Coronavirus, Viviani: «Ciclismo a porte chiuse non ha senso»

«Pedalare davanti a uno schermo? Si può anche impazzire, ma non possiamo fare diversamente. I rulli sono una
grande invenzione, ma anche una maledizione. Io personalmente non li ho mai amati. Ma devo farmene una ragione. Ho smesso ora di allenarmi, tre ore. Dove? Ero sul percorso virtuale dei Giochi di Londra 2012, ho pedalato sulla salita di Box Hill. Con l’app che usiamo, il rullo si indurisce in salita e ci restituisce una sorta di verità in fatto di
fatica e allenamento» Questo il racconta del ciclista veronese Elia Viviani, velocista della Cofidis, campione europeo su strada e oro olimpico a Rio nell’omnium su pista, affidate a un’ intervista uscita oggi su  “La Repubblica”  sulla potenziale evoluzione ”smart” del suo sport.

«Forse il ciclismo ha davvero scoperto il futuro, grazie al virus? Mi auguro di no, così non è il massimo della vita. E poi è comunque uno sforzo diverso. Un professionista può piazzarsi molto lontano da amatori abituati a correre solo così. La fatica è la stessa, ma la gestualità è completamente diversa. Alla Parigi-Nizza eravamo a porte chiuse, in un’atmosfera surreale. Il ciclismo a porte chiuse non ha senso. Ma spero che quando
riprenderemo, tutto venga fatto senza rischi – aggiunge -. Un gruppo di corridori è un assembramento, a guardar bene».

(Ph. Facebook – Viviani)

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