«Zaia, 10 domande sui tuoi dietrofront sull’emergenza»

Organizzazione ospedali, carenza di mascherine, tamponi e case di riposo: i quesiti del Movimento “Il Veneto che vogliamo”

«In queste settimane ci siamo resi conto che diversi annunci del presidente della Regione Veneto non sono poi diventati realtà: sulla gestione della sanità della regione Veneto aleggia ancora una certa confusione». Queste le parole dei portavoce del movimento Il Veneto che vogliamo Giorgio De Zen ed Elena Ostanel che ricordano «a inizio marzo Zaia aveva firmato una lettera dove chiedeva al governo di stralciare le tre province di Padova Treviso e Venezia dal decreto che ne sanciva il lock down. Chissà quanti contagi in più registreremmo se avessimo ascoltato chi oggi è alla guida della Regione. E non è stato l’unico dietrofront a cui abbiamo assistito in queste settimane».

De Zen e Ostanel hanno così deciso di mettere in fila 10 domande per il governatore del Veneto sulla gestione dell’emergenza Covid. «Per mettere nero su bianco alcuni proclami mai realizzati, alcune scelte sbagliate, altre che potevano essere fatte diversamente. Per tentare di fare chiarezza cercando tra le righe di proporre un modello di gestione delle future emergenze. Per ragionare sulle scelte migliori da intraprendere in futuro: siamo in una situazione mai vista prima e dobbiamo tutti imparare dai propri errori, anche chi si è trovato a guidare la regione in un momento così complicato».

1- Lo stato di emergenza nazionale è stato dichiarato il 1 febbraio. Come mai la Regione ha tardato così tanto ad organizzare misure preventive? Dallo stop iniziale ai tamponi del prof. Crisanti da parte del Direttore della sanità regionale Domenico Mantoan (nominato ahinoi anche commissario straordinario di Agenas), alle istruzioni alla popolazione sui comportamenti da tenere connotate da eccessivo ottimismo, la strada corretta non è stata intrapresa un po’ più tardi rispetto a quanto possibile? Poiché era ampiamente prevedibile che l’infezione da coronavirus avrebbe gravato molto sulle strutture sanitarie, perché non si è riusciti a fornire adeguati dispositivi di protezione individuale (DPI) al personale sanitario?

2- Il problema della carenza di mascherine è nazionale, non solo, anche mondiale. Quelle disponibili finora non sono sufficienti neanche per gli ospedali e sono difficilmente reperibili anche per la popolazione. L’OMS nel frattempo ha corretto le sue indicazioni e previsto che ogni persona che esce di casa sia dotata di adeguata mascherina. Dunque non discutiamo il principio di indossare le mascherine fuori di casa. Il punto invece è un altro: ci può spiegare perché Lei ha organizzato, su tutto il territorio, una imponente operazione di distribuzione di una tipologia di mascherina che già dalle istruzioni d’uso appare non del tutto efficace nel proteggere chi la porta? Perché ha messo a rischio la salute dei volontari addetti alla consegna e degli stessi destinatari, dato che spesso viene consegnata “mano in mano”, senza involucri protettivi e comunque in quantitativi inadeguati?

3- Dopo aver compreso l’importanza dell’effettuazione di tamponi per la diagnosi e l’individuazione dei soggetti positivi ma asintomatici, perché ha lanciato l’iniziativa dei “20.000 tamponi al giorno”, sapendo che i laboratori addetti, pochi, privi di personale e mancanti dei “reagenti” necessari, erano impossibilitati ad analizzarli? Non era forse meglio annunciare il dato a strumenti (macchine per i laboratori e reagenti) acquisiti?

4- Attualmente Lei sta proponendo, in alternativa, i test sierologici, che al momento attuale non sono sufficientemente testati e validati e non sostituiscono lo strumento di diagnosi, che resta il tampone. Tuttavia, soprattutto nelle case di riposo, vengono visti come unica speranza per sapere, in tempi brevi, se ospiti ed operatori sono stati contagiati, e si stanno investendo notevoli risorse economiche. Non sarebbe il caso di avere più chiarezza?

