Scuola “smart”, il dramma dei disabili abbandonati

Per chi non lo sapesse, l’Italia era un faro mondiale nell’inclusione degli alunni con difficoltà. Con il coronavirus sono tornati a essere ignorati, totalmente sulle spalle delle famiglie. Nell’indifferenza generale

La scuola è stata pesantemente colpita dalla quarantena da Covid 19. Impreparata a far diventare un ambito sperimentale come la didattica a distanza la nuova norma, si è affidata alla buona volontà degli insegnanti e dei dirigenti scolastici, mentre il Ministero dell’Istruzione non sapeva esattamente cosa fare e quindi che indicazioni dare. A livello contrattuale la didattica a distanza non è nemmeno un obbligo per la classe insegnante: non compresa nel contratto nazionale, è un extra su base “volontaria” che la gran parte dei docenti si è sobbarcato per senso del dovere. In questo quadro, c’è un grande assente nel dibattito mass mediatico e tecnico sui problemi della scuola ai tempi della quarantena di massa: l’alunno disabile.
Per quanto possa risultare strano a chi non ha dimestichezza con l’ambito scolastico, l’Italia è legislativamente e per prassi un faro mondiale nell’inclusione degli alunni con disabilità, frutto di un humus cattolico e socialista che ha sempre visto come un dovere includere i più deboli nella comunità; poi sì, nella prassi talvolta l’alunno disabile veniva marginalizzato, ignorato, deriso, ma questo era controbilanciato da un sistema legislativo che puniva tali comportamenti e un brodo culturale che li stigmatizzava come forme d’ignoranza violenta contro gli indifesi.
La didattica a distanza, con un colpo di spugna, ha cancellato questa attenzione, gettando gli alunni con disabilità nell’ombra e, per intenderci sulla gravità della questione, ricordiamo che stiamo parlando di circa 300.000 persone con relative famiglie. Esclusi dalle lezioni in videoconferenza, abbandonati dagli insegnanti di sostegno che da lontano possono fare ben poco, isolati dai loro compagni, questi bambini e adolescenti sono ritornati a carico completo delle famiglie, già massacrate dal disagio psicologico della quarantena, dalla perdita di lavoro, dai lutti e dall’angoscia della malattia. Stiamo parlando di bambini e adolescenti con sindrome di Down, deficit cognitivi, disturbi della personalità come schizofrenia, bipolarismo, ecc soggetti diversissimi per condizioni di salute e problemi d’apprendimento ma accomunati da due bisogni fondamentali: una didattica tarata sui loro specifici problemi e il bisogno, identico per tutti i giovani, di essere inclusi in un gruppo per costruire la propria personalità.
Per loro la scuola non era solo un luogo di apprendimento di nozioni, ma un universo dove imparavano ad avere una socialità, a pensarsi come soggetti indipendenti dalla protezione familiare, ad acquisire abilità pratiche per altri ovvie, ma per loro no: pensiamo agli insegnanti di sostegno che accompagnavano ragazzi con deficit cognitivi a fare la spesa, insegnando loro a maneggiare i soldi e a contare il resto, oppure che spiegavano loro come si compila un bollettino postale. Per le famiglie di questi alunni la scuola svolgeva allo stesso modo funzioni fondamentali che non si trovano in alcun POF: facendosi carico del/la ragazzo/a per la mattinata (talvolta anche per il pomeriggio) permetteva ai genitori di lavorare, avere una socialità, accudire gli anziani, alleggerendo il carico di tempo e di preoccupazione rivolto al figlio con disabilità.
Ora la tanto decantata didattica a distanza, osannata recentemente anche dal ministro per l’istruzione Lucia Azzolina, nonché da schiere di tecno-entusiasti che non vedevano l’ora di applicare anche al mondo scuola aggettivi come smart, networking, ecc come se la scuola fosse una start up hi-tech, straccia questo patto tacito fra famiglie con figli disabili e scuola, gettando tutto il peso del loro benessere sulla prima. A questo quadro dalle tinte fosche, si aggiunge l’incertezza su quando e con quali modalità si tornerà alla “normalità”: attualmente la riapertura delle scuole è prevista a settembre, sempre tenendo presente, ttutavia, la prospettiva della quarantena a yo-yo sul modello Hong Kong che sta guadagnando consenso fra epidemiologi e politici, e secondo questo modello la scuola e l’università sono fra i primi luoghi a dover chiudere i battenti non appena la curva contagi dovesse risalire… Se il presente è pessimo, il futuro non appare quindi migliore.
Che fare? Già porre il problema degli invisibili è un primo passo, il secondo dovrebbe essere farsi carico dei loro bisogni compatibilmente con una situazione generalmente difficile per tutti. Finora quello che si è fatto è stato semplicemente ignorarli, come se persino il pensiero dei più deboli fosse al momento zavorra inutile. A questo non hanno contribuito né i media né (cosa ben più grave) le direttive del ministero: fra dirette pop motivazionali e burocratichese, non c’è un solo discorso istituzionale che nomini gli alunni con disabilità. Nell’Italia della crisi economica e sociale generale, facciamo che si preservi almeno quell’attenzione tipica del Bel Paese a non escludere dalla comunità gli elementi più svantaggiati, tanto più se giovanissimi.
(ph: Imagoeconomica)