Quarantena con maschi violenti: «La casa come l’inferno. E i figli assistono a tutto»

Le telefonate ai centri anti-violenza di Padova e Vicenza: «Donne che stavano per separarsi sono bloccate dal lockdown, altre dalla mancanza di lavoro. E aumenta la violenza psicologica e sessuale»

C’è un’emergenza nell’emergenza: quella registrata dai centri antiviolenza per le donne, spesso costrette in questa momento di “reclusione” a stare 24 ore su 24 con i loro aguzzini. I dati di richieste di aiuto aumentano. Ma non solo. A Padova, su 300 donne prese in carico, di circa un centinaio non ci sono notizie da settimane. «Perchè non riescono più a mettersi in contatto con noi» spiegano le operatrici dei centri anti-violenza. A Vicenza e Arzignano, 122 e 40 assistite, in un mese sono già altre 15 le nuove donne inserite nei percorsi di assistenza.

In aumento violenze fisiche, psicologiche e sessuali

«L’isolamento e il fatto di non poter uscire è un fattore di rischio in più. Che aggrava situazione difficili pregresse». Mariangela Zanni fa parte del Centro Veneto Progetti Donna Antiviolenza di Padova, che ha valenza provinciale. E non nasconde la preoccupazione: «Stiamo registrando un inasprimento delle violenze. Sono aumentate quelle economiche: ad uscire per la spesa ora sono i mariti o compagni, visto che è una delle poche possibilità di muoversi, e spesso lasciano le donne senza cibo, cioè non permettono loro di mangiare in casa. Aumenta fortemente anche la violenza psicologica, atti di umiliazione, denigrazione, offese, e pure quella sessuale. Si pensa sempre che le donne la subiscano per strada da sconosciuti, in realtà la maggior parte degli abusi sessuali avviene dentro le mura domestiche dal partner, una forma di violenza utilizzata spesso come minaccia per non subire altri tipi di vessazioni». Il centro di Padova sta continuando a seguire 205 donne, una trentina aggiunte nell’ultimo mese: «Su 300 che erano, un centinaio non riescono a continuare. E’ frustrante anche per noi, manca il contatto diretto dei colloqui, manca l’accoglienza della persona». Per la maggior parte sono donne dai 30 ai 50 anni, quasi tutte con figli piccoli «e questo diventa spesso un motivo di rischio ulteriore, perchè i partner violenti non sono abituati a trascorrere cosi tanto tempo con i figli e in casa cresce la tensione».

«Percorsi di sostegno bloccati dal Covid»

Ci sono poi le donne che stavano per uscire dalla casa coniugale, vicine alla separazione: «Tutto bloccato dall’emergenza. E questo ha provocato in alcune un forte stress, perchè si ritrovano in un vortice di paura e di rischio a cui pensavano ormai di aver messo fine. Alcune di loro hanno sospeso il percorso avviato e non sappiamo cosa sta succedendo. Finita l’emergenza Coronavirus, ci sarà un’impennata di richieste di accoglienza, di donne che scappano di casa». Da qui l’appello al Governo e alle istituzioni: «Ormai le strutture di accoglienza sono piene. E adesso ad inserire nuove donne c’è un rischio in più: il Covid-19. Il Governo avrebbe fatto una circolare che invita i Prefetti a trovare soluzioni ma non è accaduto. Lavoriamo nell’incertezza e nella consapevolezza che per i casi di questo periodo dovremo farci carico noi delle spese e di reperire un alloggio. Ci considerano servizi essenziali ma non hanno mai stanziato fondi ad hoc». Al centro antiviolenza di Vicenza e Arzignano si cerca di essere presenti il più possibile. Oltre al numero fisso del servizio le operatrici utilizzano un cellulare, per le videochiamate «che consentono un contatto almeno visivo». E ci si accorda sull’orario, le donne spesso devono trovare una scusa per poter telefonare. «Stiamo cercando di monitorare di più i nuovi casi, per capire meglio la situazione – spiega Maria Zatti, presidente di “Donna Chiama Donna”, servizio che gestisce il centro antiviolenza comunale di Vicenza e lo sportello di Arzignano – nel 90% dei casi i problemi sono con il partner, il convivente, l’ex compagno, e le mura di casa, che dovrebbero essere di riparo, diventano quelle più pericolose. In tutti la violenza psicologica fa da substrato a tutte le altre forme. C’è molta violenza fisica. Ma oltre i casi eclatanti da pronto soccorso, in cui intervengono anche le forze dell’ordine, cresce lo stillicidio quotidiano continuo: la spinta, l’insulto, la tirata di capelli».

