«Un governo serio? Presenterebbe un’analisi costi-benefici sul rapporto fra economia e salute»

Il virologo Palù, consulente di Zaia: «Il tampone ha una sensibilità del 70%, il test sierologico del 90%». La patente di immunità? «Possibile, ma oggi non sappiamo ancora quanto potrebbe durare»

Il test del tampone? «Ha una sensibilità soltanto del 70%, al di sotto di ogni range di test sierologico che è oltre il 90%». L’immunità al Covid-19? Esiste eccome, «e se non piace il termine “patente” coniato da Zaia possiamo chiamarla prova di immunizzazione». Il vaccino? Si andrà al 2021. Parola del professor Giorgio Palù. Presidente uscente della Società Europea di Virologia, già preside della facoltà di medicina e chirurgia Università di Padova e oggi consulente della Regione Veneto, fa chiarezza su alcuni punti che animano il dibattito sull’emergenza Covid-19. Premettendo che dal governo, parlando «da cittadino prima che da uomo di scienza», avrebbe voluto «un documento scritto con analisi rischi-benefici sull’aspetto economia-salute, controfirmato non da 70 consulenti con opinioni diverse, ma da due esperti e dal Presidente del Consiglio o dal Ministro della Salute e dell’economia».

Si parla molto di patente di immunità al Coronavirus. Gli esperti però dicono che non si potrà dare anche dopo i test sierologici sullo sviluppo degli anticorpi. Perchè? Lo ha detto anche il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità: «Tanti studi ancora devono essere fatti per definire la risposta immunitaria».
Precisiamo intanto che “patente” è un termine politico ma il concetto è giusto. Immunità vuol dire che un soggetto produce anticorpi specifici verso una malattia, se la patologia si ripresenta non si infetta più. L’Organizzazione Mondiale della Sanità è prudente su questo come in ogni emergenza sanitaria. Ha parlato prima di pericolo, poi di “public emergency”, poi di grado basso e quindi pericolosità medio-alta e infine di pandemia. Noi dobbiamo ragionare per modelli e per conoscenza virologiche che abbiamo non da oggi. Questo virus è nuovo e ha trovato il mondo esposto ma abbiamo già l’esperienza di altri due, Sars e Mers, e si è visto in tutti i casi che quando i soggetti superavano il virus e guarivano, sviluppavano anticorpi che neutralizzavano l’infettività del virus.

Quindi si può dire che anche per il Covid-19 si sviluppa l’immunità?
In almeno 15 lavori già pubblicati emerge che gli anticorpi che si producono nei soggetti che guariscono dalla malattia sono specifici e neutralizzano l’infettività, è una immunità protettiva. Non solo: il plasma dei soggetti convalescenti affetti da Covid-19 è stato usato con successo per trattare soggetti infettati in forma profilattica o terapeutica.

Arriverà o no allora la patente di immunità?
Gli anticorpi misurati da test sierologici specifici sono in larga natura neutralizzanti e proteggono dall’infezione, quindi si può dire che esiste una prova di immunità naturale acquisita verificata ormai da 15 lavori internazionali. E non ho dubbi di smentita. Quello che non sappiamo del virus, che somiglia molto al Cov 1 della Sars del 2002 ma ha delle diversità, è quanto dura la risposta sull’immunità. Non conosciamo le variazioni individuali che ci sono in tutte le malattie infettive, con soggetti che producono anticorpi ad alta o bassa concentrazione. Non sappiamo come si comporterà un soggetto immune, cosa succederà davanti ad una nuova ondata di contagio o il prossimo anno quando l’immunità sarà naturalmente svanita. Oggi possiamo dire che hanno sicuramente acquisito una immunità naturale. Tutto il resto lo stiamo scoprendo adesso.

Lo screening a campione con i test sierologici che partirà il 4 maggio per combattere il Covid 19 risponderà a queste domande?
Non solo, il test sierologico ci dirà qual è la diffusione del virus nella popolazione, ci dirà se uno si è immunizzato con il virus cioè se ha prodotto una risposta che può proteggerlo ma ci darà anche la concentrazione, e quindi la classe degli anticorpi e quando è avvenuta l’infezione, se ha appena avuto contatto oppure se è avvenuto in tempo passato.

