Veneto, sindaci capoluoghi: «Delusi da Conte, questa è fase 1 bis»

Rucco: «Vogliamo scongiurare ecatombe di piccoli imprenditori garantendo sicurezza». Sboarina: «Necessario comprendere che ricominciare a lavorare è l’unica via possibile per evitare il definitivo collasso»

Nuova riunione in videoconferenza questa mattina per i sindaci delle città capoluogo del Veneto, dopo l’annuncio del nuovo DPCM da parte del presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte. «Ho colto – dichiara il sindaco di Vicenza Francesco Rucco – un’insoddisfazione generale da parte di tutti i colleghi in merito ai contenuti dell’ultimo provvedimento presentato dal premier Conte. Sta crescendo la volontà di creare un’azione congiunta per chiedere un decentramento per il Veneto, una Regione che ha peculiarità quasi uniche in Italia, in accordo con il governatore Zaia. Siamo pronti a studiare insieme le soluzioni necessarie che possano portare all’apertura di attività produttive ed economiche extra ATECO e all’apertura anticipata di bar, ristoranti, estetiste e parrucchieri. Vogliamo fare in modo che venga scongiurata l’ecatombe di tanti piccoli imprenditori di questi settori che, se non riapriranno quanto prima, sono destinati a scomparire. Allo stesso tempo vogliamo garantire la sicurezza di tutti e risolvere le questioni legate alla gestione dei figli di genitori lavoratori e al trasporto pubblico locale che va assicurato a tutti. Per questo stiamo studiando un documento che vada a coniugare tutte le esigenze con le criticità che stanno emergendo».

«Un decreto deludente, che non cambia sostanzialmente nulla e che non va incontro alle urgenti necessità delle categorie economiche – gli fa eco il sindaco di Verona Federico Sboarina -. Non avvia la Fase2, ma propone solo una Fase1 bis, priva di soluzioni concrete per la ripartenza del tessuto sociale ed economico del Paese. Stiamo superando l’emergenza sanitaria, ma in questo modo non supereremo quella economica. Dal 4 maggio andava impostata una progressiva apertura, per dare la possibilità di lavorare a tutti. Oggi la situazione è diversa da cinquanta giorni fa e i cittadini, veronesi compresi, hanno imparato i giusti comportamenti da tenere per garantire la propria salute e quella degli altri. Ora la decisione da prendere non è su chi apre e chi no, ma sulle misure di sicurezza da adottare sui luoghi di lavoro e sui controlli da effettuare per assicurane la totale applicazione. Prorogare di un altro mese l’apertura di molte attività, significa decretarne ufficialmente la morte. Siamo già fuori tempo massimo, attendere oltre è una scelta che non possiamo permetterci. E’ necessario comprendere che ricominciare a lavorare è l’unica via possibile per evitare il definitivo collasso di tutto il sistema economico locale e nazionale, compresi bar e ristoranti. Da questo decreto ci si aspettava molto di più e, invece, poco o nulla è stato fatto. Ribadisco che, come richiesto dai sindaci dei comuni capoluogo del Veneto, i codici Ateco vanno superati, per garantire il riavvio delle attività in ogni tipologia di aziende che assicuri il pieno rispetto di tutte le misure di sicurezza per i lavoratori. Per limitare il contagio, infatti, ciò che conta è garantire il protocollo sicurezza richiesto nei luoghi di lavoro e non possedere un codice che, nella realtà, invece di consentire la progressiva riapertura l’ha impedita. Inoltre, se da una parte con il nuovo decreto dal 4 maggio è possibile la riapertura di parchi e di aree verdi, dall’altra andava predisposta anche la riapertura di asili e attività per ragazzi. Un progressivo ritorno ad una nuova normalità che, invece, non è stato assolutamente considerato, spostando solo sulle famiglie la totale gestione di bambini e ragazzi, anche dopo la ripresa delle attività lavorative. Un problema che di fatto limita le possibilità di ripartenza per molte famiglie, prive di qualsiasi supporto che possa garantire ad entrambi i genitori il rientro a lavoro. Con quest’ultimo decreto nulla di tutto questo è stato considerato, creando un ulteriore grave danno ad un sistema economico e sociale ormai in totale stato di crisi».

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