Diciamo la verità: Sepùlveda come scrittore non valeva granchè

I panegirici post-mortem magnificano un artista che, a leggerlo senza paraocchi ideologici, è stato molto, troppo sopravvalutato. Come un po’ tutti gli scrittori latinoamericani

Cominciamo da lontano. Il cosiddetto “realismo magico”, cifra di gran parte della letteratura latinoamericana, è stato largamente sopravvalutato. Tradotto in parole povere, almeno a chi scrive è sempre parso qualcosa di cui non si capiva un emerito, un vagheggiare indefinito e confuso senza sostanza e, con buona pace, senza “realtà”. Poesia, magia, fantastico, favola, perfino fantasy: va bene tutto, ma il lettore deve poter sapere di “cosa” si sta parlando. Altrimenti, con tutto il rispetto, sono seghe mentali.

Per questa ragione è lecito trovare mortalmente detestabile “Cent’anni di solitudine”di Gabriel García Márquez. Aneddoto personale: ricordo che lo lessi una mattina d’estate, arrivai circa a metà, e mentre dentro di me ribolliva e cresceva l’irritazione, ad un certo punto non ce la feci più e scagliai il libro fuori dalla finestra. Negli anni successivi ho ripetuto l’esperienza con molti altri latinoamericani, con lo stesso risultato. Con una variante: non ho più buttato i libri in giardino, li ho passati nel contenitore della carta da riciclare. Fino a smettere del tutto di leggerli. Non potevo continuare a farmi del male, e d’altronde dovevo pur fidarmi almeno un po’ della mia sensibilità, che dopo una vita passata sulla letteratura, proprio scarsa – perdonatemi – proprio non sarà.

Ma c’è un’altra considerazione che mi rende insopportabili questi scrittori. Ci avete mai pensato? Cos’è che li rende “grandi scrittori”? Non il fatto che siano realmente grandi scrittori. No: sono “grandi scrittori” perché sono di sinistra. Così è, così è andata, così è stato per anni, così è ancora. Quando alla fine degli anni Sessanta venne pubblicato il libro di Marquez, rifiutarlo voleva dire passare da fascisti (promemoria: erano gli anni in cui un compagno non legge “Il Signore degli Anelli”, a priori), e poteva capitare che qualcuno garbatamente ti consigliasse una vacanza rieducativa in Siberia. Così fu per Marquez e per tutti i suoi epigoni. Poi magari le cose sono un po’ cambiate, la Siberia è stata dimenticata, i compagni non si sa più cosa siano, ma culturalmente parlando essere di sinistra è rimasto un valore aggiunto, un titolo di merito, anche nella scuola. Così da quando, alla fine degli anni Novanta, Sepùlveda pubblicò “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, generazioni di insegnanti hanno pensato di rifarsi una verginità “democratica” torturando generazioni di bambini con quella storia, una delle più melense mai scritte.

Proviamo ad analizzarla con un po’ di giusta acribia. Uno dei criteri principali per valutare la comprensibilità di un’opera d’arte – e perciò la sua fruibilità a livello intellettuale ed emozionale – è la quantità di note in calce, ovvero di spiegazioni, di cui essa ha bisogno per essere capita. In altre parole: tanto più essa deve essere spiegata – invece di venir intuita non-mediatamente – tanto meno è frutto di ispirazione artistica ed è, invece, un prodotto arte-fatto per sfruttare un marchio e/o un mercato favorevole. E’ questo il caso del libro di Sepùlveda, scritto evidentemente per sfruttare ad un tempo la gran voga di cui – quasi sempre immeritatamente – gode presso di noi la letteratura latinoamericana, la moda dell’ecologismo e, naturalmente, il piatto ricco dell’editoria per l’infanzia.

Alcuni esempi. L’Autore scrive: “A volte aveva visto anche delle piccole imbarcazioni che si avvicinavano alle petroliere e impedivano loro di svuotare le cisterne. Disgraziatamente quelle barche, ornate dai colori dell’arcobaleno, non sempre arrivavano in tempo per impedire l’avvelenamento dei mari”. Quanti bambini, sia pure bambini multimediatici come i nostri, sanno dell’esistenza di Greenpeace, sanno qual è la sua bandiera e sanno riconoscere le sue barche in questa descrizione allusiva e pseudopoetica? Ancora. Il gatto enciclopedista si chiama Diderot. A parte la sfrenata fantasia che ci dev’essere voluta a mettergli quel nome, è pensabile che esista al mondo un bambino che sappia di Diderot e D’Alembert e dell’Encyclopédie, e che sia in grado di effettuare il nesso e perciò di cogliere tanta arguzia? Chiaramente no. Ma allora, perché questo sfoggio di cultura non alla portata dei bambini? La risposta sta, appunto, nell’assoluta artificiosità di un prodotto costruito a tavolino, che nulla ha a che fare né con la poesia né con la psicologia infantile.

Tale artificiosità, tale intima falsità costituiscono, del resto, la nota dominante di tutto il testo. Non solo a livello di contenuto, ma anche di linguaggio. Si veda per esempio, relativamente al linguaggio, l’assoluta banalità di sostituire il verbo “parlare” e i suoi sinonimi con “miagolare”, dando vita ad espressioni che sfidano intemerate il ridicolo (“Ho bisogno di miagolare con colonnello”; “Mi toglie i miagolii di bocca”). Un’ultima osservazione riguardo al contenuto. Concetti come “Forse non sa volare con ali d’uccello ma ad ascoltarlo ho sempre pensato che voli con le parole” o “Vola solo chi osa farlo”, a parte il fatto che sembrano presi di peso dai bigliettini dei Baci Perugina, appartengono comunque ad un modo di guardare alla vita e ad una cultura propri degli adulti, che non possono assolutamente essere compresi dai bambini e che perciò, conseguentemente, non possono trasmettere loro alcun messaggio. Innumerevoli sono state le classi di bambini seviziati con questa melassa di didascalici buoni sentimenti: una specie di versione “democratica” e di “sinistra” del Libro Cuore di De Amicis (il quale, almeno, scriveva bene). Che poi, anche a livello educativo: ma volete mettere Franti?!

Per finire. Sepùlveda è di sinistra e ha vissuto la dittatura di Pinochet e dunque, idest, è un grande scrittore. In base allo stesso sillogismo, da decenni grandissimi scrittori di “destra” – grandissimi, ma di destra – sono stati condannati all’oblio (Vintila Horia, per esempio, autore di “Dio è nato in esilio”, uno dei più colti e commoventi romanzi del Novecento, che è praticamente impossibile trovare in libreria) oppure all’ostracismo, come Céline o Mishima, che al solo nominarli si sente puzza di zolfo. Chissà se verrà mai, almeno in Letteratura, il giorno in cui all’Appartenenza si sostituirà il Merito. Ci guadagneremo, se non altro, in bellissimi libri.

(ph: Elena Torre from Viareggio, Italia; edited by User:Marco Bernardini https://it.m.wikipedia.org)