3 macroaree e 20 indicatori: così si decide chi apre e chi torna in lockdown

La bozza del documento del Ministero della Salute che traccia la via per monitorare l’ormai famosa “fase di convivenza” con il virus

Venti indicatori suddivisi per tre macroaree: questa è la strategia presente nella bozza del documento del ministero della Salute per monitorare l’epidemia del Covid-19. Dei veri e propri campanelli d’allarme da tenere costantemente monitorati che permetteranno di valutare l’inizio di nuovi focolai e di conseguenza se una determinata area dovrà tornare in lockdown. Per ogni indicatore è fissata una soglia d’allerta che scatta quando il valore indicato supera il livello di guardia.

Le 3 macroaree

Si guarderà alla capacità di monitoraggio, all’accertamento diagnostico e indagine e gestione dei contatti e stabilità di trasmissione e tenuta dei servizi sanitari.

I 20 indicatori

Fari puntati sui posti letto in terapia intensiva che non devono superare il livello di guardia del 40%. Tra gli indicatori più significativi figura anche il “numero di nuovi casi di infezione confermata da Sars-Cov-2 per Regione non associati a catene di trasmissioni note”. Rispetto a questo parametro, il ministero nel dossier sentenzia che la “presenza di focolai” e “nuovi casi di infezione non tracciati a catene note di contagio” richiede “una valutazione del rischio ad hoc” per decidere se la situazione in Regione richieda “un ritorno alla fase 1”. Per i tamponi, ad esempio, la soglia è sotto controllo quando il trend di positivi è in diminuzione in setting ospedalieri e Pronto soccorso, scatta l’allerta, invece, se in questi ambiti il trend è in aumento. Nel documento, inoltre, viene messo nero su bianco che «nei primi 15-20 giorni dopo la riapertura è atteso un aumento del numero dei casi». Chi entra in zona “rossa”, con un rischio “alto” o “molto alto” di impatto del contagio retrocede alla fase 1. E torna ad abbassare le saracinesche.

Fonte: Adnkronos

(ph: imagoeconomica)