Confindustria Vicenza: «Veneto chiuso e Trentino fa quello che vuole»

Il presidente Vescovi si dice deluso e confuso dalle parole di Conte di questa mattina: «Noi siamo in sicurezza da tempo, si doveva lasciar decidere su base volontaria se riaprire o no come succede in Europa»

«Sensazione di confusione visto che ieri la ministra Bellanova aveva detto di riaprire prima». Questo è il commento del presidente di Confindustria Vicenza Luciano Vescovi al messaggio del premier Giuseppe Conte. «Noi siamo pronti in sicurezza, in linea con il protocollo dello scorso 14 marzo. Già da più di un mese le aziende hanno fatto investimenti, si sono attrezzate, hanno dimostrato di esserlo con i dati ufficiali dello Spisal del Veneto, i servizi di prevenzione degli infortuni che hanno fatto 5mila e 300 visite ispettive alle imprese con 240mila addetti ispezionati che in sostanza hanno trovato una situazione in ordine, con pochi rilievi e poche eccezioni. Quindi il Veneto è pronto da tutti i punti di vista.

«Noi semplicemente continuiamo a ribadire un concetto: l’industria manifatturiera è già in sicurezza da un mese, doveva potere restare aperta o chiusa su base volontaria, come succede nel resto d’Europa. Invece è stata chiusa, ne prendiamo atto, è già passato un mese ormai, altri 15 giorni non hanno senso. Teniamo chiusi giustamente i locali pubblici, ma non le industrie manifatturiere, perché ha un rischio molto inferiore di andare al giornalaio a comprarsi il giornale. Se aspettiamo altri 15 giorni -incalza Vescovi- rischiamo di perdere l’80% delle commesse in settori centrali per il nostro territorio come moda, concia e automotive».

Territorio, quello berico, che è considerato uno dei treni dell’economia nazionale. «Il valore aggiunto della provincia di Vicenza è di circa 26 miliardi di euro, con un export di 18 miliardi, con un surplus commerciale di 9 miliardi di euro». Un treno che oggi non corre più: «Al di là delle filiere essenziali, ci sono circa un 50% delle aziende che grazie alle possibilità cosiddette deroghe hanno aperto parzialmente. Ma 50% delle aziende non vuol dire 50% delle attività perchè molte di queste aziende stanno aperte con piccolissimi reparti e con un impiego minimale di personale. Quindi sono apparentemente aperte ma di fatto semplicemente hanno il motore accesso ma la macchina è in folle».

E gli effetti della mancata operatività di questi mesi si farà sentire anche nei prossimi. «Oggi l’operatività delle nostre imprese è di un 25% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quindi un quarto, un dato grossolano ma che tiene conto che ci sono solo alcune filiere aperte mentre le altre sono aperte al minimo. Quindi il problema vero non è solo di riduzione drammatica della produzione, ma che alcuni comparti come ad esempio quello della moda hanno perso sei mesi e se non aprono domattina perdono altri 6 mesi, tutta la stagione autunno inverno che non possono produrre, non soddisfacendo gli ordini e perdendo così altri sei mesi di fatturato. Una situazione insostenibile», spiega Vescovi.

E con la produzione ferma cresce il rischio che «i produttori esteri che lavorano in questo momento vadano in cerca di altri fornitori. Noi siamo dei terzisti avanzati, innovativi, e quindi se l’Audi riapre e non trova il fornitore italiano lo troverà il Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovacchia, in altri Paesi europei dove le fabbriche sono aperte, mentre noi siamo chiusi. Se aspettiamo altri 15 giorni perdiamo l’80% di queste commesse. Posso dire che ci sono numerose filiere ad alto rischio chiusura se prosegue il lockdown. Quindi non possiamo aspettare il 4 maggio perchè ripeto noi dobbiamo certificare che le aziende sono in sicurezza e lo sono come lo saranno il 4 maggio. Semplicemente concentriamoci su chi è in grado oggi di garantire la sicurezza», spiega Vescovi.

Poi fa una comparazione con la Lombardia. «Premesso che io non sono un esperto medico, rilevo questo: il Veneto ha delle caratteristiche diverse ad esempio rispetto alla Lombardia. La maggior parte dei lavoratori del Veneto vanno a lavorare in bicicletta, in motorino, in auto. Qui i dati epidemiologici sono molto meno preoccupanti e rilevanti che in altre aree. Il nostro punto di vista è: dove si può aprire in sicurezza si deve aprire e riteniamo che nelle fabbriche e in Veneto oggi in totale sicurezza si possa riaprire. Ribaltiamo il punto di vista: quell’area, quella filiera, è in sicurezza? Si, bene allora deve riaprire perchè deve dare un contributo al sistema economico nazionale, anche contributivo, non assorbire cassa integrazione, ma pagare contributi. E il leader degli industriali vicentini aggiunge: «Se lei va in giro nella provincia di Vicenza in questo momento c’è un sacco di gente in giro, in auto, a piedi, che con grande rispetto delle regole indossa le mascherine e i guanti, mantiene le distanze e quindi ha iniziato a convivere con questo virus E purtroppo questa è l’ottica che dobbiamo adottare nel prossimo anno, due anni, quanto sarà».

Infine la comparazione con il Trentino: «Noi in Veneto anche se le fabbriche sono in sicurezza dobbiamo restare chiusi e il Trentino alto Adige fa quello che vuole. Se prendiamo le delibere della provincia di Trento del 14 aprile si vede che lì i cantieri edili possono lavorare in deroga a quello che è scritto nel codice Ateco. Quindi, evidentemente ci sono alcuni territori e province collegati con l’Europa che è tutta aperta e altre che non possono aprire e non si capisce perché».

Fonte: Adnkronos

(ph: Facebook Confindustria Vicenza)