Rabbia virale

La gradualità estrema del governo Conte sta giocando con il fuoco, sobillando il risentimento che si augura di voler neutralizzare

Fase 2 dal 4 maggio. Un autobus di 35 metri quadrati può far viaggare al suo interno 15 persone, un negozio di 40 metri quadri, invece, può accogliere un solo cliente alla volta. Si può far visita ai parenti in Regione, ma un povero cristo che poniamo non li ha a poca distanza, o è rimasto solo come purtroppo non pochi anziani, non può trovar conforto dagli amici, dopo un mese e mezzo di reclusione. Ci si sorbisce code chilometriche al supermercato e sono ammessi gli sport di squadra (leggi: calcio, il santo calcio), ma sulle palestre e le piscine ancora nebbia fitta. La manifattura industriale sì, il commercio al dettaglio pure, ma scuole no, e solo attività da asporto per bar e ristoranti, già possibili qui in Veneto, che è un po’ come la respirazione artificiale, diciamo sotto il minimo sindacale. Con la curva dell’epidemia che passa dallo stabile al calante, mentre gli ospedali, all’inizio duramente provati specialmente in alcune zone, ora si stanno avviando al contenimento dei ricoveri (ma attenzione: resta allarmante la situazione nelle case di riposo), ieri sera il premier Conte ha detto agli italiani, non prima di un’abbondante premessa di paternalistiche supercazzole, che sta navigando a vista nella più completa mancanza di una strategia di medio-lungo raggio. L’unica logica che si intravede da questo andare a tentoni è il gradualismo estremo in base a un principio precauzionale che sembra più farina del sacco di un decisore tecnico (la famosa “scienza”, in realtà nugolo di voci contraddittorie fra loro, a confrontare gli esperti) che di un responsabile politico che non può sottovalutare gli effetti sociali e umani di una clausura generalizzata ormai sempre meno giustificabile.

L’attenuante che si può concedere all'(ex?) “Avvocato del Popolo” è che per seguire l’esempio di altri Stati, vuoi per l’isolamento mirato e geograficamente localizzato (come propone il bravissimo professor Andrea Crisanti qua dal Veneto), vuoi per far fronte alla neo-povertà (l’ottavo sapiente Massimo Cacciari propone di dare soldi ai cittadini «direttamente in conto corrente, non attraverso le banche»: e grazie tante, Usa o Inghilterra possono farlo perchè stampano moneta sovrana), la sola parziale scusa sta nel fatto che lo stato dei controlli in Italia sulla sicurezza, anzi la forza dello Stato tout court, in Italia, la conosciamo bene: una fuga dalle responsabilità a ogni livello, come per altro dimostra il ricorso a “task force” di luminari la cui preoccupazione è sfornare una app di tracciamento che, senza poi garantire tamponi e test per tutti, non servirà a un beneamato, se non a rafforzare la nostra dipendenza psicologica dalla tecnologia della sorveglianza. Qui ci si sta dimenticando che quel che è possibile, e quindi si deve fare, è mettere al riparo il sistema sanitario e il diritto alla cure. Non inseguire il rischio zero, che non esisterà almeno fino al vaccino.

Conte si è premurato di esorcizzare «rabbia e risentimento», i quali, non ci vuole un genio, si stanno accumulando nelle viscere della società bloccata. Ieri sera a Vicenza un arrabbiato e risentito, almeno stando ai primi rilievi della Digos, ha vandalizzato con una molotov e con il lancio di pietre due sedi di partito, e di due partiti contrapposti, il Pd e la Lega. Lasciando una comunicazione in cui si legge che a ispirarlo è stato il «sentimento di oppressa liberazione che proviamo noi popolo italiano da molti anni a questa parte. Vittima di una classe politica avida, corrotta e menefreghista». Conte forse si rende conto, o a giudicare dalle scelte forse non se ne rende conto, che con la crisi di reddito e di fiducia da Covid 19 sta venendo a galla un rancore che albergava già prima, e, visto che il Movimento 5 Stelle sembra bollito a meno di concreti risvegli da parte di Di Battista, non si sa le opposizioni sapranno rappresentare (il coordinatore provinciale vicentino di Fratelli d’Italia ieri sera è corso a parlare di scendere in piazza, e addirittura di occupare il parlamento). Non ci stupiremmo se dalle finestre e dal balconi delle case, anzichè le cantate e le schitarrate pomeridiane, vedessimo uscire i comuni mortali a urlare, come nell’istruttivo film del 1977 “Quinto Potere”, «sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!».