato (chiedere info al consigliere regionale piddino Fracasso), una nuova etichetta (“Il Veneto che Vogliamo”), l’unità trovata nonostante l’ingoio del rospo, e anche la stessa amministrazione patavina guidata da Sergio Giordani non era troppo triste, liberandosi da una presenza divenuta via via sempre più ingombrante (tanto da interrogarsi con passione sull’avvicendamento alla carica di vice del primo cittadino). Lorenzoni aveva davanti un Everest, come l’ha definito egli stesso, ma il cammino poteva incominciare.

Nel giro di poco più di una settimana è accaduto l’imprevedibile noto come coronavirus, che oltre ad aver sconvolto il Paese, ha mandato in soffitta tutti i bei propositi di cui sopra, rinviando sine die la competizione regionale. Oggi è impossibile capire come e quando potranno svolgersi le elezioni per eleggere il successore del leghista Zaia, che ha bocciato l’ipotesi di andare al voto in autunno, sapendo quanto incerta sia la prospettiva di farlo in estate, per i tempi tecnici legati all’indizione delle urne e per il problema di poter svolgere democraticamente la campagna elettorale.

L’impasse ha già abbondantemente logorato le chances di Arturo Lorenzoni, che già partiva con una notorietà bassissima al di fuori di Padova, e ora si vede “sepolto” mediaticamente e politicamente dall’emergenza. Mentre i consiglieri regionali fanno le pulci a Zaia per quanto possono, in un clima di forzata concordia collettiva, Lorenzoni si è limitato a qualche uscita con il contagocce, critica ma senza affondare. Ieri, l’ultima, molto discutibile: un video di tre minuti e rotti in cui si appella ai Veneti per costruire il futuro post-virus largheggiando in toni retorici e contenuti innocui, e perciò condivisibili da chiunque. Con una dimenticanza piuttosto grossa: semplicemente dire chi è e a quale titolo sta parlando. La stragrande maggioranza della popolazione veneta non lo conosce, e non specificare nemmeno in sovrimpressione che è lo sfidante di Zaia, non sembra una gran mossa. Soprattutto quando si ammannisce agli ascoltatori una sequela di proclami generici. Mentre Zaia, propagandisticamente quanto si vuole, va sempre sul pratico, Lorenzoni sembra aver deciso di perdere male in partenza, restando sul retorico.

Con queste premesse, il centrosinistra farebbe bene a sfruttare la quarantena per una profonda riflessione. Considerando anche, finchè la corsa non è ancora iniziata, di cambiare cavallo. Altrimenti, altro che “bomba atomica”, come ebbe a dire Lorenzoni. Non gli si fa neanche un graffio, allo stravincente Zaia.