Il “miracolo italiano” dell’avv. Conte

Ritardi, lentezze, errori e, ciliegina sulla torta, l’impotenza di fronte a iniziative (come quelle del neo-doroteo Zaia) che rivelano la decomposizione istituzionale del Paese

In questi giorni drammatici, soprattutto dopo l’annunciata manovra da 150 miliardi di euro che dovrebbe far ripartire l’economia italiana, e che porterà (fonti governative) il nostro debito pubblico dal 134,8% del Pil di fine 2019 ad oltre il 155%, mi sono tornate alla mente due immagini.

La prima è quella più volte evocata da Giuseppe Conte dopo la formazione del suo secondo governo: ovvero che – grazie al cambio di maggioranza parlamentare – il Paese si sarebbe presto trovato di fronte a un nuovo “miracolo italiano”. Con ovvio riferimento al cd miracolo (o boom) economico che tra il 1958 e il 1963 trasformò l’Italia da paese agroindustriale, dove la maggioranza degli occupati lavorava in un settore primario fortemente arretato, in una realtà compiutamente industriale, grazie peraltro alle agevolazioni che l’appena costituito Mercato Comune Europeo riservò al partner più debole, l’Italia appunto.

La seconda immagine riporta invece all’Italia pre-boom, in cui disoccupazione, miseria ed emigrazione (Argentina, Belgio, Svizzera, Germania, Canada e Australia) erano tratti comuni sia del profondo sud che di vaste aree del nords
Ed è questo, ahimè, lo scenario più realistico del nostro immediato futuro, con il Pil di quest’anno a -8% e l’incremento del debito pubblico di almeno il 6,3%, con sovrappiù l’appesantimento del suo costo come risalta in questi ultimissimi giorni dallo Spread (223,6 punti base ieri 27 aprile) tra i nostri BTP decennali e gli analoghi titoli tedeschi. Uno scenario, peraltro, in cui è del tutto assente lo sfogo migratorio che consentì all’Italia di uscire dal dopoguerra.

La causa di tale possibile esito catastrofico non deriva tuttavia tanto dalla fase 1 della pandemia Covid-19, ovvero quella dell’emergenza, quanto dall’incertezza con la quale il governo si sta muovendo nella cosiddetta fase 2 di (parziale) riapertura delle attività economiche. Le cui linee guide sono state sommariamente illustrate dall’avv. Conte l’altra sera e che, a molti, appaiono contraddittorie e poco idonee a far davvero ripartire il Paese.

Che il Covid-19 abbia colpito particolarmente le nostre aree più produttive è evidente, ma può ciò giustificare un ulteriore mantenimento delle restrizioni imposte nella prima fase? Conte sostiene di sì, invocando i pareri dei vari (troppi!) comitati tecnico-scientifici di cui governo e Regioni si sono in questi mesi dotati. Pareri che, tuttavia, l’esecutivo ha fin da subito accolto, e continua a farlo, acriticamente, senza esercitare le scelte e gli indirizzi politici di cui ha l’esclusiva titolarità. Scaricando così su scienziati e virologhi responsabilità che essi non hanno, e non possono avere, come del resto qualcuno di essi ha inutilmente cercato di far presente, non essendo i depositari della verità su una pandemia il cui andamento è ancora imprevedibile. Con il risultato, nella fase 1, di “chiudere” tutto e di immobilizzare il Paese.

Con esiti paradossali, stante che il blocco di una attività produttiva è stato non poche volte aggirato da decreti prefettizi rilasciati su autocertificazioni delle imprese interessate che la propria produzione era ausiliaria a settori strategici. Il che non sempre rispondeva a realtà. Ma il blocco “totale” in settori non strategici ha riguardato anche attività produttive fortemente automatizzate, dove il numero ristrettissimo di addetti a funzioni di controllo in remoto non comportava alcun rischio di contagio, con ciò dimostrando che l’esecutivo (e/o il suo apparato tecnico-burocratico) hanno una conoscenza approssimativa della variegata composizione del nostro sistema manifatturiero… A ciò si aggiunge il fatto che, pur parlando di una imminente fase 2, il governo è andato a rilento (ed è un eufemismo) nel definire e nell’imporre alle imprese le misure di sicurezza per una ripresa produttiva generalizzata, peraltro vaga nei tempi, abdicando anche in tale campo a proprie stringenti responsabilità.

Da ultimo non può essere dimenticato il claudicante rapporto tra potere centrale e poteri regionali, con un esecutivo incapace di esercitare il proprio primato costituzionale, come hanno dimostrato le ripetute polemiche con la Regione Lombardia e il silenzio tombale sulle “sparate” del Presidente della Campania Vincenzo De Luca che minacciava di “chiudere” la sua regione nel caso le regioni del Nord ripartissero prima, e non unitariamente al resto del paese!

Ma all’avv. Conte, che senz’altro sa molto di diritto societario e commerciale, ma poco di Costituzione, la ciliegina sulla torta l’ha regalata il presidente del Veneto Luca Zaia. Che, prima che leghista, a me appare l’ultimo dei dorotei, una “razza” pragmatica che rivive in lui a tutto tondo. Il quale, nei giorni scorsi, ha anticipato la fase 2 governativa, ricorrendo alla fantasiosa “interpretazione” di alcune norme, a sua opinione non chiare, di precedenti Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (i noti DPCM), in particolare quella relativa alla possibilità per i pubblici esercizi attualmente chiusi di consegnare al domicilio dei propri clienti pasti pronti, pasticceria ed altri beni alimentari da essi realizzati.

La genialata interpretativa è stata quella di sostenere che la norma non impediva che, invece di attendere a casa tali beni, il consumatore potesse – previa prenotazione telefonica – andare presso l’esercizio a ritirare personalmente quanto ordinato. Con esiti devastanti rispetto al cd distanziamento sociale, stante che le code di fronte a tali esercizi, non poche volte senza mascherina, sono il loro esatto contrario. Soprattutto se la polizia locale, ho presente il caso padovano, si guarda bene dall’intervenire con le relative sanzioni. Reazione dell’esecutivo alla forzatura del “doroteo” Zaia? Nessuna! Per carità, nella drammaticità del momento a qualcuno tutto questo potrà apparire di poco conto. Anche se Zaia, ci potrei giurare, vive questa forzatura (e la spenderà alla grande alle elezioni per la sua certa riconferma) come anticipazione di quella autonomia regionale rafforzata finora negatagli.

Ma la vicenda rivela una volta per tutte la decomposizione dei poteri costituzionali, e che forse – prima ancora della gravissima crisi economica in cui ormai siamo immersi – dobbiamo preoccuparci per il vuoto pneumatico di classe dirigente in cui il Paese vive ormai da troppo tempo. E ripensare le forme della rappresentanza politica, e le modalità di selezione della stessa di fronte alla incapacità delle formazioni politiche odierne, pallida caricatura dei partiti storici della Repubblica, di esprimerla.

È un lavoro che deve partire dal basso, dalle forze vive del Paese, dai ceti professionali agli intellettuali, dal mondo del lavoro e dell’economia al volontariato, da chi diligentemente “è rimasto a casa” a chi vuole ora spendersi per un’Italia nuova, solidale e refrattaria a ogni particolarismo.

(ph: shutterstock)