Il Covid si può contrarre nuovamente?
Anche qui serve un chiarimento. Ci sono stati 91 casi in Corea in cui si è detto: era guarito, salvo accorgersi che avevano un tampone falsamente negativo. Perchè la sensibilità del tampone è del 70% e le variabili (che il test sierologico non ha) sono tante: dipende dalla concentrazione del virus, da quando e dove faccio il prelievo, da chi lo esegue, da come trasporta e congela il tampone. Molti casi in realtà erano re-infezioni, persone che non si erano mai liberate del virus che può dare una fase acuta, spegnersi subito, rimanere silente per un po’ e riaccendersi. Se l’uomo ha una concentrazione sufficiente di anticorpi neutralizzanti non è soggetto a riprenderlo. La soglia però ancora non la conosciamo, perchè non abbiamo ancora studiato un numero sufficiente di casi. Dobbiamo procedere per conoscenza di grado in grado. E non possiamo giurare che le persone che sviluppano gli anticorpi neutralizzanti siano protette per sempre

Quanto ci vorrà ancora per il vaccino?
C’è chi dice entro quest’anno, chi l’anno prossimo. Saltata la fase di studio sugli animali, per fare presto, siamo già ai test sui volontari. Tra qualche settimana sapremo se gli anticorpi sviluppati sono neutralizzanti. Ora sono 150 mila test, presto ne faremo 4 milioni. In Veneto 60 mila. Le tempistiche? Per Ebola, per il quale si sono bruciate le tappe, ci è voluto un anno e mezzo in fase sperimentale. E’ presumibile che se uno dei 70 allestimenti in corso produce anticorpi neutralizzanti ad alto titolo nei soggetti infettati, considerando che bisognerà standardizzare la dose, valutare il numero di iniezioni, la concentrazione degli anticorpi e la soglia protettiva, si potrà usare nel 2021. In fase sperimentale, però, non distribuito alla popolazione. Perchè restano le regole di massima garanzia per la sicurezza. Se funziona la fase sperimentale sugli operatori sanitari, questo accorcerà molto le procedure. Di solito per un nuovo farmaco ci vogliono dai 5 ai 10 anni.

I medici mostrano opinioni diverse sulle strategie per combattere il virus: chi esclude totalmente quella a macchia di leopardo, come Lopalco (consulente della Puglia), chi invece la vede positivamente, agendo in modo mirato. Lei come la pensa? Il Veneto ad esempio potrebbe secondo dei ripartire prima, idealmente?
Il Veneto, come altre regioni del Nord, in parte lo ha fatto con alcune industrie considerate indispensabili, che hanno avuto l’autorizzazione dal prefetto. Io credo però che la regia centrale, cioè il governo, dovrebbe dare dei criteri da rispettare in base all’indice riproduttivo del virus o coefficiente di contagio cioè “R con zero”, quanti contatti una persona è in grado di infettare. E dire: si riparte quando R con zero è 0,5. Oppure riparte il Veneto perchè ha 500 posti liberi in rianimazione o perchè ha 1500 posti letto nel caso ritorni il virus pesantemente, o ancora ha presidi medici e mascherine sufficienti. Faccio un altro esempio: Veneto ed Emilia ripartono perchè hanno un centro epidemiologico regionale e hanno messo in piedi un sistema di biosorveglianza e sicurezza pronto a garantirmi che qualora scoppi una nuova epidemia siano in grado di controllarla e bloccarla subito.

Il Veneto insomma sarebbe in grado di ripartire?
Il Veneto queste cose le ha fatte. E dovrebbero essere le Regioni, sulle indicazioni del governo, a gestire le situazioni e valutare. Il Veneto ha una anagrafe dei casi, sa chi sono, che professione fanno, dove l’hanno preso. E verifica che le aziende che aprono mantengano i protocolli sanitari. Il Veneto ha già dimostrato di essere in grado di reagire. Basta virologi che dicono tutto e il contrario di tutto: serve una sola comunicazione dell’Istituto Superiore di Sanità.

L’ultimo decreto pare sia stato frutto della prudenza dei consulenti scientifici del governo, più che del governo stesso. Questa gradualità estrema è il giusto compromesso con le esigenze economiche del Paese?
La gradualità è giusta e deve essere rigorosa, ma bisognerebbe valutare dove ci sono garanzie di controllo, di sorveglianza e di tracciabilità di anagrafe, sia biologica che clinica. Il governo ha una settantina di consulenti, a cui se ne sono aggiunti altri venti per i test sierologici, che non hanno preso decisioni, e altri 17 del team di Colao. Senza considerare che poi ogni Regione ha i propri. Negli altri paesi i consulenti sono un paio, tipo Antony Fauci negli Stati Uniti o Marc Lipsitch, professore di epidemiologia ad Harvard.

L’economia piange, come trovare un equilibrio con salute e sanità?
L’Italia è in deficit, tra le economie meno produttive in Europa, con la burocrazia più tentacolare e ostacolante di qualsiasi altro. Un Paese che dovrebbe avere la capacità di valutare se rischi di più ad avere un calo del Pil, stimato dagli organismi centrali, del 9% che vuol dire default. Bisogna agire con un’analisi rischi-benefici che credo abbiano fatto in maniera cautelativa ma non quantitativa. Un governo serio avrebbe dato un documento firmato e controfirmato dai ministri con le due ipotesi, pandemica ed economica: quanto rischiamo in economia, quanto rischiamo in salute, che impatto ha l’economia sulla salute e viceversa. Questo, mi sarei aspettato.

(ph: giorgiopalu.wordpress.com/)