5- Fare tamponi alla popolazione sembra comunque una delle soluzioni più corrette, e la Regione Veneto lo ha capito prima di altre Regioni. L’isolamento a domicilio delle persone covid-positive, prive di sintomi o con sintomi leggeri, e la sorveglianza attiva sono altre strategie che stanno funzionando sul territorio. Anche qui, però, si sconta il “dimagrimento” (ad opera di Mantoan dobbiamo dirlo) subito in questi anni dai Dipartimenti di Prevenzione delle Aziende ULSS e dei servizi epidemiologici in particolare, con la conseguenza che l’emergenza viene affrontata da personale riconvertito da altri servizi ed impreparato. Considerato che l’OMS da tempo annunciava l’arrivo di una grave pandemia, perché i Dipartimenti di Prevenzione hanno subito questo importante ridimensionamento delle loro attività? Cosa pensa di fare per risolvere questa anomalia?

6- Altra strategia fondamentale è la cura domiciliare dei pazienti con difficoltà respiratorie non marcate, al fine di non caricare gli ospedali e limitare i contagi. Purtroppo l’organizzazione territoriale dei servizi sanitari negli ultimi anni è andata riducendosi in tutta la Regione e chiaramente non è in grado di affrontare una simile emergenza. Mancano mezzi ed attrezzature, medici specialisti ed infermieri. Inoltre, i Medici di Medicina Generale sono stati lasciati soli ed indifesi, privi di DPI, ad affrontare il primo fondamentale livello. Cosa pensa di fare per migliorare questa situazione?

7- Le Residenze Sanitarie Assistenziali e le Case di riposo per anziani sono in grave sofferenza: mancano tamponi, farmaci, DPI e personale. Benché fosse chiaro fin dall’inizio dell’emergenza che le più colpite dal coronavirus sarebbero state le persone anziane con pluripatologie, i piani per l’emergenza hanno trascurato anche in Veneto queste strutture, che adesso si ritrovano con un gran numero di persone contagiate, personale compreso. Perché questa dimenticanza? Cosa intende fare per salvare i nostri anziani?

8- Attraverso una riorganizzazione della rete ospedaliera regionale sono stati creati degli ospedali dedicati ai pazienti Covid 19: pur condividendo la scelta, si evidenzia la presenza di intere comunità locali (come la bassa padovana, l’alto vicentino e l’alta marca trevigiana) che sono state private del proprio ospedale. Visto il protrarsi dell’emergenza, questa situazione potrebbe durare a lungo e creare grandi difficoltà ai malati gravi e rischi nella gestione delle urgenze. Come intende garantire la gestione delle normali urgenze sanitarie ai cittadini di quelle aree per un tempo così indefinito? Perché non sono state previste risposte alternative? Perché questi territori vengono così penalizzati?

9- Sempre con riferimento agli ospedali Covid 19: il personale utilizzato sembra essere quello già in servizio, convertendo medici ed infermieri con altre specializzazioni. Come sono stati preparati in così poco tempo alle nuove mansioni? Ci risulta che una comunicazione del Dr Mantoan su un intervento formativo riservato ai medici sia arrivata alle ULSS il 30 marzo, vale a dire dopo l’apertura dei suddetti centri. Questa minima formazione della durata di un giorno è stata effettuata oppure no? Quali sono i rischi di una impreparazione per i pazienti e per gli operatori?

10- Le persone dimesse dagli ospedali o che devono stare in isolamento fiduciario hanno bisogno di spazi adeguati e opportuna assistenza. Poiché la ventilata ipotesi di usufruire di strutture per anziani risulta impraticabile a causa dell’altissimo rischio per gli ospiti ricoverati, cosa pensa di mettere a disposizione per queste quarantene protette? Ritiene anche Lei di coinvolgere le cliniche convenzionate o i nostri imprenditori alberghieri affinché mettano a disposizione qualche struttura nella fase delle dimissioni controllate?