Il trauma dei bambini

Al quadro familiare si aggiunge il trauma dei bambini. Continua Zatti: «La cosa peggiore, adesso che non ci sono le scuole aperte, è che i figli assistono e questo significa vivere la violenza e purtroppo imparare le stesse modalità: femminile di subirla e maschile di commetterla. Spesso sono donne che non hanno un’indipendenza economica e i bambini diventano una forma di ricatto. Allo stesso tempo però a volte sono proprio i figli a spingere la mamma a dire basta o la donna stessa reagisce quando vede che in loro ripercussioni fisiologiche fisiche: scompensi, disturbi alimentari, tic nervosi». Sui traumi dei bambini Cristina, un’operatrice del servizio telefonico, aggiunge: «I bambini fanno già fatica in questo momento, chiusi in casa, a trovare un loro equilibrio. Essere costretti a rimanere lì davanti alle violenze sulla loro mamma, senza lo sfogo della scuola o di altre attività, è un vero dramma. Di cui si parla poco. L’angoscia che si crea in un bambino si ripercuoterà anche dopo. E in questo momento manca anche il monitoraggio di insegnanti e maestre, che a scuola spesso si accorgono se c’è qualcosa che non funziona nel bambino. Sono una sorta di antenna». Sulla difficoltà poi di trovare un alloggio per i casi più gravi, la presidente Zatti precisa: «A Trento c’è stata una iniziativa molto bella, al di là dell’emergenza Coronavirus. In caso di violenza domestica anzichè allontanare mamma e minori dalla casa si allontana il maltrattante. Solitamente la rete territoriale si attiva per portare in strutture rifugio o appartamenti protetti donne e figli, con costi e difficoltà enormi: si parla di 60 euro al giorno a testa. Spese che non tutti i Comuni sono in grado di sostenere. Allontanare il violento, ovviamente nei casi conclamati, potrebbe essere una soluzione».

«Non ce la faccio più»

«Chiamano e dicono: non ce la faccio più, mi picchia e la situazione è peggiorata perchè lui è sempre a casa. Non riesco più a gestirla». E’ questo spesso il tono della telefonata che le operatrici ricevono. Come racconta Cristina, che lavora in un centro del Vicentino: «La violenza non è diversa da prima, cambia la modalità. A parte pochi casi in cui è collegata allo stile di vita, cioè l’uomo alla sera va al bar con gli amici, beve più di quello che dovrebbe e a casa diventa violento, restano i violenti di natura, a prescindere dalla situazione. Sono a casa dal lavoro e questo aumenta le possibilità di conflitto. Abbiamo fatto comunque alcuni inserimenti in casa rifugio nell’emergenza, anche se è molto difficile: con il Coravirus servirebbe inizialmente un appartamento separato dalla struttura per la quarantena. Chiaro che nei casi gravi, se c’è una denuncia e l’intervento delle forze dell’ordine, si procede. Per alcune situazioni ci hanno chiamato direttamente dall’ospedale, altre sono state segnalate dai carabinieri o dalla tutela minori. Dopo l’emergenza Covid per molte la difficoltà sarà liberarsi dalla violenza e uscire di casa: con la crisi economica per una donna che deve ricominciare trovare lavoro sarà veramente complesso».

CENTRO VENETO PROGETTI DONNA PADOVA
Numero Verde gratuito 800-81-46-81 Attivo dalle 8 alle 20 da lunedì a venerdì
CENTRO ANTIVIOLENZA VICENZA Tel. 0444-230402
Lunedì, martedì, mercoledì e venerdì dalle 8.30 alle 14 – Giovedì dalle 9 alle 17
SPORTELLO ARZIGNANO Tel. 392-0115571
Martedì dalle 9 alle 13 – Venerdì dalle 14 alle 17

(ph Shutterstock)