“Immuni” dalla libertà? Ma eravamo schiavi digitali anche prima

La parabola del veneto e del siciliano di Zaia chiarisce molto bene la reale efficacia della app anti-coronavirus. Che rappresenta solo un salto di grado rispetto all'(auto)controllo a cui eravamo abituati

Che sia un comunicatore abilissimo nel farsi capire lo si sapeva, e spiega molto del suo successo politico. Ma i questo caso, Luca Zaia è stato anche utilissimo: ha illustrato con un esempio a prova di scemo il reale funzionamento di “Immuni”, l’applicazione su cui il commissario all’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, sta lavorando assieme alla commissione tecnica di Vittorio Colao con l’obbiettivo di tracciare gli italiani, così da snidare digitalmente i positivi asintomatici. E’ la parabola del veneto e del siciliano: «due viaggiatori, uno veneto e uno siciliano, si incrociano per caso, si trovano a distanza inferiore di due metri, e iniziano a parlare per più di 15 minuti perchè il veneto ha la maglietta dei gondolieri. A quel punto, i due telefonini, che avranno l’applicazione scaricata, registrano il contatto. Poi, uno dei due risulta positivo e viene ricoverato. I medici allora chiamano l’altra persona, e gli consigliano di fare il tampone».

Prima della rustica ma efficace spiegazione zaiana, eravamo a conoscenza che l’app rileva i cellulari vicini con la trasmissione a cortissimo raggio detta Bluetooth, che i dati riguarderanno la geolocalizzazione (dove siamo) e i contatti (chi incontriamo) ma registrerà e conserverà solo i secondi, che l’appalto «gratuito» è andato all’azienda milanese Bending Spoon (partecipata dai figli di Berlusconi e dalla famiglia di business cinesi Pao, e coadiuvata nel marketing da Jakala, società in cui figurano Renzo Rosso e Giuliana Benetton), e che servirà a elaborare in tempo reale un diario clinico della persona relativamente al Covid-19. Come hanno più volte insistito a sottolineare Arcuri e anche Zaia, la soglia di efficacia del suo utilizzo si attesta sul 60% dell’intera popolazione. Ma “solo” il 66% possiede oggi un cellulare, il che comporterebbe l’obbligo di fatto di acquistarne uno (fra parentesi, a Singapore, la tanto decantata Singapore, solo il 18% l’ha attivata). Perciò, se resterà volontaria smentendo le prime voci su limitazioni alla libertà di movimento per chi non ne facesse uso, d’altro canto si studieranno modi, prevedibilmente ansiogeni, per incentivarlo. Il presidente leghista del Veneto l’ha messa giù così, crudamente: «C’è libertà, ma l’alternativa all’applicazione è mettersi in ospedale e aspettare che arrivino i pazienti».

Ora, a chi si straccia le vesti per la violazione della privacy, si può facilmente ribattere che già da molti anni tutti noi che sul telefonino abbiamo installati software per i più vari scopi, di servizio, ludici o d’informazione, o che abbiamo un profilo sui social (Facebook, Instagram eccetera), o che facciamo ricerche su Google, siamo abbondantemente tracciati, studiati, scrutati e trasformati in pacchetti di dati che i colossi della Rete sfruttano per rivenderli sul mercato dei consumi. Si chiama renderizzazione. La riservatezza non è minacciata per il semplice motivo che non esiste più. Il salto rispetto a ciò che avviene già oggi è che ora sono gli Stati a passare da un controllo ex post (per eventuali reati) a uno ex ante, sui nostri movimenti e dunque sulle nostre relazioni. Certo, ci viene assicurato che tutto il materiale finirà sotto chiave in un magazzino virtuale di Stato al riparo da appetiti privati o stranieri. Ma si fa passare il messaggio che si possa pedinare elettronicamente il cittadino non più per sua autonoma scelta, bensì per ragion di Stato.

E’ solo un’ulteriore tappa del processo di progressivo aumento di sorveglianza delle nostre vite da parte della tecnica. Ma non ci si può scandalizzare se dallo smartphone pieno di giochini e intrattenimento si finisce con la radiografia mobile dei nostri spostamenti. Semmai, ci si può interrogare sul rapporto tra il beneficio effettivo di uno strumento utile solo in certe circostanze a fronte di un’altra stretta, questa volta calata dall’alto, alla residua libertà dalla tecnologia. Stare vicini a una persona per più di un quarto d’ora, se nei luoghi di lavoro – dove si trascorre la maggior parte del tempo – è rispettata la distanza dei due metri, significa monitorare i nostri incontri nel tempo libero. La ratio, evidentemente, è il solito scambio sicurezza-libertà al fine di velocizzare la ripresa della normalità: ti allento le briglie sulle frequentazioni, ma in cambio te le scannerizzo. Dice: poco importa, se la differenza è limitata alla tutela della salute. Vero. Importa molto, però, se per ridurre al minimo i rischi ci consegniamo sempre di più alla dipendenza dall’oggetto che è diventato il nostro autentico centro vitale: quella protesi del nostro corpo che è il telefonino. Giulio Andreotti raccontava questa storiella sui tempi del fascismo: quando banalmente ci si chiedeva a vicenda “come va?”, la risposta, apparentemente normalissima ma in realtà sinistra, era “non possiamo lamentarci”. Ecco, arrivati a questo punto di totalitarismo tecnologico, non possiamo proprio lamentarci.

(ph: https://pxhere.com)