«Qui a Padova il farmaco anti-artrite dà buoni risultati»

Coronavirus, la cura sperimentale di Vianello (direttore dell’unità di fisiopatologia respiratoria): «Il nostro obbiettivo è diminuire il più possibile il numero di intubati»

«La sperimentazione con il Tocilizumab sta dando segnali positivi». Fra i medici che stanno provando sul campo delle difese contro il coronavirus c’è anche il professor Andrea Vianello,  cattedra all’Università di Padova e direttore dell’UOC di fisiopatologia respiratoria dell’ospedale universitario patavino. E’ lui ad aver avviato sui pazienti della terapia subintensiva l’uso sperimentale del farmaco contro l’artrite reumatoide, nel frattempo in corso di sperimentazione anche dall’Aifa («ma sulla quale noi abbiamo portato avanti parallelamente uno studio di efficacia», puntualizza). Prima di spiegare come e quali risultati abbia dato finora la cura, una premessa di base: «da un lato abbiamo usato il farmaco su un numero abbastanza consistente di casi, una trentina, ma dall’altro dobbiamo ancora tirare le somme cioè analizzare i dati in maniera approfondita, schematica».

Fatta questa premessa, comunque, lei ha sperimentato il Tocilizumab sul più ampio numero di casi finora testati in Veneto. Che risultati ha dato? E in che senso è efficace?
Diciamo che l’impressione è favorevole. Mi spiego: noi ci siamo concentrati su un certo tipo di attività e cioè sul fatto di farci carico dei pazienti che stavano rapidamente deteriorandosi, per cercare di bloccare questo peggioramento impedendo che dovessero accedere alla terapia intensiva o comunque che per loro si dovesse far ricorso a procedure invasive tipo l’intubazione. L’obiettivo del nostro lavoro è stato quindi ridurre la necessità di intubazione e di ricovero nella terapia intensiva. Per farlo abbiamo cercato il più possibile di contenere gli effetti acuti della malattia, delle polmoniti estese, con l’utilizzo di misure di supporto per l’insufficienza respiratoria (la ventilazione non invasiva, l’ossigenoterapia da alti flussi, i caschi) e in più con il Tocilizumab, un farmaco anti-infiammatorio usato all’apice dell’infiammazione per contenerla ed evitare che la situazione precipiti, guadagnando tempo quindi perchè il paziente superasse l’infezione.

E i risultati ci sono stati?
Si, in terapia intensiva sono andati 5 pazienti su 30, significa che su 25 ha avuto efficacia. La sperimentazione ora continua sui malati che presentano le caratteristiche che abbiamo detto.

Lei ha sottolineato che solo il vaccino potrebbe essere risolutivo. Le cure come quella da lei sperimentata, o, per fare un altro esempio, l’ipotesi di impiegare quella già in uso contro il tumore alla prostata, su cui sta lavorando un gruppo ricerca guidato dal professore di farmacologia Andrea Alimonti a Padova, sono dunque sistemi soltanto per alleviare i sintomi? O servono anche per il vaccino?
Queste sperimentazioni, la nostra e altre, servono per migliorare la condizione di un paziente che sta male, per evitare che peggiori e possa morire, cioè sono farmaci che intervengono quando la malattia è già in atto. La vera soluzione però sarebbe il vaccino perchè è preventivo, cioè evita che si sviluppi la malattia, come accade con la vaccinazione antinfluenzale. I farmaci delle sperimentazioni non prevengono l’infezione, la curano quando si è già verificata.

Solo una parte di chi ha difficoltà respiratorie finisce in terapia intensiva, mentre un’altra è curata in subintensiva, con effetti meno invasivi e quindi meno debilitanti. E’ stata la rapidità del contagio a mettere sotto pressione i reparti specializzati, piuttosto che i numeri dei sintomatici presi in assoluto?
Sicuramente è stata la rapidità del contagio, la velocità del fenomeno di diffusione del virus. A Padova grazie a questo modello organizzativo, e per tutta una serie di ragioni che nessuno sa fino in fondo, siamo riusciti a tenere abbastanza sotto controllo la situazione. Abbiamo avuto qualche giorno in cui si è temuto che potesse sfuggirci ma in realtà momenti drammatici non ne abbiamo mai avuti, cioè si è sempre riusciti a rispondere alla richiesta. Non è mai successo di dire: questo paziente dove lo metto? Mai.

Dal suo osservatorio quali sono i soggetti più a rischio?
Di sicuro più i maschi rispetto alle femmine. Sull’età invece vanno fatti dei distinguo: non è affatto vero che siano colpiti solo gli anziani, noi stessi abbiamo ricoverato anche pazienti giovani, sui 40-50 anni. Probabilmente quello che ha contato sono le comorbidità, cioè la presenza di altre patologie, e per la nostra esperienza le più rappresentate sono state il diabete e l’obesità. Qualche cardiopatico anche e parecchi ipertesi, ma su questo bisogna dire che la popolazione in generale è piena di ipertesi.

Il caldo porterà effettivamente un beneficio sulla curva delle infezioni?
Ci sono delle riflessioni su questo ma il dato più convincente è che con il caldo funzionano meglio i meccanismi di difesa del sistema respiratorio che va peggio sotto determinate temperature, 8 o 10 gradi. Questo è accertato.

I Covid Hospital dovranno essere mantenuti stabilmente fino alla vaccinazione?
Credo di sì. L’idea che percepisco è che non ci sarà una smobilitazione, non possiamo permettercela, anche se non posso dire in che misura e con che numeri. Anche a Padova c’è stato un ridimensionamento del fenomeno però pure stanotte abbiamo ricoverato pazienti dal pronto soccorso, quindi non è che si possa sbaraccare. E antenne alte al di là della vaccinazione.

Cosa comporterà per il funzionamento degli ospedali?
Comporterà dei cambiamenti sicuro. Perchè bisognerà innanzitutto che le persone che accedono agli ospedali, pronto soccorso, ricoverati etc, vengano approcciati in una certa maniera. Faccio un esempio: l’ospedale di Padova ha deciso che il tampone verrà fatto a tutti i pazienti ricoverati. Oppure probabilmente dovranno essere disposti percorsi o delle aree riservate per i pazienti dubbi o ancora che negli ambulatori le persone dovranno accedere per un bel po’ con mascherine e guanti. Sicuramente ci saranno dei cambiamenti, forse anche per i visitatori. Cambiamenti che dureranno un bel pezzo. Anche nella struttura ospedaliera. Noi ne saremo coinvolti in pieno credo. Il nostro è un reparto pneumologico e già adesso vediamo pazienti con una sintomatologia che potrebbe essere Covid o no, serviranno quindi criteri di sicurezza, specialmente in certe aree. Alcune riorganizzazioni interne ospedaliere attivate ora penso tra l’altro che poi potrebbero restare. E’ tutto più difficile? Direi tutto diverso. Ci saranno cambiamenti probabilmente definitivi.