«Genitori, create nuovi riti per far spegnere il telefonino ai vostri figli»

Il pedagogo Porcarelli (università Padova): «La didattica a distanza non sarà mai come le lezioni dal vivo». Ma i “nativi digitali” potrebbero «inventarsi vie creative per convivere con la reclusione forzata»

«Gli adolescenti sono disorientati. Dall’autorità ricevono messaggi contraddittori. E manca loro un luogo che ha una grande portata simbolica: la scuola». Andrea Porcarelli, bolognese, da 13 anni è professore associato di pedagogia generale e sociale all’Università di Padova, dove insegna anche pedagogia dei servizi alla persona. Una sorta di osservatorio privilegiato, nell’emergenza Coronavirus, sul mondo dei ragazzi. E sui loro comportamenti da “reclusi” in casa. «La percezione è molto diversificata a seconda dell’età – precisa – ho feedback dai miei studenti universitari e dagli insegnanti di vari ordine e grado a cui faccio formazione. Sugli adolescenti ci sono diverse variabili. La prima se e quanto sono effettivamente interessati allo studio e quindi anche a utilizzare tecnologie multimediali per avere un contatto con insegnanti e compagni. La seconda è la disponibilità di mezzi e le condizioni di utilizzo. Terzo aspetto, il modo in cui personalmente stanno vivendo la situazione, da chi ha avuto un lutto in famiglia e dà centralità a questo a chi invece sta benissimo e l’unico problema che ha è inventarsi qualcosa per ammazzare la noia. E’ sempre difficile generalizzare. Un esempio, mia moglie insegna alle scuole superiori e ci sono ragazzi che non si sono presentati alle lezioni on line: non funzionava il computer, hanno altro per la testa o avrebbero comunque marinato la scuola se ci fosse stata?».

«Smitizziamo i nativi digitali»

Nel periodo di quarantena del “tutti a casa”, ci si affida alle tecnologie. Ma per i nativi digitali, elogiati più volte anche dal presidente Zaia, questo momento di clausura sembra accompagnato da un atteggiamento remissivo, poco reattivo, soprattutto degli adolescenti. Per il docente «c’è da smitizzare l’immaginario sui nativi digitali. Anche ricerche precedenti di colleghi dell’Università di Padova dimostrano che verso questi strumenti, che loro sono abituati ad usare più che altro con finalità ludiche, potrebbero non avere lo stesso amore nell’usarli per lavoro o per studio. I ragazzi hanno un certo tipo di vita social che tendono a gestire in modo silenzioso e discreto e non sotto gli occhi degli adulti. Nascondono il telefonino e non fanno vedere le chat a genitori e insegnanti e non è detto che diano il meglio del loro essere nativi digitali in una videolezione di matematica. Non mi stupisco che non inventino chissà quali vie creative per abitare la reclusione da nativi digitali quando la quarantena non l’hanno nè cercata, nè desiderata». Forse già preparati alla quarantena da anni di abuso di internet, tra pc e televisione, sempre con il telefonino in mano: «Non è del tutto vero. Viviamo in una società a matrice individualista con legami sociali tendenzialmente deboli e anche la socializzazione dell’adolescente non si esprime con le modalità dei figli dei fiori. Ci sono strumenti diversi. C’è anche molta retorica in slogan tipo “restiamo uniti”, “andrà tutto bene”, “torneremo ad abbracciarci” come se fossimo tutti stati in un abbraccio collettivo. Una retorica che non intercetta il sentire dell’adolescente, che già preferiva mandare emoticon piuttosto che affidarsi ad un discorso verbale. Il problema per loro è che nelle mura domestiche ci sono anche gli altri familiari, prima forse la vita di un ragazzo non si dispiegava con la mamma a due metri di distanza».

Chiarezza nei messaggi delle autorità

«La quarantena è un’esperienza faticosa, per la peculiarità della situazione, la drammaticità della malattia e gli effetti letali» continua Porcarelli, che sottolinea come a mettere in difficoltà i ragazzi ci sia stato «il susseguirsi di messaggi contraddittori in una stagione della vita, l’adolescenza, in cui il rapporto con l’autorità è conflittuale». Messaggi contraddittori prima sulla situazione, e poi sulla tempistica: «I ragazzi invece avrebbero bisogno di chiarezza: uno, mettevi il cuore in pace, si sta due mesi chiusi in casa; due, l’anno scolastico sarà in video lezione». Dalle autorità di riferimento, governo, genitori e scuola, tutto questo è mancato: «I genitori poveretti per dire al ragazzo cosa potrà fare la prossima settimana aspettano la domenica sera che qualcuno gli dica cosa succede dal lunedì. Mentre nella scuola, se in università dal primo giorno abbiamo comunicato che le lezioni sarebbero state on line, alle superiori l’adolescente si trova tra un insegnante appassionato di computer e un altro che manda qualche esercizio, lascia due settimane di riposo e ad un certo punto si accorge di aver perso filo del rapporto. Non è facile, hanno molte limitazioni che vivono con fatica». Limiti che anche i genitori stanno cercando di dare, perchè non diventino schiavi della tecnologia. Il professore invita a cercare momenti insieme, «nuovi riti» precisa, come pranzare con la famiglia, con tv spenta e device in un’altra stanza, per dare comunque una routine alle giornate e apprezzare il capitale relazionale: «Bisogna creare delle occasioni per cui un figlio coglie l’importanza del momento e trova una ragione sensata per spegnere pc e telefonino. Se da questa esperienza si portasse a casa l’idea che anche altrove potrà trovare buoni motivi per mettere da parte la tecnologia e valorizzare la comunicazione da persona a persona sarebbe un frutto educativo».

La portata simbolica della scuola

Sugli effetti di un’assenza così prolungata da scuola, dal punto di vista psicologico ed educativo, è difficile fare valutazioni perchè i ragazzi vivono il momento con modalità diverse tra chi «nonostante i vincoli mobilita energie positive, chi ha difficoltà oggettive perchè non ha il computer e chi sarebbe disimpegnato comunque e adesso non si riesce a tenere agganciato perchè non lo incontri e non lo puoi guardare in faccia». Ma c’è un elemento complessivo molto importante: «La scuola e la sua portata simbolica che segna una stagione della vita. Perchè quando sei a scuola sei in un luogo diverso dalla casa e dalla famiglia, in uno spazio di relazioni che oltre a quelle formalizzate con insegnanti e compagni ha anche il non formale, come la ragazzina che ti aspetta all’uscita. Questa è una mancanza. La didattica a distanza, fatta attraverso il telefonino che uso per chattare o lo stesso tablet che mi serve per parlare con la morosa non è la stessa cosa che in un’aula di università in cui ha insegnato Galileo Galilei». Infine un consiglio agli insegnanti, per non perdere il contatto, per mantenere il rapporto docente-allievo: «E’ importante che ci siano momenti in cui lo studente ha la percezione di un evento. Se tutti gli insegnanti fanno lezione online nell’ora e nel giorno in cui l’avrebbero fatta in classe, magari per le sei ore di fila, i ragazzi devono passare da un’aula virtuale all’altra con una overdose di comunicazione digitale. Ed è importante che il lavoro che assegno a casa abbia un feedback molto puntuale, anche con momenti di dialogo individuale, ancora di più adesso perchè le persone vivono la quarantena in modo molto diverso».