Relatore del Mes fu Gualtieri. E il centrodestra non si oppose subito

Ricostruzione storica delle origini di un trattato extra-Ue che ci metterebbe nei guai seri

Nel World Economic Outlook del Fondo Monetario di alcuni giorni fa si legge che l’economia mondiale perderà 9 mila miliardi se l’emergenza da Covid 19 sarà risolta entro l’anno. Solo la Grecia andrà peggio dell’Italia, dove la contrazione del PIL sarà del 9,1%. Una crisi, come è riconosciuto da tutti, di gran lunga più feroce di quella del 2008. In un contesto simile, il Consiglio dei capi di governo europei fissato il 23 aprile vedrà la conferma del no agli eurobond da parte di Germania e Stati satelliti, che preferiscono una nuova linea di credito da 240 miliardi con il Mes. Attualmente, il governo è spaccato: il Pd e i renziani favorevoli, contrario il Movimento 5 Stelle.

Fra i sostenitori dell’ipotesi farlocca di un Mes “light” senza condizioni (che sarebbe come dire avere in prestito soldi senza garantirne la restituzione) c’è il ministro dell’economia, Roberto Gualtieri. La sua presenza in quella poltrona-chiave non è casuale. Professore di storia moderna alla Sapienza di Roma, estensore con altri del manifesto di nascita del Pd, in qualità di europarlamentare è stato relatore proprio del Mes, nonchè negoziatore del diabolico Fiscal Compact. Il vizio originario del fondo salva-Stati, in realtà di fatto una banca, sta nell’articolo 136 del Trattato di Funzionamento dell’Unione, che creava il Mes come organismo fuori dalle istituzioni europee, contraddicendolo in un punto fondamentale: il dovere di solidarietà fra i membri, previsto all’articolo 222. Come? Imponendo “rigorose condizionalità”, ovvero tagli e tasse. In sostanza vuol dire che l’Olanda di turno, a Covid 19 afflosciato, potrebbe impugnare l’eventuale non-condizionalità per i soldi erogati davanti alla Corte di Giustizia Ue.

Il Mes fece capolino in Italia attraverso un progetto di legge dal governo Berlusconi IV e firmato l’11 luglio 2011 dall’allora ministro Giulio Tremonti. Questi motivava l’assenso, a suo dire, con il fatto che al Mes sarebbe stata associata l’emissione di eurobond (cioè, si dice, condividere il debito comune, il che svantaggia i Paesi più forti, come Germania e Olanda, appunto). In effetti gli eurobond erano citati, ma in una risoluzione del Parlamento europeo del 23 marzo 2011 che aveva al massimo un valore politico, non normativo e quindi non vincolante. Un’ipotesi, insomma, che fu subito liquidata dalla Germania. Se andiamo a vedere poi nel dettaglio anche questi famosi eurobond, qualche dubbio sorge. Non è esattamente debito “europeo”, ma debito nazionale pro-rata, ossia in proporzione alla quota con cui ciascuno Stato partecipa al capitale Bce e con i Paesi garanti. Insomma, sempre debito è, per ciascuno Stato.

Il 19 settembre 2011 sempre il governo Berlusconi lo presenta in parlamento per la ratifica, senza opposizioni interne neanche da parte della Lega. Subentra poi il governo Monti, e solo allora la Lega comincia a opporsi. Con la seguente motivazione, affidata alle parole dell’allora capogruppo in Senato, Massimo Garavaglia: «…perché la Lega Nord voterà contro il provvedimento? Voterà contro, innanzitutto, per segnalare questo paradosso e questa anomalia, cioè che dopo tutti gli sforzi che stiamo facendo per reperire risorse, di tutti gli euro che entrano, non un euro va a famiglie e imprese. Ricordiamo, per inciso, che solo quattro Regioni tengono in piedi la baracca. Sono solo quattro Regioni del Nord che danno più soldi di quelli che ricevono. Quindi, tutto questo sacrificio (i 14 mld da versare per il MES, ndr) alla fine si basa sempre sulle solite spalle che fanno fatica a reggere il peso». Il testo passò anche alla Camera, presente l’onorevole Giorgia Meloni, che non intervenne nè alla discussione nè al voto. La realtà sulle responsabilità politiche delle origini del Mes in Italia, dunque, sono un po’ più complesse di come vengono dipinte oggi. E riguardano, sia pur in modi e tempi diversi, un po’ tutti.