I miserevoli spot commerciali in stile Covid 19

La pochezza comunicativa del premier Conte non stupisce. E quella dei pubblicitari di aziende, banche e assicurazioni è anche peggio

Che il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri non sia un bravo comunicatore è cosa nota, forse anche per colpa di chi gli ha rifilato (non si capisce bene se il M5Stelle o, direttamente, la Casaleggio Associati) un portavoce e capo ufficio stampa quale Rocco Casalino, noto alle cronache televisive fin da quando – nel 2000 – partecipò con discreta notorietà alla prima edizione del Grande Fratello. Rimane il fatto che ieri l’avv. Conte ha riempito i suoi siti social di scuse per le (molte) imprecisioni nell’apertura della sua ultima conferenza-stampa trasmessa dai principali canali televisivi, nonché per i ritardi nell’erogazione degli aiuti economici, cassa integrazione compresa, promessi come immediati a varie categorie.

Per carità, nelle scarse capacità comunicative di Conte c’è il fatto che, non avendo mai svolto ruoli pubblici, non ha mai avuto modo di affinarle. Ed è arduo chiedere ulteriori sacrifici a una popolazione ormai esasperata senza saper ben calibrare toni ed espressioni. Viene da chiedersi quali consigli egli abbia ricevuto in proposito dal suo ben remunerato addetto alla comunicazione (169.556,86 euro annui, fonte “L’Espresso”). Pare se lo stia chiedendo lui stesso, stanti le voci del gelo che intercorre ormai nei loro rapporti.

Se non è quindi il caso di gettare la croce addosso al non-comunicatore Conte, lo stesso non può dirsi per un ceto professionale, quello della comunicazione pubblicitaria, probabilmente tra i pochi oggigiorno a continuare a fatturare pingui parcelle alle aziende di cui curano l’immagine. Si tratta di professionisti in genere dotati di una solida cultura manifatturiera, e di una conoscenza anche sofisticata dei meccanismi comunicativi. Che, tuttavia, richiesti dai loro clienti, di predisporre spot in cui far capire ai consumatori di condividere le loro preoccupazioni, le loro incertezze, e di manifestare la loro vicinanza, hanno colto solo il concetto di “vicinanza”, articolandola in una sorta di “mantra”: ti siamo vicini! Qualche volta, ma non mi pare di molta fantasia, con la variante “siamo vicini, ma lontani”, che gioca all’imperante distanziamento sociale.

Quasi più audace quello ideato per una catena di caseifici, che reinterpreta il noto #IORESTOACASA con il protagonista dello spot che recita “Noi restiamo nei nostri caseifici” assicurandoci che mai resteremo senza i loro prodotti… Per non dire, sempre di formaggio si tratta, che a firma di un produttore di parmigiano reggiano (almeno qui siamo di fronte a una invocazione quasi “etica”) si viene invitati a non comprare troppo, ovvero a non accaparrarsi inutilmente quantità eccessive di prodotto, perché egli assicura (che bravo!) un continuo riapprovvigionamento dello stesso. E, quindi, il messaggio è chiaro: “dormite tranquilli, noi ci siamo!”

E poi ci sono anche le banche, pure esse a noi vicinissime. Come Ubi Banca, che annuncia il programma “Rilancio Italia” per un impegno fino a 10 miliardi di euro di finanziamenti a famiglie, imprese e Terzo settore. E poi tante altre che, pur senza piani straordinari, ci sono anch’esse “vicine”: peccato che poi migliaia di negozianti e artigiani raccontino sui quotidiani di essersi visti rifiutare, con pretesti vari, quei prestiti fino a 25mila euro che lo stato garantisce integralmente!

Ma i professionisti della comunicazione pubblicitaria vanno “oltre”, o per loro non conoscenza, o perché le imprese clienti non forniscono loro tutte le informazioni utili. Ed eccoli a scoprire improvvisamente le vendite on-line! Spacciandole per un modo con cui i loro clienti ci sono, oggi!, “più vicini”. Peccato ciò avvenga da anni, da Expert per elettrodomestici e informatica, a My Mellin Shop! Come dire che ci troviamo di fronte a spot banali, o che spacciano per novità pratiche cui il consumatore è da tempo abituato.

Una annotazione a parte merita il mondo delle assicurazioni auto – anch’esse a noi “vicinissime”, ci mancherebbe! Tutte pronte ad agevolarci in questo momento difficilissimo. E come? Ma anch’esse offrendoci di sottoscrivere una polizza on-line! Peccato che anche questa sia pratica comune da anni, e che le compagnie lo sappiano benissimo dato che ne usufruiscono attraverso i portali Segugio.it e Facile.it. Evidentemente i pubblicitari no…

Potrei continuare con altri esempi di idiozia comunicativa, ma mi fermo. Con una considerazione conclusiva: questi spot televisivi, parcelle dei “comunicatori” incluse, costano un bel po’ di quattrini. Se davvero le tipologie di soggetti che ho sommariamente indicato volevano/vogliono esserci “vicine”, non hanno pensato di donare quegli importi, letteralmente sprecati dal punto di vista comunicativo, alla Protezione Civile o a qualificate strutture di ricerca che lavorano sul Covid-19? Credo per insipienza, o per l’idea – erratissima! – che senza anche la più stolta della pubblicità una impresa muoia.

Concludo ricordando come, pur non in direzione della donazione sanitaria, una compagnia assicuratrice abbia fatto qualcosa di concreto, decidendo di restituire agli automobilisti con essa assicurati una mensilità della polizza sottoscritta, tenendo perciò conto del fatto che la “chiusura” del paese per pandemia ha di fatto rarefatto l’uso dell’auto, e quindi il rischio assicurativo. Beh, quella restituzione è “comunicazione” allo stato puro. Chapeau!